Il 4 luglio e l'emendamento che l'America non ha mai avuto
Mentre gli Stati Uniti celebrano l'indipendenza, la vicenda dell'Equal Rights Amendment ricorda che la promessa di uguaglianza contenuta nella loro storia costituzionale è rimasta incompiuta
Ogni anno, il 4 luglio gli Stati Uniti celebrano la propria indipendenza con fuochi d’artificio, bandiere e discorsi sulla libertà e sull’uguaglianza. È una data fissa dal 1776, quando le tredici colonie si dichiararono libere dal dominio britannico.
Ma la storia di chi ha potuto godere effettivamente di quella libertà è sempre stata più complicata. Lo si vede bene nella lunga e mai conclusa vicenda dell’Equal Rights Amendment (ERA), un emendamento costituzionale pensato per garantire che uomini e donne avessero gli stessi diritti davanti alla legge. A quasi un secolo dalla sua prima proposta, non fa ancora parte della Costituzione degli Stati Uniti.
L'idea risale al 1923, appena tre anni dopo che le donne americane avevano ottenuto il diritto di voto con il diciannovesimo emendamento. Alice Paul, suffragetta nonché una delle figure più importanti del movimento per i diritti delle donne, era convinta che il voto non bastasse. Le donne potevano ancora essere pagate meno degli uomini, escluse da alcuni lavori, tenute fuori dalle giurie oppure trattate diversamente nelle leggi su proprietà e famiglia. Paul scrisse un testo breve ed essenziale, che stabiliva come l’uguaglianza dei diritti davanti alla legge non potesse essere negata o limitata a causa del proprio sesso.
Lo chiamò Lucretia Mott Amendment, come l’attivista abolizionista e per i diritti delle donne, e lo presentò al Congresso quello stesso anno. Per decenni non se ne fece nulla. Alcune voci all’interno del movimento femminista si opposero, temendo che l’emendamento avrebbe eliminato le leggi che proteggevano le lavoratrici, limitando ad esempio gli orari di lavoro o garantendo pause di riposo — tutele che all’epoca venivano viste come conquiste e non come restrizioni. L’emendamento rimase quindi fermo fino agli anni Sessanta e Settanta, quando la seconda ondata del femminismo americano lo riportò al centro del dibattito.
Nel 1972 lo slancio era diventato sufficiente perché entrambe le camere del Congresso approvassero l’ERA con ampie maggioranze bipartisan. Il testo passò quindi agli Stati, dato che modificare la Costituzione americana richiede la ratifica di tre quarti di essi, cioè 38 su 50. Il Congresso fissò un termine di sette anni per la ratifica, poi prorogato a quasi dieci, fino al 1982.
All’inizio la ratifica procedette rapidamente. Nel giro di un anno, trenta Stati l’avevano già approvata. Poi il processo si bloccò. Il motivo principale aveva un nome: Phyllis Schlafly. Attivista conservatrice e avvocata, Schlafly costruì una campagna di base molto efficace chiamata Stop ERA, sostenendo che l’emendamento avrebbe eliminato le tutele legali per mogli e madri, esposto le donne alla leva militare obbligatoria e cancellato quelle distinzioni giuridiche pensate per proteggerle, come il diritto agli alimenti o l’esenzione dai ruoli di combattimento. La sua campagna trovò ampio consenso in diversi parlamenti statali, in particolare nel Sud e in alcune aree del Midwest, e riuscì a presentare l’ERA non come una garanzia di uguaglianza ma come una minaccia alla struttura tradizionale della famiglia.
Alla scadenza prorogata del 1982, solo 35 Stati avevano ratificato l’emendamento, tre in meno del numero necessario. Cinque Stati (Kentucky, Nebraska, Tennessee, Idaho e South Dakota) avevano perfino votato per ritirare la propria approvazione precedente, anche se la validità legale di questi ritiri resta ancora oggi controversa. L’emendamento non passò.
Per molto tempo l’ERA è sembrato una nota a margine della storia, una riforma che aveva avuto la sua occasione e l’aveva persa. Ma non è mai del tutto scomparso. A partire dal 2017, altri tre Stati (Nevada, Illinois e infine Virginia nel 2020) hanno votato per ratificarl0, sostenendo che la scadenza fissata originariamente dal Congresso fosse una questione procedurale e non un vincolo costituzionale vero e proprio, e che quindi potesse ancora essere rispettata a distanza di decenni.
