“I repubblicani sono come Salvini”: la versione di Howard Dean

L'ex governatore del Vermont a ruota libera sul principale partito di opposizione statunitense: “Non credono più nella democrazia”.

La politica americana è piena zeppa di personaggi indimenticabili. In una società schiava, ancora oggi, del mito del self-made man, chiunque può emergere dal nulla e diventare la persona più famosa del Paese. Anche se quel nulla si chiama Vermont, lo Stato più rurale d’America, e la fama nazionale è destinata a durare per soli sei, ubriacanti mesi di adrenalina e sogni infranti.

Howard Dean è uno di quei personaggi indimenticabili. Ha 71 anni e ha lasciato la politica attiva parecchi anni fa per lavorare nel settore privato, dopo aver guidato il Partito Democratico americano, in qualità di Capo del Democratic National Committee, alla conquista della Camera dei Rappresentanti nel 2006, del Senato e della presidenza nel 2008, con Barack Obama. È un anziano signore del New England che all’inizio del Terzo millennio ha fatto quello che in molti oggi sostengono piuttosto arrogantemente di essere capaci di realizzare: cambiare il mondo.

Dicevo, ha cambiato il mondo. Ha cambiato il mondo perché ha cambiato il modo di fare campagna elettorale. In America, ma non solo. È stato il primo candidato politico a usare strutturalmente internet, a mettere in rete la gente comune grazie ai social network. Memorabile fu il boom di adesioni alla piattaforma online Meetup, poi resa popolare in Italia da un certo Beppe Grillo.

Ha perso le primarie del Partito Democratico nel 2004 dopo essere arrivato terzo in Iowa. Il guaito emesso sul palco di Des Moines la notte elettorale del 19 gennaio 2004 è rimasto impresso nella mente di tutti gli appassionati di politica americana. Ma anche a chi credeva finalmente di poter riposizionare la finestra di Overton negli Stati Uniti qualche centimetro in più verso sinistra. A chi, in tempi non sospetti, 12 anni dopo si sarebbe rifugiato nelle idee di un altro “vecchietto” del Vermont. Eppure, un tempo bastava un eccesso di entusiasmo a polverizzare la carriera politica di una persona.

Lo chiamo, risponde subito. Inizia l’intervista con la gentilezza e il tono amichevole di una persona genuinamente simpatica. Fa un saluto prima in spagnolo, poi si corregge con un "Bongiorno" quasi caricaturale che sembrava uscito direttamente da una scena di Bastardi senza gloria. Mi ringrazia per aver interrotto la sua monotona vita da pensionato, divisa tra il suo ufficio di Washington D.C., dove lavora per una grande lobby farmaceutica, Dentons, e la sua bucolica cabin a Burlington, in Vermont, da dove ha accettato di farsi intervistare. Questo è Howard Dean.


Howard Dean, sono trascorsi sette mesi dalla vittoria di Joe Biden contro Donald Trump. Secondo lei, il Paese sta già meglio di come stava sotto la leadership di Trump?

Certo che sta meglio. Se prendiamo il metro di giudizio di Trump, gli indici di borsa sono molto più alti, la percentuale di americani che ha fiducia nel governo è in aumento e la situazione creata dal Covid sta decisamente migliorando, ma c’è ancora parecchio lavoro da fare. La strada è lunga.

I democratici non sono stati in grado di vincere il Senato a novembre e alla fine hanno dovuto aspettare i ballottaggi di gennaio scorso in Georgia per conquistare la più risicata delle maggioranze al Congresso. Per quale motivo i candidati nelle elezioni secondarie sono andati così male rispetto all’impressionante vittoria di Biden?

È interessante da notare che Trump ha fatto presa su quegli elettori che non sempre vanno a votare. Questo è il primo dei problemi dei democratici. La seconda questione è che ormai nessuno capisce come fare i sondaggi. I social hanno completamente cambiato il modo di farli e la cosa che rende il tutto ancor più complesso è che gli elettori di Trump, in proporzione maggiore rispetto ai democratici e ai moderati, non rispondono alle domande che gli vengono fatte dai sondaggisti, perché non si fidano di chi pubblica dati che non corrispondono alle loro opinioni.

