L’ultimo atto di "Re Carbone"
L’amministrazione Trump le prova tutte per rianimare un settore energetico in declino da oltre un decennio: tra incentivi, finanziamenti e un’improbabile mascotte

All’inizio del secolo scorso, lo scrittore Upton Sinclair meditò a lungo sulla pervasività dell’industria del carbone negli Stati Uniti, approfondendo le dinamiche sociali che ne stavano accompagnando l’evoluzione. Con il suo lavoro non si limitò a denunciare le brutali condizioni di lavoro dei minatori, ma allargò lo sguardo tanto alle comunità quanto alle disuguaglianze che il settore stava contribuendo a plasmare. Ispirandosi alle rivolte sindacali che scossero i bacini carboniferi del Colorado tra il 1913 e il 1914, scrisse King Coal: uno spaccato della vita dei minatori statunitensi all’inizio del ventesimo secolo, costruito attorno alla decisione di un giovane studente benestante di farsi assumere in miniera, sotto falso nome, per scoprire la verità sulle condizioni di lavoro degli operai.
Oltre cento anni dopo la pubblicazione di quel romanzo, avvenuta nel 1917, l’epopea del carbone sembra ormai prossima a concludersi, seguendo una parabola discendente che dal 2008 ha riguardato tanto la produzione quanto il consumo. Per non parlare dell’occupazione, che nell’arco di un secolo è diminuita del 92 per cento. Il declino del carbone è strutturale ed è dovuto soprattutto all’affermazione di altre fonti energetiche più convenienti e vantaggiose dal punto di vista economico – non solo alla constatazione che rappresenta uno dei combustibili fossili più inquinanti e dannosi per l’ambiente. Il suo contributo alla produzione di elettricità negli Stati Uniti è in forte calo da oltre un decennio: nel 2010 copriva il 48,5 per cento del mix energetico nazionale, mentre nel 2024 la percentuale si attestava al 15 per cento.
Oggi sarebbe impensabile conferirgli il più alto titolo delle gerarchie nobiliari, come fece Sinclair all’inizio del secolo scorso. Fa eccezione il film realizzato nel 2023 dalla documentarista Elaine McMillion Sheldon, che prende in prestito il titolo di quel romanzo per raccontare la cultura legata all’estrazione del carbone negli Appalachi.
Eppure qualcuno che aspira al trono di Re Carbone ancora c’è: si chiama Donald Trump e l’11 febbraio è stato incoronato Campione indiscusso del carbone bello e pulito. Il riconoscimento gli è stato conferito dal Washington Coal Club, un’organizzazione no-profit con legami finanziari con l’industria carbonifera, in virtù dei suoi sforzi nella rivitalizzazione del settore. Anche se forse sarebbe più corretto parlare di rianimazione.
La premiazione è avvenuta a margine della firma di un ordine esecutivo che impone al Dipartimento della Difesa di dare priorità all’acquisto di energia da centrali a carbone per alimentare installazioni militari e strutture di difesa critiche. Il Segretario Pete Hegseth è stato incaricato di approvare accordi per l’acquisto di energia a lungo termine – i cosiddetti Power Purchase Agreement – o contratti simili, con le centrali a carbone. L’obiettivo dichiarato è quello di migliorare l’affidabilità della rete e prevenire i blackout.
Questa mossa dovrebbe consentire di prolungare la vita di una dozzina di centrali che altrimenti avrebbero chiuso i battenti nei prossimi anni, a causa della loro vetustà e dei sempre più elevati costi di gestione, aggiungendosi alle oltre 700 già dismesse dal 2000 a oggi. Fino a pochi mesi fa, infatti, gli operatori avevano cerchiato in rosso sul calendario le date di chiusura di circa la metà delle strutture ancora in vita, programmando di arrestarne l’attività al più tardi tra il 2035 e il 2038. La fine dell’epoca del carbone non era mai sembrata così vicina. La Casa Bianca ha però deciso che gli Stati Uniti non possono rinunciare a questa fonte di energia, poco importa se è diventata antieconomica.
Tra proroghe forzate, finanziamenti diretti e altre agevolazioni, l’amministrazione Trump sta facendo tutto il possibile per rinvigorire il settore, compresa un’improbabile campagna di rebranding per riabilitare l’immagine di questo combustibile fossile. Il presidente e la sua squadra non usano mai la parola “carbone” senza introdurla con gli aggettivi “bello” e “pulito”. A inizio 2026, poi, la principale agenzia federale responsabile della regolamentazione delle miniere ha addirittura lanciato la propria mascotte: Coalie, un tenero pezzo di carbone in abiti da minatore, forse generato con l’aiuto dell’intelligenza artificiale.
