È la fine di ottobre e Matthew riceve una notifica sul cellulare: lo stipendio è stato accreditato. Non è la prima comunicazione della giornata che riguardi le sue finanze. Qualche ora prima erano arrivate due e-mail. La prima riportava l’ammontare residuo del prestito universitario contratto oltre dieci anni prima. La seconda annunciava l’ennesimo aumento annuale del canone d’affitto. Matthew vive ad Ann Arbor, in Michigan, in un piccolo appartamento condiviso con un coinquilino nel quartiere di Old West Side. Quando si trasferì lì, pensava che sarebbe stata una sistemazione temporanea. Qualche anno, giusto il tempo di avviare la carriera e mettere da parte abbastanza soldi per comprare una casa. Dieci anni dopo è ancora in affitto. Non vive a San Francisco né a Manhattan: tuttavia anche qui l’acquisto di una casa, con i tassi dei mutui al 7,5 per cento, richiede ormai un esborso che per molti giovani professionisti appare sempre più difficile da sostenere.
Le case vittoriane che costeggiano le strade alberate del quartiere valgono ormai otto o persino dodici volte il suo reddito annuo. Durante le passeggiate serali continua a guardarle con una certa ostinazione, come si osserva un futuro che avrebbe dovuto appartenergli.
Ha trentadue anni, una laurea e un lavoro che fatica a spiegare ai suoi genitori. Entrambi provengono da una famiglia operaia e appartengono a quella generazione per cui un impiego d’ufficio rappresentava l’approdo alla classe media. Matthew lavora nel settore della consulenza ambientale. È esattamente il tipo di occupazione che, fino a pochi anni fa, avrebbe dovuto garantire una traiettoria di ascesa sociale.
Ogni mese una parte consistente del suo stipendio finisce nelle casse della società immobiliare che possiede il suo edificio e molti altri nel quartiere. Un’altra quota serve a ripagare il debito universitario. Un’altra ancora copre i costi dell’assicurazione sanitaria che il datore di lavoro non rimborsa. Matthew non si considera povero. Ed è proprio questo il punto. Può permettersi un abbonamento al New Yorker, una connessione internet ad alta velocità, un laptop acquistato a rate e il caffè della torrefazione indipendente all’angolo della strada. Può acquistare quasi tutto ciò che segnala appartenenza a una classe professionale istruita, ma non può però permettersi ciò che in America continua a rappresentare il principale strumento di accumulazione della ricchezza: una casa. Persino nel Midwest, tradizionalmente considerato la regione più accessibile del Paese, il prezzo medio di una casa supera oggi i 400mila dollari.
Matthew è un personaggio inventato. O, più precisamente, esistono migliaia di Matthew. È costruito a partire dal profilo statistico che emerge dalle analisi di Nate Silver sugli elettori altamente istruiti ma caratterizzati da una mobilità sociale bloccata, uno dei principali bacini di consenso dei Democratic Socialists of America. Questi ultimi non possono permettersi ciò che per la generazione dei loro genitori definiva l’ingresso nell’età adulta: una casa, un patrimonio, la prospettiva di mantenere una famiglia. Quando i sondaggisti chiedono quale sia il problema principale del Paese, raramente rispondono invocando la politica estera, l’immigrazione o i mercati finanziari. Anche quando parlano di questi temi, finiscono quasi sempre per ricondurli a una preoccupazione più immediata: perché vivere una vita considerata normale sta diventando sempre più costoso?
È la domanda che attraversa un’intera generazione di americani. Più istruiti dei loro genitori. Più indebitati dei loro genitori. E sempre meno convinti che l’istruzione, da sola, basti a garantire quella mobilità sociale che per gran parte del dopoguerra è stata la promessa fondamentale del sogno americano. Non si tratta soltanto di una percezione generazionale. Negli ultimi anni questa condizione ha iniziato a manifestarsi con crescente chiarezza anche nelle statistiche elettorali. È proprio da qui che parte l’analisi che Nate Silver ha dedicato all’ascesa dei DSA. Utilizzando oltre 400.000 interviste raccolte dal Cooperative Election Study tra il 2016 e il 2025, Silver individua un segmento dell’elettorato che sta assumendo un peso crescente all’interno della coalizione democratica: persone altamente istruite, ma con redditi piuttosto modesti.
Nell’immaginario politico occidentale, la sinistra socialista viene spesso associata ai lavoratori meno qualificati o ai settori economicamente più fragili della popolazione. I dati raccontano una storia diversa. Il gruppo più incline a identificarsi come “molto di sinistra” e a sostenere candidati vicini al DSA è costituito da elettori con titoli di studio avanzati e redditi familiari compresi tra i 30.000 e i 60.000 dollari annui. Si tratta di una combinazione in apparenza anomala, in una società in cui istruzione e reddito tendono di solito a crescere insieme.