Una delle ragioni per cui ci sorprendiamo della buona affluenza di elettori che non ci hanno votato, anche se noi abbiamo avuto un’affluenza altrettanto alta, è che si tratta di un gruppo elettorale che non è mai stato analizzato bene in tutti questi anni e non lo è ancora oggi.

I repubblicani sono convinti che il suo partito è un partito di estrema sinistra. Hanno ragione? Gli slogan elettorali pro-immigrazione e pauperisti di Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez sono diventati i punti fermi dell’ideologia di Biden?

Biden vorrebbe riconciliare il popolo americano, ma fondamentalmente i repubblicani hanno smesso di credere nella democrazia. Mi ricordano Salvini in Italia, a cui semplicemente non importa nulla della democrazia. Vogliono soltanto il potere e se ne infischiano della costituzione. Io ignoro qualsiasi cosa i repubblicani dicano. Purtroppo non abbiamo più un partito di opposizione che sostenga il nostro paese.

Biden, invece, è un democratico tradizionale. Vuole aiutare i lavoratori (e l’ha fatto, del resto è cresciuto in una famiglia della working class americana) e vorrebbe introdurre l’assistenza sanitaria universale; una battaglia quasi vinta dall’amministrazione Obama di cui lui stesso faceva parte. Non direi che Biden ha adottato le proposte di Sanders e AOC: le parole che utilizzano riguardo agli stessi obiettivi sono diverse, ma gli obiettivi si somigliano molto.

Vorrei che commentasse una frase che circola da quando Biden è entrato in carica: “Joe Biden è il nuovo Franklin Delano Roosevelt”. Lei è d’accordo?

Penso che sia troppo presto per dirlo. FDR è uno dei tre migliori presidenti della storia, soltanto Abramo Lincoln e George Washington sono riusciti a trasformare l’America e il mondo come c’è riuscito Roosevelt.

Credo che Biden abbia mutuato da FDR alcuni istinti. Per esempio, Biden sostiene che il Paese debba funzionare per tutti e che sia di tutti, perché se fai rimanere indietro la working class allora il Paese non funziona come dovrebbe, ma sostiene anche che l’unico modo per salvare il capitalismo sia facendolo funzionare per tutti, anche se questo non funziona più.

Quindi, da questo punto di vista, Biden ha le stesse idee di FDR, ma in ogni caso, a differenza di quest’ultimo, non potrà farsi eleggere 4 volte, perciò dobbiamo vedere come si comporterà nel corso del suo mandato.

Nel 2004, lei si è reso protagonista di una storica campagna elettorale, mentre i democratici erano forse troppo concentrati a scendere a compromessi con le proposte di Bush, approvando ulteriori tagli alle tasse e, naturalmente, la guerra in Iraq. Le cose sono decisamente cambiate da allora. Crede che il futuro del Partito Democratico risieda nell'abbracciare idee progressiste invece di apparire più moderato?

Sì. Una premessa: noi non formiamo coalizioni di governo come fate voi nelle democrazie parlamentari europee. Noi formiamo le coalizioni elettorali prima – e non dopo – del voto, il che significa che all’apparenza ci sono due partiti con delle differenze enormi, mentre voi avete una moltitudine di partiti che scendono a compromessi solo in un secondo momento.

Per certi versi il vostro è un sistema migliore, perché i partiti possono mandare un messaggio forte e chiaro a tutte le parti politiche. Quando invece si costruiscono le coalizioni prima delle elezioni, ciò risulta complicato, perché ci sono troppe differenze all’interno della coalizione.

