
“Per essere sicuri di avere abbastanza petrolio per tutto l’inverno, in tutto il Paese, sarà essenziale vivere e lavorare a temperature più basse”. L’espressione del presidente Richard Nixon è grave mentre pronuncia queste parole in diretta nazionale. Lo sguardo è fisso sul documento che sta recitando, solleva la testa di tanto in tanto ma non guarda mai direttamente l’obiettivo della telecamera. Ha già chiesto alle industrie e alle società dei servizi pubblici di ridurre l’uso di petrolio, a vantaggio del carbone, e annunciato riduzioni di circa il 15 per cento nella fornitura di combustibili per il riscaldamento di abitazioni, uffici e altre strutture. “Dobbiamo chiedervi di abbassare il termostato di casa di almeno sei gradi [Fahrenheit, ndr], in modo da raggiungere una media diurna nazionale di 68 °F [circa 20°C, ndr]”. Nixon alza lo sguardo, accenna un sorriso: “Tra l’altro, il mio dottore mi ha detto che a una temperatura tra 66 e 68 °F si è decisamente più in salute rispetto a quando ce ne sono tra i 75 e i 78 [tra i 24 e i 25°C, ndr], se può essere di conforto”.
Era il 7 novembre 1973 quando la Casa Bianca chiese agli americani di abbassare le temperature per fronteggiare gli effetti della crisi petrolifera che seguì la guerra del Kippur. Fu allora che iniziò a prendere piede il concetto di risparmio energetico, alimentato dalla diffusione di vere e proprie guide, anche ufficiali, su quanto fosse facile contenere i propri consumi e le bollette adottando solo qualche piccolo accorgimento. Lo stesso governo si prodigò pubblicando, nel 1974, la sua Citizen Action Guide to Energy Conservation: poco più di sessanta pagine di istruzioni su come limitare i consumi negli edifici residenziali e commerciali, nell’industria e nei trasporti.
Per quanto forte sia la tentazione di paragonare quella crisi alla situazione odierna, è innegabile che i tempi siano cambiati. A marzo, l’Agenzia internazionale per l’energia scriveva che le tensioni in Medio Oriente e il blocco dello stretto di Hormuz stessero creando la più grande interruzione delle forniture nella storia del mercato petrolifero globale. Gli Stati Uniti di oggi, però, non sono gli stessi di cinquant’anni fa: la maggiore produzione interna di petrolio e gas, la diversificazione delle fonti e delle forniture, la creazione di riserve strategiche e il miglioramento dell’efficienza energetica hanno contribuito a ridurne di netto la vulnerabilità. In parte, il merito è anche di quello shock, che rese evidente la necessità di cambiare approccio.
Questo non significa che la guerra in Iran non stia avendo ripercussioni sulla vita e sulle tasche degli statunitensi. Nel momento in cui questo articolo viene scritto, la Watson School of International and Public Affairs della Brown University stima che dal 28 febbraio 2026 in poi, solo per benzina e gasolio, i cittadini abbiano pagato oltre 145 miliardi di dollari in più rispetto a uno scenario in cui il conflitto non si fosse verificato. Il contatore viene aggiornato quotidianamente, ed è probabile che mentre leggete queste righe i valori siano già aumentati.
In parallelo, l’inflazione, l’esplosione della domanda di energia per i data center e l’intelligenza artificiale, l’obsolescenza delle reti elettriche e la necessità di ammodernarle stanno facendo lievitare le bollette. Secondo dati federali, negli ultimi tre anni i prezzi dell’elettricità nelle principali città statunitensi sono aumentati del 14 per cento. E anche le indagini demoscopiche rilevano la crescente insofferenza dei cittadini: un sondaggio di Consumer Reports ha rilevato che circa un quarto delle famiglie statunitensi dichiara di abbassare le temperature “a livelli scomodi” per ridurre i costi energetici. Quasi un cittadino su cinque afferma di aver dovuto ridurre la spesa alimentare per poter pagare la bolletta dell’elettricità. Il conflitto in Iran è solo una tra le cause dell’impennata dei prezzi: gli americani puntano il dito soprattutto contro gli eccessivi profitti delle utilities e la proliferazione di data center e infrastrutture per l’intelligenza artificiale.
Le differenze rispetto alla situazione degli anni Settanta sono enormi, ed è profondamente diverso anche l’approccio della Casa Bianca. Allora la crisi spinse alla nascita del Dipartimento dell’Energia (DOE) e diede il via a una lunga serie di politiche volte a rendere più efficienti i consumi energetici di veicoli, edifici ed elettrodomestici. Con il tempo sono stati promossi sia standard obbligatori, che nel 1987 Ronald Reagan ha imposto di aggiornare periodicamente per tenerli al passo con l’evoluzione tecnologica, sia sistemi di certificazione su base volontaria. Tra questi ultimi il più noto è il programma federale Energy Star, lanciato nel 1992 dall’Environmental Protection Agency (EPA) per aiutare i consumatori e le aziende a individuare i dispositivi che consumano meno corrente garantendo buone prestazioni. Parafrasando un commento rilasciato di recente al New York Times da Dan Reicher, assistente segretario all’energia del DOE durante l’amministrazione Clinton, l’efficienza è stata per molto tempo “la fonte energetica più bipartisan” che gli Stati Uniti abbiano mai avuto, sostenuta tanto dai democratici quanto dai repubblicani.