Con queste ratifiche, il totale è arrivato a 38 Stati, il numero tecnicamente necessario. Ma se l’ERA faccia oggi parte della Costituzione a tutti gli effetti resta una questione giuridica irrisolta. L’Archivista degli Stati Uniti, il funzionario responsabile di certificare e pubblicare gli emendamenti costituzionali, si è rifiutato di farlo, citando la scadenza ormai superata e gli Stati che avevano ritirato la propria ratifica. Da allora le battaglie legali e politiche sulla questione sono proseguite senza arrivare a una soluzione. All'inizio del 2025 il dibattito è tornato attuale, quando alcuni attivisti hanno spinto l'amministrazione Biden, ormai in uscita, a far certificare l'0mendamento dall'Archivista. Lo stesso presidente aveva definito l’ERA “the law of the land”.
Vale la pena chiedersi cosa cambierebbe davvero oggi con l’ERA, dato che molti dei suoi obiettivi originari (come le leggi sulla parità salariale o le tutele contro la discriminazione di genere sul lavoro e nell’accesso al credito) sono stati raggiunti nel corso dei decenni attraverso altre leggi e sentenze, soprattutto grazie alla clausola sulla pari protezione del quattordicesimo emendamento, così come interpretata dalla Corte Suprema.
I sostenitori dell’ERA fanno però notare che le tutele previste da una legge ordinaria non equivalgono a quelle costituzionali. Le leggi approvate dal Congresso possono essere abrogate da un Congresso successivo. Le interpretazioni della Corte Suprema possono essere ribaltate da una Corte futura. Un emendamento costituzionale collocherebbe invece l’uguaglianza di genere sullo stesso piano permanente, ad esempio, della libertà di espressione; una decisione che non può essere semplicemente revocata per via legislativa. Questo argomento ha acquisito nuova forza dopo il 2022, quando la Corte Suprema ha ribaltato la sentenza Roe contro Wade del 1973, che aveva stabilito il diritto costituzionale all’aborto. Quel ribaltamento ha mostrato come diritti considerati ormai acquisiti possano in realtà essere rimessi in discussione: una possibilità che secondo i sostenitori dell’ERA rafforza l’idea di scrivere l’uguaglianza nella Costituzione, invece di affidarsi soltanto alle interpretazioni dei tribunali.
Quando gli americani celebrano il 4 luglio, dunque, celebrano l’indipendenza da una potenza coloniale ottenuta nel 1776; non necessariamente il raggiungimento di pari diritti per tutti gli americani, un processo molto più lento, discontinuo e ancora incompleto. Le donne hanno ottenuto il voto nel 1920, quasi un secolo e mezzo dopo l’indipendenza. Una garanzia costituzionale esplicita sull’uguaglianza di genere, proposta per la prima volta nel 1923, ancora oggi formalmente non esiste, pur avendo raggiunto la soglia di ratifica necessaria sulla carta. Non è una condizione esclusiva delle questioni di genere. Le promesse della Costituzione americana sono storicamente state applicate in modo diseguale, alle persone ridotte in schiavitù, ai nativi americani, alle donne. Ampliare la platea di chi ne beneficia ha quasi sempre richiesto una lotta politica prolungata, mai un processo automatico.
La questione dello status dell’ERA non è soltanto una curiosità storica. Resta una battaglia politica aperta. Con la seconda amministrazione Trump non ci sono segnali che il governo federale intenda muoversi per certificare né riconoscere l'emendamento: il contesto politico più ampio, inclusa l’attuale composizione della Corte Suprema, rende improbabile che la questione venga risolta a favore dei sostenitori dell’ERA nel breve periodo. I dibattiti sui diritti riproduttivi, sulla discriminazione sul lavoro e sui confini tra autorità federale e statale in materia di diritti civili continuano a condizionare il modo, e perfino la possibilità stessa, in cui i sostenitori dell’emendamento potranno fare ulteriori passi avanti.
Quello che il lungo e ancora incompiuto percorso dell’ERA racconta è che parole come uguaglianza e libertà, così centrali nel modo in cui viene ricordato il 4 luglio, non si sono mai realizzate da sole. Hanno richiesto, e continuano a richiedere, il lavoro costante di persone disposte a discutere su cosa quelle parole significhino davvero, e per chi.
Mentre il Paese celebra il duecentocinquantesimo anniversario dalla propria fondazione, la domanda che l’ERA lascia aperta non è solo giuridica. Riguarda anche la memoria, cioè quali parti della battaglia per i diritti delle donne vengono ricordate come questioni ormai chiuse e quali invece si è semplicemente dato per scontato fossero risolte, quando in realtà non lo sono mai state.