Un altro problema è che dentro al Partito Democratico americano esistono delle divisioni marcate tra progressisti e moderati. Entrambi gli schieramenti faticano a comprendere che senza un’unione d’intenti non si può vincere. Questo spiana la strada agli autocrati e sappiamo tutti cosa può succedere quando un’autocrazia soppianta una democrazia. La maggior parte degli americani vuole la sanità universale, delle scuole e delle autostrade migliori. I moderati possono votare eccome per questo tipo di proposte, perfino per la sanità pubblica, senza temere necessariamente la sconfitta.

Ai progressisti chiedo invece di smetterla di fare la guerra alla propria gente. Se non si riconosce che non si può andare d’accordo su tutto, allora rimarremo bloccati su queste discussioni per sempre. Non è che se io, Howard Dean, la penso diversamente allora sono un “venduto”. Per quanto mi riguarda, ad esempio, sono contrario all’idea di sospendere i brevetti per i vaccini, perché non penso porti a un incremento nelle vaccinazioni. Penso invece che dovremmo spendere, esportare e investire di più sulla distribuzione.

Si possono avere opinioni discordanti senza doversi per forza insultare a vicenda. Dunque, ai moderati chiedo di votare i progressisti e ai progressisti chiedo di avere più pazienza coi moderati quando parlano dei temi più caldi.

L'America ha sempre lanciato le rivoluzioni politiche in tutto il mondo. Negli ultimi decenni è successo dopo il trionfo di Clinton negli anni ’90, che ha rinvigorito i partiti di sinistra in tutta Europa, e anche dopo la scioccante vittoria di Trump che ha generato un'ondata populista che si è estesa dall'Italia alle Filippine. Eppure, il sorprendente risultato di Biden nel 2020 non ha ancora prodotto conseguenze politiche significative in Europa, con i conservatori che recentemente sono riusciti a rimanere al potere nelle elezioni locali in Spagna e nel Regno Unito. L’influenza degli Stati Uniti nel resto del mondo continuerà ad esserci?

In realtà penso che il movimento populista sia stato più attivo prima in Europa che in America. Gli europei devono superare l’idea secondo cui gli Stati Uniti possano risolvere i loro problemi.

L’Unione Europea sarà un leader globale nei prossimi decenni, come del resto voleva Obama. L’Europa deve cominciare ad assumersi le sue responsabilità e smetterla di aspettare le mosse degli Stati Uniti. Siete molto più avanzati di noi nelle leggi sul lavoro, sulle regolamentazioni ambientali e tecnologiche.

La sfida più grande dell’Europa è trovare unità nell’Unione Europea. L’UE è molto giovane e ha parecchio lavoro da fare per crescere. E nel frattempo c’è Putin che fa il possibile per creare disordine al suo interno, mentendo continuamente e a quanto pare anche dirottando aerei civili.

Io vedo due rivoluzioni populiste su entrambe le sponde dell’Atlantico, ma anche dei rivolgimenti verso sinistra, soltanto che né gli Stati Uniti, né l’Europa cercano l’egemonia.

È diventato di stringente attualità per gli europei assumere una qualche sorta di leadership quando Trump è arrivato alla Casa Bianca. La cosa più importante che è stata detta in quel periodo l’ha pronunciata Angela Merkel quando ha annunciato che l’Europa non poteva più considerare gli Stati Uniti un alleato affidabile. Il che non è completamente sbagliato. Certo, adesso con Biden e i democratici non è più vero perché sono tornati gli internazionalisti. E questo è il futuro del mondo, l’internazionalismo.

Sarebbe ora che l’Europa capisse cosa fare in quanto forza indipendente, senza dover aspettare segnali dagli Stati Uniti. Abbiamo bisogno di una leadership politica da parte dell’Europa e credo che, sì, finora l’abbiamo avuta, ma si è trattato di una situazione nuova che non avevamo mai visto prima perché l’America è stata la potenza dominante a partire dalla Seconda guerra mondiale.

I carteggi di Jefferson sono e rimarranno sempre gratuiti. Se vuoi sostenere il lavoro della redazione…

Offrici un caffè