"Il lupo per le orecchie". Adams, Jefferson e la rivoluzione incompiuta
La morte quasi simultanea di Adams e Jefferson sembrò consacrare la nazione. Le loro lettere raccontano invece una rivoluzione brillante ma incompleta e piena di contraddizioni
Era il 4 luglio del 1826, duecento anni fa, e per una coincidenza che a tanti sembrò una firma divina sugli eventi nel cinquantesimo anniversario della Dichiarazione di Indipendenza due tra i suoi artefici morirono a poche ore di distanza. Thomas Jefferson, che l’aveva scritta, si spense a Monticello, in Virginia, poco dopo mezzogiorno. John Adams, che l’aveva difesa in aula, morì al tramonto nella sua casa di Quincy, in Massachusetts. Come racconta Jim Rasemberger, qualcuno si prese addirittura la briga di calcolare le probabilità che una cosa del genere potesse accadere per caso: una su 1,2 miliardi. Secondo la testimonianza riportata dai presenti, le ultime parole di Adams furono: «Thomas Jefferson sopravvive». Non poteva sapere che l’amico e rivale di una vita se n’era andato per primo.
«C’è in questo qualcosa di così strano», scrisse Hezekiah Niles sul suo Weekly Register, «che quasi non sappiamo come conciliare il fatto con la comune dottrina delle probabilità». Il Segretario alla Guerra James Barbour fu più esplicito: una coincidenza simile era «un nuovo sigillo alla speranza che la prosperità di questi Stati si trovi sotto la speciale protezione di una benevola Provvidenza». Per la giovane repubblica, insomma, quella doppia morte non era un caso: era una firma divina in calce alla Dichiarazione. Il problema è che i due firmatari, sull’idea che Dio avesse eletto l’America, non erano affatto d’accordo. Non lo erano quasi su nulla, del resto. Ed è proprio per questo che la loro storia racconta la Rivoluzione meglio di qualsiasi mito.
Cinquant’anni prima, a Philadelfia, il vero atto di nascita degli Stati Uniti era passato quasi inosservato. Era il 2 luglio 1776, e il congresso continentale votò per l’indipendenza, approvando la risoluzione messa insieme dal virginiano Richard Henry Lee. Il 4 adottò ufficialmente il famoso testo che la spiegava al mondo. Adams era consapevole di essere stato testimone e partecipe di un evento epocale. «Il secondo giorno di luglio del 1776 sarà l’epoca più memorabile nella storia dell’America», scrisse alla moglie Abigail il 3 luglio. Andava celebrato «con sfarzo e parate, con spettacoli, giochi, gare, cannoni, campane, falò e luminarie, da un capo all’altro di questo continente, da questo momento e per sempre». Aveva previsto tutto, tranne la data: la storia scelse il 4. Adams, coerente fino alla pedanteria, per anni rifiutò gli inviti alle celebrazioni del giorno “sbagliato”.
In quei giorni di luglio i due avevano recitato ruoli complementari. Adams fu il motore politico: quando il moderato John Dickinson definì l’indipendenza un suicidio, gli rispose con un’arringa di ore che, secondo Jefferson, «mosse i delegati dai loro seggi». Jefferson fu la penna: chiuso nella sua stanza in affitto, distillò Locke e l’illuminismo scozzese in una prosa che trasformava una rivolta fiscale in un manifesto universale. Fu Adams a volerlo autore. Le ragioni, come le ricostruì lui stesso mezzo secolo dopo, erano squisitamente politiche, e Jefferson successivamente ne contestò la veridicità: serviva un virginiano; «io sono inviso, sospettato e impopolare, voi siete tutto il contrario»; e infine: «voi sapete scrivere dieci volte meglio di me».
Il Congresso trattò il testo senza alcun riguardo per chi lo aveva scritto: ottantasei modifiche, un quarto del testo tagliato, mentre l’autore sedeva muto in aula e Benjamin Franklin lo consolava sussurrandogli che uno scrittore non dovrebbe mai sottoporre le proprie pagine a un’assemblea pubblica. Il taglio più pesante è ancora oggi considerato il peccato originale della nascente repubblica: il lungo paragrafo in cui si denunciava la tratta atlantica degli schiavi come un crimine contro la natura umana. Caduta su pressione di Carolina del Sud e Georgia, la cui economia si reggeva totalmente sulla schiavitù, ma anche di qualche delegato del New England, i cui mercanti si erano arricchiti con il trasporto navale degli schiavi. Per salvare l’unanimità, il Congresso sacrificò quei diritti universali di cui diceva di farsi portavoce. I due protagonisti di questa storia si sarebbero portati il fardello di questa eredità fino all’ultimo carteggio.
