“In God We Don't Trust”: il fronte ateo-agnostico negli Stati Uniti

Il lento processo di secolarizzazione in corso negli Stati Uniti viene portato avanti da atei e agnostici, che però vengono visti con diffidenza dagli stessi americani religiosi.

Agnostic Front era, ed è tutt’oggi, il nome di una band punk hardcore della scena newyorkese che ha avuto un discreto successo internazionale nella seconda metà degli anni Novanta. Del perché un gruppo di skinhead d’oltreoceano trovassero particolarmente ribelle l’idea di definirsi agnostici dice molto del rapporto degli statunitensi con le religioni.

Difatti, fu proprio la ricerca della libertà religiosa, non di rado collegata a forme di estremismo, uno dei filoni principali della nascita e dello sviluppo delle colonie britanniche che andarono a costituire il primo nucleo di Stati americani indipendentisti.

Diversamente da come potremmo esser tentati di pensare dal punto di vista della vecchia Europa che lega all’illuminismo, al laicismo, se non proprio al rigetto del pensiero religioso declinato come pensiero politico, la madre motrice delle sue rivoluzioni – quella francese, ça va sans dire – il pensiero rivoluzionario e democratico americano e, quindi, la radice profonda che giustifica l’esistenza di quella polity, è anche di natura religiosa.

Banalmente, basti pensare al modello politico teocratico dei padri pellegrini della colonia di Plymouth, o all’eccezionalismo cui aspirava Winthorp, con la metafora della città sulla collina tratto dal discorso della montagna di Gesù. In sostanza, un popolo eletto ha bisogno di una divinità celeste per essere tale, per quanto effimera o generica – per via delle tante declinazioni confessionali presenti – come il God americano onnipresente nei documenti, nei riti e persino nella carta moneta dello Stato.

Inoltre, il legame tra politica e religione in salsa americana non dev’essere necessariamente declinato in senso conservatore. Infatti, nonostante il dibattito pubblico sui diritti civili accenda spesso i fari sulla convergenza tra Partito Repubblicano e bianchi Evangelici (84% per Trump nel 2020), è noto anche che oltre il 90% degli afroamericani protestanti vota democratico.

Dall’altro lato della barricata ci sono i non-credenti, che possono identificarsi come agnostici, atei o persone che non ritengono afferire a nessuna categoria in particolare. La gran parte di loro vota democratico e auspica politiche sempre più progressiste nell’ambito dei diritti e, in prima linea tra questi, ci sono i giovani.

La diffidenza civica verso i non-religiosi

Le analisi demografiche confermano una tendenza a cascata tra le nuove generazioni: Millennials prima e Gen Z poi, sono sempre meno religiosi. Se circa il 26% del totale degli americani e delle americane non si riconosce in nessun credo, il 40% dei ragazzi e delle ragazze della Generazione Z non rivendica nessuna affiliazione religiosa. Questa inclinazione anticipa un cambiamento profondo nella società americana, che si abbina ad altri di cui ormai siamo più abituati a discutere, ovvero un aumento delle diversità etniche e culturali a scapito del monocratismo bianco e WASP (White Anglo-Saxon Protestant).

Non solo, gli atei sembrano essere uno dei gruppi “religiosi” più attivi del Paese, partecipando attraverso il volontariato e il finanziamento politico, posizionandosi tra coloro che più spingono a sinistra il Partito Democratico. Questo processo – che potremmo definire di secolarizzazione – in corso tra i cittadini americani, risulta però gravemente distante dalle dinamiche interne alle istituzioni: dentro il “palazzo” del Congresso solo lo 0,2% dei parlamentari tra Camera e Senato si dichiara esplicitamente non religioso, forse da aggiungersi statisticamente ai 18 parlamentari che preferiscono proprio non rispondere alla domanda.

Non sappiamo se sia un caso che la secolarizzazione avvenga contestualmente alla crisi della missione universale e salvifica del secolo americano, che si instauri su una base generazionale che non ha vissuto la Guerra Fredda e la contrapposizione morale con “l’infedele” Unione Sovietica. Non è però un caso che la politica sia così reticente ad aprire le porte all’ateismo e all’agnosticismo, per due motivi principali: il primo perché è convinzione diffusa che ci sia più da perdere che da guadagnare dal richiamo a questo segmento elettorale; secondo, perché permane ancora a livello strutturale e profondo una sorta di diffidenza nei confronti di coloro che non credono.

Una diffidenza civica, basata sulla sovrapposizione tra ateismo e amoralità che rende, agli occhi di molti americani, le persone non-religiose non in grado di servire appropriatamente la collettività poiché non rispondono delle loro azioni – anche amministrative – ad una entità superiore. Bisogna, dunque, che a questo percorso di secolarizzazione si unisca lo sviluppo di una conoscenza collettiva di una nuova etica civile laica, che sia in grado di animare lo spirito d’impegno politico delle nuove generazioni.

Per ricongiungere, infine, le res celesti a quelle terrene, la secolarizzazione americana produce più danni elettorali all’interno dello schieramento più composito, articolato da categorie e minoranze che fanno sempre più fatica a perseguire obiettivi comuni se non vengono mobilitate contro qualcuno o qualcosa (per esempio Trump): ossia lo schieramento democratico. Pertanto, dovranno essere i Dem ad avviare un percorso di inclusione, che chiarisca gli obiettivi comuni e i rapporti di forza tra le varie costituencies, altrimenti sempre più difficili da tenere insieme nelle prossime tornate elettorali. Lo spauracchio trumpiano non basta.

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Dottoranda e cultrice di politica internazionale, svolge attività di ricerca sulla politica statunitense