Iconoclastia americana: lo scontro sulle basi confederate
Come monumenti, simboli e strutture militari sono diventati il terreno di confronto sulla storia nazionale americana
La storia è spesso un terreno di scontro politico. Alcuni leader, una volta arrivati al potere, cercano di reinterpretare il passato per rafforzare una particolare idea di identità nazionale. È accaduto con Vladimir Putin in Russia, con la sua narrazione patriottica della storia sovietica, o con Recep Tayyip Erdoğan in Turchia, con il recupero simbolico dell’eredità ottomana. Monumenti, nomi, celebrazioni e programmi scolastici diventano così strumenti con cui i governi ridefiniscono il racconto della nazione. Anche negli Stati Uniti, il presidente Donald Trump ha più volte promosso una rilettura della storia americana fondata sulla difesa dei simboli tradizionali e sull’opposizione alla cosiddetta cancel culture.
Uno dei casi più emblematici riguarda il dibattito sui nomi delle basi militari dedicate ai generali della Confederazione. A oltre un secolo e mezzo dalla Guerra Civile, gli Stati Uniti continuano infatti a confrontarsi con l’eredità simbolica del Sud confederato. Le proteste esplose nel 2020 dopo l’uccisione di George Floyd hanno accelerato un processo di revisione dei simboli pubblici legati alla Confederazione, dai monumenti alle intitolazioni militari.
Nel giugno del 2025, presso Fort Bragg — una delle principali basi delle forze speciali dell’esercito americano, situata nei pressi di Fayetteville, in North Carolina — Donald Trump è tornato a difendere pubblicamente il valore simbolico del nome della struttura. La base era stata intitolata nel 1918 al generale confederato Braxton Bragg, originario dello Stato. Figura controversa della Guerra Civile americana, Bragg è ricordato anche per le sue discutibili capacità strategiche sul campo di battaglia.
Nel 2023, tuttavia, sotto l’amministrazione Bide il Pentagono aveva deciso di rinominare la base in Fort Liberty, dopo ripetute richieste da parte dei cittadini. “We won a lot of battles out of those forts. It’s no time to change”, dichiarò Trump, criticando la rimozione dei nomi storici delle basi militari. Pochi mesi dopo, il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha ripristinato il nome Fort Bragg, dedicando formalmente il nuovo nome a Roland L. Bragg, paracadutista decorato della Seconda guerra mondiale.
Il caso di Fort Bragg non è rimasto isolato: anche altre basi militari sono state coinvolte nel processo di ridenominazione avviato dopo il 2020. È accaduto, ad esempio, a Fort Lee, in Virginia, ribattezzata nel 2023 Fort Gregg-Adams dall’amministrazione Biden per rimuovere il riferimento al generale confederato Robert E. Lee. Con il ritorno di Trump, però, anche la base ha recuperato la sua denominazione originaria. Come nel caso di Fort Bragg, il nome è stato formalmente associato a una diversa figura militare: Fitz Lee, il Buffalo Soldier decorato durante la guerra ispano-americana, non più il comandante sudista della Guerra Civile.
Sebbene criticate dai conservatori come espressione della cosiddetta woke mentality, le ridenominazioni avviate nel 2023 non avevano il solo obiettivo di rimuovere i riferimenti confederati. In diversi casi, le nuove intitolazioni erano state pensate per valorizzare figure rimaste a lungo ai margini della memoria militare americana, tra cui soldati afroamericani, donne e veterani decorati. Una scelta che ampliava il dibattito sui nomi delle basi; una ridefinizione dei simboli attraverso cui gli Stati Uniti raccontano la propria identità nazionale. Trump ha invece più volte presentato la rimozione dei simboli confederati come parte di un’offensiva culturale contro la storia e le tradizioni americane. Una narrativa sullo sfondo dello scontro promosso dal trumpismo contro la cancel culture e contro le reinterpretazioni della storia nazionale, considerate eccessivamente critiche verso il passato degli Stati Uniti.
Il dibattito sui simboli confederati si inserisce in una più ampia riflessione sulla costruzione della memoria pubblica negli Stati Uniti. Come evidenziato da un rapporto del Southern Poverty Law Center, gran parte delle statue, delle intitolazioni e dei simboli legati alla Confederazione non risale alla Guerra Civile ma al periodo che va dalla fine del diciannovesimo e l’inizio del ventesimo secolo, in particolare durante l’era della segregazione razziale. Più che semplici omaggi storici, tali elementi riflettono dunque una precisa operazione di costruzione narrativa del passato, funzionale a consolidare una determinata visione dell’identità nazionale nel contesto delle leggi Jim Crow.
Questa lettura ha assunto una dimensione conflittuale nel dibattito pubblico contemporaneo, soprattutto a partire dagli scontri dello Unite the Right Rally, esplosi nel 2017 a Charlottesville in seguito alla decisione di rimuovere una statua del generale Robert E. Lee. Le proteste, degenerate in violenti scontri tra gruppi suprematisti bianchi e manifestanti contrari alla presenza dei simboli confederati nello spazio pubblico, hanno trasformato una controversia locale in un punto di frattura nazionale sul significato stesso della memoria storica americana. Da quel momento, la questione dei simboli confederati non è più stata soltanto una disputa sul passato, ma uno dei principali terreni della polarizzazione politica negli Stati Uniti, in cui si intrecciano identità, rappresentazione della storia e definizione dei valori fondativi della nazione.
In questo senso, il confronto sui monumenti, sulle intitolazioni e sulla memoria della Confederazione ha finito per riflettere una frattura più ampia tra le due principali culture politiche americane: una visione progressista, orientata alla rilettura critica del passato e alla rimozione dei simboli associati alla schiavitù e alla segregazione, contro una prospettiva conservatrice che tende a interpretare tali interventi come una forma di riscrittura della storia nazionale e di attacco alle tradizioni.
La vicenda delle basi militari si precisamente in questo spazio di tensione: non si tratta soltanto di scelte amministrative, ma di una disputa sul modo in cui gli Stati Uniti scelgono di raccontare sé stessi attraverso il proprio passato. In questa prospettiva, la storia cessa di essere un semplice oggetto di interpretazione e diventa un campo di battaglia simbolico in cui si definiscono le diverse idee di nazione negli Stati Uniti contemporanei.



