Il clima delle elezioni californiane
Tra costo dell’energia, transizione climatica e competizione per l'elezione del prossimo governatore, il cambiamento climatico è al centro del dibattito nel confronto elettorale

Con l’avvicinarsi dell’estate, la California si prepara a una nuova fase di instabilità climatica legata al possibile ritorno di El Niño, il fenomeno climatico periodico causato dal riscaldamento anomalo delle acque superficiali del Pacifico equatoriale e associato a eventi meteorologici estremi. Per uno Stato già segnato negli ultimi anni da incendi, siccità e crisi idriche, il ritorno di El Niño rischia di aggravare una condizione di vulnerabilità climatica permanente, senza contare la costante minaccia dei venti di Santa Ana.
Nel Golden State, la crisi climatica rappresenta ormai da anni una questione sociale e politica inscindibile dal dibattito pubblico. In questo contesto, con l’avvicinarsi della nuova tornata elettorale di novembre per la carica di governatore, il tema si conferma uno degli assi centrali nella definizione delle agende dei candidati.
La corsa governatoriale californiana si configura come un campo altamente frammentato, con dieci candidati in gara alle primarie di giugno, di cui otto democratici e due repubblicani. Sul fronte democratico figurano, tra gli altri, Xavier Becerra, Katie Porter, Antonio Villaraigosa, Tony Thurmond, Matt Mahan e Tom Steyer, mentre sul versante repubblicano, invece, i principali candidati sono Chad Bianco e Steve Hilton. In California, prima ancora che sul piano ideologico, la questione climatica si gioca oggi sul terreno economico. Gran parte del dibattito politico ruota, infatti, attorno al prezzo dell’energia, al mercato del gas e ai costi della transizione ecologica; temi centrali nella competizione tra i candidati governatori. Da un lato l’area democratica, seppur frammentata al suo interno, difende la necessità di mantenere standard ambientali elevati e accelerare la decarbonizzazione; dall’altro, i candidati repubblicani attribuiscono alle politiche climatiche dello Stato un ruolo significativo nell’aumento dei prezzi del gas e del costo della vita.
Il dibattito non si concentra più sulla necessità della transizione, quanto sulle sue modalità e sulla distribuzione dei relativi costi. In vista delle primarie del 2 giugno, che si svolgono secondo il sistema top-two (i due candidati più votati, indipendentemente dal partito, accedono alle elezioni generali di novembre), Greenpeace ha analizzato i programmi dei candidati in ottica climatica, elaborando per ciascuno una serie di pagelle. L’analisi restituisce l’immagine di un campo politico polarizzato, in cui le differenze tra candidati non riguardano soltanto l’intensità dell’impegno climatico ma soprattutto il ruolo assegnato allo Stato nella regolazione del mercato energetico e nella gestione della transizione.
L’approfondimento dell’associazione ambientalista esamina i candidati a partire dalle loro posizioni dichiarate su alcune delle principali questioni legate alla crisi climatica in California, con particolare riferimento a energia, mercato del gas e politiche di riduzione delle emissioni.
Tra i democratici, la maggior parte dei candidati ha scelto di essere in continuità con l’impostazione climatica dell’attuale amministrazione Newsom, con alcune posizioni più moderate sul tema dei costi della transizione. Figure come Katie Porter o Xavier Becerra tendono a sostenere il mantenimento di standard ambientali elevati e l’accelerazione della decarbonizzazione, con particolare attenzione alla regolazione delle emissioni e alla resilienza climatica dello Stato. All’interno dello stesso schieramento emergono tuttavia posizioni più orientate al bilanciamento tra obiettivi ambientali e sostenibilità economica, soprattutto sul fronte del costo dell’energia e della gestione del mercato elettrico. In questi casi, la transizione climatica non viene rimessa in discussione nei suoi obiettivi di fondo, ma ricalibrata alla luce del suo impatto sui prezzi del gas, delle bollette elettriche e più in generale sul costo della vita, ormai uno dei principali assi del dibattito politico californiano.
Sul fronte repubblicano, rappresentato da Chad Bianco e Steve Hilton, il giudizio sull’impianto delle politiche climatiche statali è più critico e si concentra soprattutto sugli effetti delle regolazioni ambientali sul prezzo dell’energia e sul mercato del gas. In questo caso, la transizione energetica viene spesso letta non come un obiettivo da accelerare, ma come una politica da riequilibrare alla luce del suo impatto sul costo della vita e sulla competitività economica della California. Il clima, più che un argomento a sé stante, diventa quindi parte di una più ampia discussione sulle condizioni del mercato energetico.
Una delle posizioni più contestare dall’area democratica dello Stato è quella di Steve Hilton, commentatore per Fox News ed ex consigliere di David Cameron, da sempre critico nei confronti dell’impianto delle politiche climatiche e regolatorie della California sotto l’amministrazione Newsom. Come ha affermato in un intervento su Newsweek, la direzione intrapresa dallo Stato avrebbe prodotto un modello di “ambientalismo inefficace”, incapace di coniugare gli obiettivi di riduzione delle emissioni con la sostenibilità economica per famiglie e imprese. In questa lettura, il nodo centrale non riguarda la necessità della transizione energetica, quanto piuttosto le modalità con cui essa viene implementata, giudicate eccessivamente onerose e distorsive per il mercato energetico californiano.
Il confronto tra candidati restituisce infine un quadro in cui la crisi climatica ha perso la sua natura di tema settoriale per diventare un elemento di organizzazione del conflitto politico ed economico. In questo senso, la California appare come un laboratorio in cui la transizione energetica non è più soltanto una politica pubblica, ma una forma di governance del costo della vita e del funzionamento del mercato energetico. Resta da vedere cosa accadrà a novembre, quando il voto degli elettori misurerà il peso reale del cambiamento climatico non solo sull’economia californiana, ma sulle condizioni stesse della vita nello Stato.


