Il Minnesota immaginato: tra conformismo e ribellione
Il Minnesota immaginato da noi (e forse anche da Trump) è un mix di provincialismo e conformismo. Ma le comunità del Midwest sono molto di più, come ci ha insegnato, tra gli altri, Sinclair Lewis
“Molte cose possono capitare nel bel mezzo del nulla”, recita la tag-line del film Fargo dei fratelli Coen: era il 1996 e il mondo non faceva altro che osservare con una certa spudorata soddisfazione quella provincia americana nel cuore del Minnesota, così lontana dal canone metropolitano, priva del fascino della borghesia d’oltreoceano e attaccata a tradizioni e valori inconcepibili per un europeo.
Minneapolis non è in mezzo al nulla, ma non è sicuramente il centro del mondo; eppure, da qualche settimana è diventata il luogo simbolo delle proteste dei cittadini americani contro l’ICE. Suo malgrado, verrebbe da dire. E anche con un certo stupore. Forse perché dall’altra parte dell’oceano siamo abituati a vedere e a raccontare il Minnesota solo in un certo modo.
L'umanità di Fargo è in apparenza il sunto del provincialismo ipocrita e ottuso, parodia di sé stesso e di tutto ciò che temiamo delle comunità chiuse. È però proprio il cinema dei fratelli Coen a insegnarci che la realtà è ben più complessa di come vogliamo vederla e che la provincia può essere allo stesso tempo il luogo di conformismo estremo e di ribellioni feroci, di coraggio e di paura.
Ben prima di loro, fu Sinclair Lewis a raccontarci nei suoi romanzi il Minnesota e i due volti che lo abitano. Il più celebre Main Street (1920) racconta le vicende di Carol Milford, bibliotecaria di Saint Paul, che si ritrova a seguire suo marito, un medico, in una piccola (e immaginaria) cittadina di provincia del Minnesota. Lì, Carol si scontra con l’ipocrisia della gente del luogo: di fronte all’immobilismo di un’intera comunità non può far altro che portare avanti le sue idee progressiste, i suoi studi, il suo modo di intendere il mondo. Carol Milford è, di fatto, una rivoluzionaria. Sinclair Lewis ci racconta che è molto più difficile combattere battaglie all’interno di un villaggio che nelle grandi società: sono proprio i piccoli mondi a nutrirsi di un ostinato conformismo.
È con il romanzo successivo, Babbitt (1922) che Lewis canonizza la doppia anima del Midwest (e degli uomini). L’intera vicenda si svolge a Zenith, cittadina immaginaria dell’altrettanto immaginario Stato di Winnemac, costruito sulla falsariga del Minnesota. Il protagonista, George F. Babbitt, è un agente immobiliare di quarant’anni, annichilito dal sogno americano e dalle sue ipocrisie, che improvvisamente apre gli occhi e cerca di cambiare vita, rendendosi conto delle ingiustizie che avvelenano le esistenze della middle class. Non ci riuscirà; o meglio, tornerà sui suoi passi. Ma il potere del disvelamento riuscirà comunque a trasformarlo.
Nel maggio del 1934 Cesare Pavese scriveva, a proposito di Sinclair Lewis: “I personaggi di Lewis sono ‘persone esistenti’, tanto ‘esistenti’ e cioè quotidiani, di convenzione, men in the street, che i loro odi e amori non vanno oltre la notazione sommaria della cronaca; tanto ‘persone’ che Lewis non sa essere con loro francamente caricaturista e farne un mondo coerentemente deformato, una fantasia grottesca che si regga”. (Le biografie romanzate di Sinclair Lewis, saggio pubblicato su La Cultura 1934, Saggi letterari, Einaudi, 1973)
Il Minnesota che abbiamo immaginato è proprio questo: la caricatura di sé stesso, o meglio “la fantasia grottesca” di tutto ciò che non comprendiamo dell’America e di noi stessi.
“Si osserva”, continua Pavese, “come gli eroi lewisiani vivano tutti una stessa avventura di soffocamento, irrequietezza e ritorno in sé stessi: ironica altalena di fughe e prigionie”. Verrebbe da dire lo stesso anche dei personaggi dei fratelli Coen: basti pensare a Larry Gopnick, il serious man protagonista dell’omonimo film che cerca di trovare dentro di sé un senso al caos che lo circonda, a un mondo diventato incomprensibile.



