Un tesoro nel cassetto
Nella corsa ai minerali critici conterà anche il riciclo dei rifiuti. Le aziende investono sul recupero di batterie e dispositivi elettronici, mentre il governo inizia a muoversi

Nel deserto del Nevada, a pochi chilometri da Reno, sorge una delle miniere urbane attive più grandi degli Stati Uniti. Un giacimento di minerali preziosi molto lontano dall’immaginario collettivo, più simile a una grossa fabbrica che a una miniera. Si tratta del Tahoe Campus: una struttura che si estende per oltre 364 ettari (una superficie pari a più di 480 campi da calcio) e che salta subito all’occhio tra le alture e la vegetazione rada del Great Basin. Qui, ogni giorno, vengono smontate e triturate vecchie batterie agli ioni di litio, di qualunque capacità o dimensione, con l’obiettivo di recuperare tutti i metalli preziosi contenuti al loro interno. L’impianto di riciclo della Redwood Materials è uno dei più grandi del Paese tra quelli specializzati nel recupero delle batterie e arriva a produrre ogni anno circa 60.000 tonnellate di minerali e metalli critici come litio, nichel, cobalto e rame, dai rifiuti. C’è spazio per le batterie di ogni tipo di dispositivo ricaricabile: dagli scarti di chi le produce a quelle che alimentano cellulari, laptop, tablet e altri apparecchi elettrici o elettronici di uso comune.
Non è un caso che l’impianto sorga a una manciata di chilometri dalla gigafactory di un colosso come Tesla, visto che a fondare la Redwood Materials nel 2017 è stato proprio il cofondatore ed ex direttore tecnico della celebre casa automobilistica, Jeffrey Brian Straubel. Dieci anni fa, la sua scelta di allontanarsi da Tesla per qualche anno per dedicarsi al riciclo venne considerata audace, se non folle. Oggi, dati l’aumento delle batterie a fine vita e il crescente fabbisogno di materie prime critiche dell’industria, non può che essere letta come un’intuizione efficace.
È lo stesso riciclo, d’altronde, a essere visto con occhi diversi: non è più soltanto il metodo migliore, più corretto e rispettoso dell’ambiente per gestire i rifiuti, ma un vero e proprio asset strategico per ridurre la dipendenza dall’estero e rendere più sicuro l’approvvigionamento di elementi vitali per l’economia e la sicurezza nazionale.
Gli Stati Uniti stanno iniziando a riflettere in termini concreti sulla necessità di costruire una filiera nazionale del riciclo dei materiali critici, sfruttando le potenzialità insite nel recupero di rifiuti come quelli derivanti dagli apparecchi elettrici ed elettronici a fine vita, i cosiddetti Raee, e dalle batterie. Lo dimostrano alcuni recenti avvisi di finanziamento pubblicati dal Dipartimento dell’Energia (DOE). A dicembre dello scorso anno, il governo ha messo a disposizione fino a 134 milioni di dollari per progetti di recupero e raffinazione delle terre rare da fonti non convenzionali, come residui minerari, rifiuti elettronici e altri materiali di scarto, mentre a marzo di quest’anno ha stanziato altri 500 milioni per supportare lo sviluppo di impianti attivi nella lavorazione dei minerali critici e strategici, nella produzione e nel riciclo delle batterie e dei relativi componenti.
È sempre più forte la consapevolezza che riciclare questi materiali possa irrobustire le catene di approvvigionamento delle aziende americane, riducendone le spese, limitandone l’esposizione alla volatilità dei mercati globali e fornendo loro degli ottimi anticorpi contro le interruzioni delle catene di fornitura legate a eventuali crisi geopolitiche. Investire nello sfruttamento delle miniere urbane e industriali, ovvero nel recupero dei rifiuti generati dai cittadini e dal mondo produttivo, potrebbe diventare uno dei pilastri della strategia del Paese per ridurre la propria dipendenza dall’estero. Un tema, quest’ultimo, tutt’altro che secondario.
L’ultima lista dei minerali critici stilata dal Geological Survey per il Dipartimento dell’Interno, aggiornata a novembre 2025, conta ben 60 voci e comprende minerali, elementi, sostanze o materiali che presentano rischi elevati di interruzione delle catene di fornitura e che svolgono una funzione essenziale per lo sviluppo di tecnologie cruciali per il futuro. Una posizione preponderante nell’elenco spetta alle terre rare, un gruppo di diciassette elementi chimici particolarmente difficili da estrarre, lavorare e raffinare, oltre che necessari per la transizione digitale ed ecologica. Sempre secondo le stime del Geological Survey, oggi più del 95 per cento della domanda statunitense di terre rare è soddisfatta grazie a fonti estere e, più in generale, oltre la metà dei materiali critici utilizzati negli Stati Uniti proviene da altri Paesi. Come se non bastasse, per almeno dodici degli elementi della lista le imprese dipendono esclusivamente dall’estero e non possono contare neanche in minima parte su fonti interne.