Oggi è però invisa. Secondo Donald Trump non può far parte della soluzione all’emergenza energetica nazionale proclamata all’inizio del suo secondo mandato, né può contribuire ad abbassare le bollette. Al contrario, a suo avviso, c’è il rischio che le politiche e gli standard per il risparmio energetico adottati finora possano limitare la libertà di scelta dei consumatori, eliminando dal mercato opzioni più economiche solo perché meno efficienti (o più inquinanti). Come se non bastasse, i requisiti imposti ai produttori, secondo Trump, starebbero anche peggiorando la qualità degli elettrodomestici in vendita. La risposta non è consumare meno o meglio. La sua soluzione è più lineare: se la domanda aumenta deve aumentare anche la produzione di energia, soprattutto da petrolio, gas e carbone. Il risultato è che le famiglie potrebbero trovarsi a consumare più elettricità e gas proprio nel momento in cui l’energia costa di più, oltre ad aumentare i livelli di inquinamento proprio mentre la crisi climatica incalza.
Ma l’attenzione riservata nel tempo all’efficienza energetica, oltre a far bene all’ambiente, ha già dimostrato di poter dare buoni frutti. Facciamo due esempi. Il primo è quello del programma Energy Star che, stando ai dati diffusi dal governo, tra il 1992 e il 2023 ha permesso agli americani di risparmiare oltre 500 miliardi di dollari in bolletta, evitando al tempo stesso l’emissione di 4 miliardi di tonnellate di gas serra, che corrispondono a circa 11 volte le emissioni annue di CO2 dell’Italia, usando come riferimento il dato del 2024. Un altro esempio efficace è quello degli standard CAFE (acronimo di Corporate Average Fuel Economy), i requisiti di efficienza nell’uso del carburante fissati dalla National Highway Traffic Safety Administration, che regolano la distanza minima che i veicoli devono percorrere con un gallone di benzina, diesel o carburante alternativo. Anche questi sono il frutto della crisi petrolifera degli anni Settanta: sono nati nel 1975 e secondo la Princeton University, nei loro primi quarantacinque anni di vita, hanno consentito agli automobilisti americani di risparmiare 5.000 miliardi di dollari sul costo del carburante, impedendo l’emissione in atmosfera di 14 miliardi di tonnellate di CO2.
Nell’arco dell’ultimo anno l’amministrazione Trump si è scagliata contro le norme che regolano l’efficienza energetica, non sempre con successo. Il suo tentativo di smantellare il programma Energy Star è stato fermato dal Congresso, che con la legge bipartisan sugli stanziamenti per l’anno fiscale 2026 non si è limitato a destinare all’EPA 33 milioni di dollari per tenerlo in vita, ma ha anche fissato un livello di spesa annuale obbligatorio, vincolando così l’amministrazione federale a mantenerlo attivo. Nei mesi precedenti si era assistito a una massiccia levata di scudi per salvare il programma, con una campagna di lobbying che ha coinvolto più di 1.200 enti.
Questo episodio potrebbe rimanere un caso isolato, perché gli altri sforzi compiuti dal governo contro l’efficienza energetica stanno andando a buon fine. L’amministrazione Trump ha gradualmente eliminato le agevolazioni fiscali per l’isolamento termico degli edifici e l’acquisto di caldaie più performanti, e ha disposto lo stralcio di almeno una ventina di standard per il risparmio energetico di macchinari ed elettrodomestici, dalle lavatrici ai caricabatterie. Più di recente ha rivisto al ribasso gli standard CAFE sul consumo di carburante dei nuovi veicoli, con l’obiettivo dichiarato di ridurre il prezzo di vendita di auto e camion. E per lo stesso principio non sono al sicuro neanche gli standard per l’efficienza energetica degli edifici, che Trump indica come la principale causa dell’aumento dei costi per la costruzione di nuove abitazioni. In qualche occasione, anche i democratici hanno condiviso questa linea e si sono mossi per allentare le norme sull’efficienza energetica: a gennaio in 57, alla Camera dei rappresentanti, si sono schierati dalla parte dei repubblicani per abolire gli standard sulle case mobili.
Quando si parla di efficienza energetica è facile cadere nella tentazione di considerare solo i maggiori costi iniziali che può comportare, dimenticando di valutare i benefici economici e ambientali che può generare nel lungo periodo. Sarebbe più utile individuare gli strumenti per renderla accessibile anche alle fasce più vulnerabili della popolazione, anziché limitarsi a cavalcarne il legittimo malcontento, in modo che i vantaggi della transizione energetica non diventino un privilegio per pochi, ma un’opportunità concreta per tutti. Pare che il governo statunitense a questa tentazione abbia ceduto, dopo decenni in cui, tra alti e bassi, era riuscito a scamparla.


