“Il Congresso non potrà emanare leggi per il riconoscimento di una religione o per proibirne il libero culto, o per limitare la libertà di parola o di stampa o il diritto dei cittadini di riunirsi in forma pacifica e d’inviare petizioni al governo per la riparazione dei torti subiti”.
Così recita il Primo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America, in netto contrasto con gli attuali rimbalzi sociali e politici di aperta minaccia.
Segno distintivo della falla nella tutela della libertà statunitense, i dibattiti scaturiti dal recente acquisto del giornale Chattanooga Times Free Press da parte dell’imprenditore Craig Fuller, CEO di FreightWaves, piattaforma di informazione, analisi di mercato e intelligence dedicata alla catena di distribuzione globale, al trasporto merci e alla logistica e suo padre, Max Fuller.
Risale allo scorso 31 luglio 2026 la vendita del giornale del Tennessee ai Fuller da parte della direzione storica di WEHCO Media Inc., la società della famiglia Hussman, nativa dell’Arkansas.
Il Chattanooga Times Free Press è il risultato di una fusione di due giornali distinti, voluta proprio dalla famiglia Hussman alla fine degli anni ’90: il Chattanooga Times, fondato nel 1869 e il Chattanooga Free Press, del 1933. Dalla fusione, il quotidiano si è distinto dal restante panorama giornalistico per l’equilibrata coesistenza, all’interno della propria redazione, di un indirizzo conservatore e uno liberale, una scelta volta a onorare la storia delle due precedenti testate. Ha ottenuto quindi, negli ultimi due anni, il ruolo di principale giornale dello Stato dalla Tennessee Press Association. Se da un lato ci sono stati indubbiamente dei successi, dall’altro le cose non stavano andando come sperato.
Negli stessi anni viene registrata una diminuzione dei ricavi pari all’80% causata anche dai mancati tagli al personale. È, dunque, in un clima di già affermata crisi che la dinastia Fuller subentra alla direzione del giornale, aggiudicandosi così il quarto posto nella lista delle grandi famiglie che, per tre secoli, l’hanno posseduto, dopo Ochs, McDonald e i già citati Hussman.
Presentata ai più come la sua ultima ancora di salvataggio da un destino di inevitabile oblio, la vendita del Times Free Press sembra aver dichiarato, al contempo, il crollo di quasi 157 anni di storia e tradizione. Non sono poche, infatti, le polemiche scaturite dal passaggio di proprietà a una generazione di CEO di molteplici società di analisi e trasporti, con sede nella stessa Chattanooga.
L’illusione di un futuro migliore
Le rassicurazioni iniziali dei Fuller al personale di redazione hanno toccato però solo gli aspetti più superficiali. Secondo quanto riportato sul Times Free, il giornale avrebbe mantenuto la sua indipendenza e le sue doppie posizioni editoriali ed è stato descritto come “l’unica istituzione che può dare a Chattanooga la sua identità”. Con il pronostico di riuscire a raddoppiare la pubblicità, Craig Fuller ha affermato: “Vi assicuro che sappiamo come mantenere l’indipendenza della redazione”. Si tratterebbe, quindi, “di correre a una velocità diversa” così come dichiarato, dividendo gli abbonamenti dei 12 mila lettori in base alle differenti sezioni, ma mantenendo inalterato il paywall digitale.
L’altra faccia della realtà
All’alba della nuova “Era Fuller”, una prima crepa nel sistema è stata creata dalla scelta dei neoproprietari di individuare come nuovi punti di riferimento del giornale in ambito contabile, legale e di risorse umane, i dipendenti di un’altra rete mediatica di marchio Fuller, la Firecrown Media. Tuttavia, la frattura vera e propria risale al giorno precedente l’insediamento, in cui la WEHCO ha effettuato decine di licenziamenti per conto dei nuovi direttori, coinvolgendo giornalisti, redattori di notizie e addetti alla produzione e distribuzione. Una strategia che ha ripreso il concetto del First Principles Thinking di Elon Musk, basato su specifici passaggi: identificare e mettere in discussione le regole; scomporre il problema; ricostruire da zero; testare e iterare.
Con il solo obiettivo di arricchire l’ecosistema digitale, il modello adottato da Craig Fuller punta su tagli netti dei costi di produzione e di stampa. Qual è però la conseguenza essenziale del focus sul mero profitto? Interrogativi, dubbi e critiche sulla qualità dell’informazione trasmessa, ormai coerente con contesto sociale di aperta minaccia alla libertà di stampa statunitense. È certo come questo modello rifletta al proprio interno gli interessi economici e politici prediletti dai Fuller, che si sono fatti strada per di più nel mondo della logistica.