Tutto è iniziato ad aprile dello scorso anno, con la firma di due ordini esecutivi volti a spianare la strada a miniere e centrali. Il primo ha imposto al National Energy Dominance Council, istituito da Trump all’inizio del suo secondo mandato per promuovere le industrie energetiche nazionali, di individuare i casi in cui è possibile classificare il carbone come minerale critico, consentendo così di beneficiare di tutte le misure adottate dal governo per semplificare le attività estrattive. Il secondo, siglato lo stesso giorno, ha introdotto una serie di semplificazioni per facilitare la generazione di elettricità da questa fonte, posticipando l’adeguamento delle centrali agli standard fissati dall’Environmental Protection Agency (EPA) in materia di emissioni di inquinanti atmosferici pericolosi.
Nei mesi seguenti, sostenendo la necessità di rispondere all’aumento della domanda di energia connesso al boom dei data center e di evitare di sovraccaricare le reti elettriche, il Dipartimento dell’Energia (DOE) ha ordinato a numerosi impianti di posticipare la data prevista per la loro chiusura. Invocando il Federal Power Act, che consente al suo dicastero di imporre alle centrali di rimanere in funzione per novanta giorni in caso di emergenza della rete, Chris Wright ha impedito che chiudessero grossi impianti in Michigan, Indiana, Colorado e nello Stato di Washington. Un caso emblematico è quello della centrale J.H. Campbell, a West Olive, in Michigan, la cui chiusura era stata originariamente fissata per il 31 maggio 2025 ma che risulta ancora operativa, grazie a quattro provvedimenti consecutivi emanati da Wright. L’ultimo, datato 17 febbraio, fa leva sul ruolo svolto dall’impianto nella stabilizzazione delle reti durante le tempeste invernali.
Oltre a questi interventi mirati, il DOE ha deciso di stanziare 625 milioni di dollari per espandere e rafforzare l’industria carbonifera, destinando la maggior parte delle risorse all’ammodernamento delle centrali elettriche. Proprio a inizio febbraio, nell’ambito di questa iniziativa, ha stabilito di assegnare 175 milioni a sei impianti in Kentucky, North Carolina, Ohio e West Virginia. L’obiettivo resta tenerli in vita il più a lungo possibile.
Sul fronte minerario, invece, il Dipartimento dell’Interno ha annunciato l’apertura all’estrazione carbonifera di circa 5,3 milioni di ettari di terreni federali. Una mossa che fa il paio con la decisione, contenuta nella One Big Beautiful Bill, di ridurre al 7 per cento le royalty che le società sono tenute a versare alle autorità federali per l’estrazione e la vendita del carbone. Lo scopo è incentivare le aziende a investire di più nel settore, ma la misura è stata molto criticata perché comporterà una riduzione delle entrate federali e di conseguenza delle royalty che dovranno essere distribuite agli Stati che ospitano le miniere. Si prevede che il solo Wyoming, primo produttore di carbone a livello nazionale, perderà circa 50 milioni di dollari l’anno.
Gli sforzi dell’amministrazione per il rilancio del carbone non si fermano qui. Grazie all’abrogazione di numerose norme dell’era Biden, Trump sta gradualmente allentando i vincoli ambientali legati sia al rilascio delle autorizzazioni per le nuove attività estrattive sia all’operatività degli impianti. L’ultima mossa è dell’EPA, che ha annunciato l’abrogazione delle restrizioni introdotte nel 2024 per le emissioni di mercurio e altre sostanze nocive da parte delle centrali a carbone. A beneficiare di questa misura sarà una decina di impianti di combustione della lignite (un tipo di carbone di bassa qualità) concentrati in North Dakota e Texas. L’Agenzia è al lavoro per eliminare le restrizioni legate alle emissioni di fuliggine e metalli pericolosi, che richiedono l’installazione di sistemi di monitoraggio continuo delle sostanze emesse in atmosfera anziché, come in passato, semplici controlli periodici delle ciminiere. Un costo che l’amministrazione ritiene ingiusto imporre alle imprese, senza però considerare davvero quello che le misure adottate fin qui imporranno alla salute dei cittadini.
Il regno del carbone è tramontato da un pezzo, ma Donald Trump sembra comunque deciso a indossarne la corona, costi quel che costi, rianimandolo a suon di proroghe, incentivi e sovvenzioni. Il mercato energetico statunitense lo seguirà? Probabilmente no. Del resto, da più di un decennio, i numeri raccontano una storia diversa.



Molto interessante