La politica li divise presto e ferocemente: Adams con i federalisti, convinto che senza istituzioni robuste le passioni popolari avrebbero divorato la repubblica. Jefferson alla guida dell’opposizione, persuaso che il pericolo fosse semmai la deriva monarchica del governo centrale. La Rivoluzione francese, faro per l’uno e orrore per l’altro, e poi l’elezione del 1800, tra le più caotiche e sporche della storia americana, fecero il resto: Adams, presidente sconfitto, lasciò Washington all’alba del giorno dell’insediamento di Jefferson, senza stringergli la mano. Seguirono dodici anni di silenzio, rotti nel 1812 dalla mediazione dell’amico comune Benjamin Rush. Da quella riconciliazione nacque uno dei carteggi più straordinari della letteratura politica occidentale: centocinquantotto lettere in quattordici anni.
Nelle lettere i due vecchi si scoprono divisi da qualcosa di più profondo della politica: due idee opposte di natura umana. Jefferson, illuminista fino al midollo, credeva nella perfettibilità dell’uomo e nel popolo istruito naturalmente incline all’autogoverno. Adams, cresciuto nella diffidenza puritana del New England, vedeva ovunque passioni, ambizione, sete di potere. Quando nel 1813 discussero di chi dovesse guidare una repubblica senza titoli nobiliari, Jefferson immaginò un’«aristocrazia naturale» di virtù e talento, fatta emergere dalla scuola pubblica; Adams ribatté, con amaro realismo, che ricchezza e cognome avrebbero vinto sempre, e che l’unica soluzione fosse ingabbiare i potenti nelle istituzioni perché non schiaccino il popolo.
E poi c’è Dio. Qui il paradosso è totale. Jefferson finì per abbracciare l’idea dell’elezione divina dell’America: nel primo discorso inaugurale, nel 1801, parlò di «un Paese eletto» guidato da «una Provvidenza sovrana». Adams la respinse come bestemmia laica. «Non siamo un popolo eletto, che io sappia», scrisse a Rush nell’ottobre 1812. Vantarsi dell’elezione divina, annotò altrove, non è che «l’illusione, l’autoinganno del fariseo».
Su una cosa, però, i due convergevano: la Rivoluzione vera non fu la guerra. «La Rivoluzione si compì prima che la guerra avesse inizio», scrisse Adams a Niles il 13 febbraio 1818: «era nelle menti e nei cuori del popolo», nel lento cambiamento di principi e sentimenti maturato nei quindici anni prima di Lexington. Jefferson, fino all’ultimo, guardò invece avanti: in una delle sue ultime lettere, il 24 giugno 1826, declinando per salute l’invito alle celebrazioni a Washington, ribadì che «la massa del genere umano non è nata con la sella sulla schiena, né pochi privilegiati con stivali e speroni, pronti a cavalcarla legittimamente per grazia di Dio». Due bilanci speculari: Adams vide il miracolo fragile di un’architettura istituzionale sopravvissuta a cinquant’anni di debolezza umana. Jefferson il trionfo di un’idea destinata a spezzare le catene del mondo.
Proprio queste parole sono offuscate da una crudele ironia, un’ombra che entrambi riconobbero nei loro carteggi. Adams non possedette mai uno schiavo, mentre Jefferson nel corso della sua vita ne possedette seicento a Monticello, pur avendo scritto già nel 1785 di tremare per il suo Paese «quando rifletto che Dio è giusto: che la sua giustizia non può dormire in eterno». Quando la crisi del Missouri riaccese lo scontro sull’estensione della schiavitù ai nuovi territori a ovest, Jefferson la definì «una campana a martello nella notte», la campana a morto dell’Unione, e confidò a John Holmes l’immagine più onesta e più impotente della sua generazione: «Abbiamo il lupo per le orecchie: non possiamo né tenerlo stretto, né lasciarlo andare senza pericolo». La giustizia su un piatto della bilancia, l’autoconservazione sull’altro. Entrambi avevano rinviato il conto ai posteri. Sarebbe arrivato, quarant’anni dopo, nella forma di una guerra civile.
La doppia morte del 4 luglio 1826 sciolse ogni dubbio, per i contemporanei: l’America era davvero eletta. Quando cinque anni dopo anche James Monroe morì un 4 luglio, il sigillo parve definitivo. Da lì il filo corre dritto: il «destino manifesto» che negli anni Quaranta dell’Ottocento giustificò la conquista del continente e lo spossessamento dei nativi, i proprietari di piantagioni che chiamavano la schiavitù una benedizione della Provvidenza, fino alla «città sulla collina» di Reagan. Il provvidenzialismo resta la più duratura delle idee americane. E forse la più pericolosa, per ciò che ha giustificato e perdonato.
Nel duecentocinquantesimo anniversario della Dichiarazione, che è anche il bicentenario esatto della loro morte, viene naturale dare ragione alla tradizione: Thomas Jefferson sopravvive. Ma a parlare più chiaramente al presente è la voce di Adams, che temeva che gli americani, «invece che il popolo più illuminato», finissero per avere «la reputazione del popolo più sciocco sotto il cielo». Le rivoluzioni, aveva scritto a Niles, non sono bazzecole. Nemmeno gli anniversari lo sono.