Una quota rilevante delle materie prime critiche importate negli Stati Uniti proviene dalla Cina, che a livello mondiale domina l’intera catena del valore, dall’estrazione di metalli e minerali fino alla loro raffinazione e lavorazione. È anche per questo motivo che il governo sta cercando di aumentare il proprio controllo sulla fornitura di minerali essenziali, attraverso finanziamenti diretti e partenariati pubblico-privato per fare in modo che l’estrazione e la lavorazione avvengano su suolo americano, e tramite la stipula di contratti a lungo termine con altri Paesi per l’acquisto di quantità fisse di materiali a prezzi prestabiliti (i cosiddetti off-take agreements). Nella strategia di Washington rientrano anche la conclusione di accordi con Stati che presentano un alto potenziale esplorativo, come il Kazakistan, e la creazione di blocchi di alleanze commerciali per contrastare il dominio cinese.
Uno dei patti più recenti è il memorandum d’intesa siglato il 24 aprile dal Segretario di Stato Marco Rubio e dal Commissario dell’Unione europea per il Commercio e la sicurezza economica Maros Šefčovič, che impegna le parti a cooperare per la costruzione di catene di approvvigionamento dei minerali critici sicure e sostenibili. L’accordo contempla ogni fase della catena del valore, dall’esplorazione al recupero di materia, sostenendo l’innovazione, gli investimenti e l’adozione di misure sul versante dell’offerta e della domanda. È espressamente menzionato anche il riciclo, che nei piani dell’Unione europea occupa già una posizione di rilievo: entro il 2030 dovrà coprire almeno il 25 per cento del consumo annuo di materie prime strategiche dei suoi ventisette Stati membri.
Accanto agli sforzi diplomatici, la tattica degli Stati Uniti non esclude le maniere forti. Alle misure protezionistiche e ai tentativi di diversificare le fonti di approvvigionamento tramite accordi internazionali si aggiunge l’aggressiva politica estera promossa da Trump nei confronti della Groenlandia, ricca di terre rare e minerali strategici, e del Venezuela, che al di là degli altri interessi in gioco dispone di importanti giacimenti di materiali cruciali come il manganese, utilizzato soprattutto nella produzione di acciaio e batterie.
La prossima leva sul fronte interno potrebbe essere rappresentata da un maggiore sfruttamento delle miniere urbane, oltre che dei giacimenti minerari. I rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche e le batterie presentano enormi potenzialità di recupero di materie prime critiche. Secondo l’International Energy Agency, a livello globale il riciclo potrebbe ridurre del 40 per cento il fabbisogno di nuove attività estrattive per rame e cobalto e del 25 per cento per litio e nichel entro il 2050. Nello stesso periodo, il valore di mercato dei minerali riciclati utili per la transizione energetica dovrebbe crescere di cinque volte, fino a raggiungere i 200 miliardi di dollari.
Molte imprese hanno già deciso di investire in questa direzione. Oltre al caso di JB Straubel e della sua Redwood Materials, che produce litio, nichel, cobalto, rame e materiale catodico attivo su larga scala grazie a due impianti in Nevada e in South Carolina, se ne potrebbero citare parecchi altri. Ad esempio c’è la MP Materials, proprietaria della miniera e dell’impianto di raffinazione delle terre rare di Mountain Pass, in California, che ha deciso di realizzare una linea di riciclo su scala commerciale dedicata alla lavorazione di materiali come rottami magnetici e componenti recuperati da prodotti a fine vita. Lo scorso anno, l’azienda ha stipulato con Apple un accordo di collaborazione pluriennale da 500 milioni di dollari, dopo aver sperimentato una tecnologia di riciclaggio avanzata che consente di trasformare i magneti permanenti realizzati con terre rare in materiali capaci di soddisfare i rigorosi standard di design e prestazione della società di Cupertino. Un altro caso degno di nota è quello della ReElement Technologies, specializzata nella raffinazione di terre rare e minerali critici, che nel suo impianto di Noblesville, in Indiana, ha sviluppato una tecnologia in grado di riciclare gli elementi di terre rare derivati dai magneti a fine vita. Entro fine anno ha in programma di avviare nello Stato un nuovo impianto capace di sfruttarla su scala commerciale.
Certi tipi di rifiuti, particolarmente ricchi di materiali preziosi, potrebbero iniziare a essere considerati parte integrante delle riserve di minerali e metalli critici degli Stati Uniti: un vero e proprio tesoro, che magari giace ancora inutilizzato nei cassetti e nelle soffitte dei cittadini o tra gli scarti produttivi delle industrie. La leadership sulle tecnologie del futuro si giocherà non solo sulla capacità di estrarre nuove risorse o di stringere accordi vantaggiosi per accaparrarsele ma anche su quella, altrettanto decisiva, di recuperarle. I recenti bandi del DOE e la crescente attenzione delle agenzie federali per il riciclo dei dispositivi elettronici e delle batterie sembrano andare in questa direzione, anche se il percorso è ancora tutto da tracciare.