Il giornale viene così esposto maggiormente al rischio di presentare un quadro politico a metà, oltre al pericolo dell’autocensura. Quello del Chattanooga Times Free Press, è un caso simbolico e in grado di rivelare una patologia sociale spesso non evidente: sono troppe le testate che, pur di non cadere nel fallimento economico, scelgono di limitarsi, riducendo l’efficienza del loro stesso organo pulsante: la redazione dei giornalisti. Il rischio è che restino in catene anche il pluralismo e la libertà d’espressione caratteristici del giornale, riassumibili nel motto, “dare le notizie in modo imparziale, senza paura o favoritismi”
Un problema oltre confine
“La libertà di stampa è definita come la capacità dei giornalisti, individualmente e collettivamente, di selezionare, produrre e diffondere notizie di interesse pubblico, indipendentemente da interferenze politiche, economiche, legali e sociali e in assenza di minacce alla loro incolumità fisica e mentale.”
Questa è la definizione che guida le indagini del World Press Freedom Index di Reporters Sans Frontières (RSF), che valutano il livello di libertà di giornalisti e media in 180 Paesi nel mondo. Tra i dati relativi al 2026, è stato registrato un aggravamento della situazione della stampa libera su scala mondiale. Coinvolti in prima linea anche gli Stati Uniti che, perdendo 7 posizioni, figura al 64esimo posto, a testimonianza del periodo di crisi in cui versa la stampa e i media oltreoceano.
Ulteriori conferme derivano dal clima che si respira a Casa Bianca negli ultimi tempi in seguito alla decisione del presidente Trump del 18 settembre scorso e divulgato sul social Truth di bandire le agenzie CNN, Politico e MS NOW con effetto immediato. Secondo il Presidente, sono responsabili di diffondere fake news che violano la sicurezza nazionale, oltre al travisare e degradare tutto ciò che viene pubblicato. Di rimando, le testate in questione hanno difeso le proprie pretese: “Presenteremo una denuncia”, hanno dichiarato in un comunicato congiunto, riportato da RaiNews, “Per proteggere i nostri diritti sanciti dal Primo Emendamento e difendere il principio secondo cui il governo non decide cosa la stampa riporta o pubblica”.
Il 24 settembre scorso è stata emessa un’ordinanza restrittiva temporanea, in vigore 14 giorni, volta a ripristinare l’accesso delle agenzie alla Casa Bianca, in attesa di ulteriori indagini del tribunale. Secondo il giudice distrettuale Timothy Kelly, la revoca è stata effettuata senza un “processo costituzionalmente adeguato”, dato che, in casi del genere, i giornalisti devono essere sempre avvisati e ascoltati preventivamente, trattandosi di un diritto tutelato dalla Costituzione, così si legge nella sentenza emanata da Kelly, come attestato da Fox News.
Intanto, l’amministrazione ha lanciato la nuova Trump TV, che vuole scavalcare la mediazione giornalistica per evitare critiche (ma specialmente verifiche) raggiungendo i cittadini in modo più diretto. Nonostante le migliori delle aspettative, non è stato ottenuto il successo sperato ma, al contrario, sono state sollevate particolari critiche. In una dichiarazione a Newsweek, il vicedirettore di HuffPost, Philip Lewis, ha definito la Trump Tv, “una rete di propaganda in un contesto di divieto imposto a tre organi di informazione”.
Dalla centralità dei palazzi di Washington alle redazioni locali, la sempre più temibile minaccia alla libertà di stampa è l’emblema delle più insidiose patologie socio-economiche del Paese. Da un lato, il contrasto tra potere politico e le testate nazionali ha spostato l’attenzione sull’evidente volontà del governo di incatenare l’informazione libera, scegliendo modalità sempre più brutali. A conferma di ciò, l’estromissione fisica dei giornalisti dallo Studio Ovale della Casa Bianca. Dall’altro lato, la precaria situazione economica delle testate locali provoca una loro maggiore esposizione al rischio di tagli al personale e influenze che, in ogni circostanza, limitano la necessaria trasparenza giornalistica. Il caso della vendita del Chattanooga Times Free Press ne è la prova. Si fa spazio, così, la forte esigenza di garantire, a livello nazionale, l’indipendenza dell’informazione dai venti di politica e di controllo locale.