La particolarità emerge con ancora maggiore evidenza osservando la composizione stessa del DSA. Nel più recente sondaggio interno dell’organizzazione, circa l’80 per cento degli iscritti sopra i venticinque anni possedeva una laurea, mentre quasi la metà dichiarava un reddito familiare inferiore a 60.000 dollari annui. Tra gli americani laureati nel loro complesso, una condizione del genere è molto meno frequente.
Per spiegare questo fenomeno Silver recupera una teoria sviluppata dallo storico Peter Turchin: quella della elite overproduction. L’idea è che una società possa produrre più aspiranti membri dell’élite di quanti posti d’élite sia effettivamente in grado di offrire. Università, master e percorsi professionali continuano a formare giovani destinati a occupare posizioni prestigiose, ma il numero di occupazioni capaci di garantire contemporaneamente redditi elevati, sicurezza economica e accumulazione patrimoniale cresce a un ritmo molto più lento. Il risultato è una fascia crescente di individui che possiedono le credenziali dell’élite senza godere dei vantaggi materiali che tali credenziali un tempo promettevano.
Matthew appartiene proprio a questo mondo. Non si percepisce come povero. Non appartiene ai margini della società americana. È istruito, occupato, informato e culturalmente integrato. Ma osserva la propria traiettoria e fatica a riconoscervi il progresso che gli era stato promesso.
Per gran parte del dopoguerra, il sogno americano si è fondato su una promessa semplice: ogni generazione avrebbe vissuto meglio della precedente. La casa di proprietà costituiva il simbolo più evidente di questa progressione. Non era soltanto un bene, ma il principale strumento di accumulazione della ricchezza famigliare. Oggi, per una parte crescente della classe professionale urbana, quell’obiettivo appare sempre più distante.
In un lungo reportage per il New Yorker Benjamin Wallace-Wells descrive questi protagonisti del nuovo DSA, un’organizzazione molto diversa da quella che ancora occupa l’immaginario di molti osservatori. Non operai metalmeccanici della Rust Belt né impiegati della logistica, ma dottorandi, insegnanti, ricercatori, operatori del non profit, studenti di medicina, professionisti della comunicazione, programmatori e giovani lavoratori della knowledge economy.
Uno dei dirigenti intervistati dal settimanale descrive i membri dell’organizzazione come persone con molti titoli di studio, spesso provenienti da contesti relativamente privilegiati, accomunate dalla sensazione che il proprio futuro possa rivelarsi peggiore di quello dei genitori. Un’impressione che coincide con il profilo individuato da Silver nei dati elettorali. La questione centrale non è dunque la povertà. È il rapporto con l’accesso ai simboli della vita borghese di classe media.
Nel Novecento il conflitto sociale si organizzava soprattutto attorno al luogo di lavoro. Oggi, nelle grandi aree urbane americane, il conflitto si manifesta sempre più spesso attorno all’accesso alla città stessa. Affitti, prezzi delle abitazioni, debito studentesco, trasporti pubblici, sanità e costo della vita sono diventati i terreni sui quali si forma l’identità politica di questa generazione. Per questo il principale antagonista politico di Matthew non è necessariamente il proprietario della fabbrica. È il proprietario dell’appartamento, sempre che abbia un volto.
Il reportage del New Yorker mostra come l’espansione elettorale del DSA sia avvenuta proprio nei quartieri caratterizzati da una forte presenza di affittuari. A New York, molte delle prime vittorie dell’organizzazione sono maturate in distretti dove il tema della casa era diventato il principale terreno di mobilitazione politica. “Ci sono affittuari ovunque”, osserva uno degli organizzatori intervistati dalla rivista.
Il paradosso è che la nuova sinistra americana cresce proprio nei segmenti della popolazione che avrebbero dovuto rappresentare i principali beneficiari dell’ordine meritocratico neoliberale. Non chi ha rifiutato il sistema educativo, ma tra chi vi ha investito pienamente. Non tra coloro che hanno respinto la promessa della mobilità sociale, ma tra coloro che vi hanno creduto più intensamente.
In questo senso il successo del DSA racconta qualcosa di più profondo della fortuna di una singola organizzazione politica. Racconta la crisi di una delle promesse fondamentali dell’America contemporanea: l’idea che istruzione, talento e impegno siano sufficienti a garantire sicurezza economica e avanzamento sociale.
Se il socialismo americano del primo Novecento cercava il proprio elettorato nelle fabbriche e nei sindacati, quello del XXI secolo lo trova sempre più spesso nei campus universitari, nei coworking, negli enti non profit, nelle amministrazioni locali e negli appartamenti in affitto. È la politica dei delusi: una generazione che ha fatto tutto ciò che le era stato chiesto, ha studiato più dei propri genitori, ma scopre che l’ascensore sociale si è fermato due piani sotto quello dove sarebbe dovuto arrivare.



