Flash #98: Volando su aerei di carta: il nuovo scontro tra Trump e il Canada
Il protezionismo nell’era dell’alta tecnologia è un’arma a doppio taglio che colpisce chi la impugna.
Quali dovrebbero essere, oggi, le priorità del Presidente degli Stati Uniti d’America i cui cittadini ingaggiano una lotta armata con tanto di ripetute esecuzioni sommarie per le strade delle città del Paese?
Sicuramente non immaginare e minacciare, roboante sui social, nuovi dazi al Canada. Eppure. Nella giornata di giovedì scorso, il Presidente ha deciso di tuonare contro il vicino di casa e i suoi aerei Bombardier.
Trump sarebbe pronto a imporre dazi del 50% su tutti i velivoli di fabbricazione canadese venduti agli Stati Uniti, a meno che Transport Canada - il Dipartimento che muove i fili della mobilità canadese - non rilasci la piena certificazione ai jet aziendali prodotti da Gulfstream, la società statunitense diretta concorrente di Bombardier. Secondo l’inquilino della Casa Bianca, il Canada avrebbe “ingiustamente”, oltre che “illegalmente” rifiutato di certificare i modelli Gulfstream 500, 600, 700 e 800, “uno dei migliori e più tecnologicamente avanzati aeromobili mai realizzati”.
Tuttavia, come spesso accade dall’avvento di Trump al 1600 di Pennsylvania Avenue, gli esperti si ritrovano a chiedersi: il Presidente ha davvero l’autorità di procedere come minaccia di fare? Anche in questo caso, la risposta è no.
Andando per gradi: innanzitutto, come sottolinea in un post su Facebook l’analista militare e aeronautico, l’austriaco Tom Cooper, a pagare caro sarebbe l’interdipendenza globale della catena di montaggio aerospaziale. Quello che infatti, Trump sembra non capire è che, nel settore, gli Stati Uniti non sono una forza affermata e indipendente, anzi: non hanno alcuna sovranità commerciale.
Colpire il Canada significa auto-sabotarsi, come dimostra il caso dei jet regionali Airbus A220, progettati in Canada ma assemblati in Alabama o, ancora, come testimoniano i motori costruiti e/o progettati in Canada, da dove provengono, infatti, tutti quelli dell’industria aerospaziale statunitense Pratt & Whitney. A colare a picco non sarebbe, dunque, nemmeno lontanamente il Canada, ma l’ossatura stessa del trasporto regionale americano e dei servizi pubblici.
Dopodiché, il Presidente Trump non ha in ogni caso l’autorità per prendere simili decisioni: le scelte, in tema di certificazione e decertificazione, vengono prese dalla Federal Aviation Administration (FAA) e probabili ordini esecutivi della Casa Bianca non avrebbero alcun valore legale.
Pur non avendo un potere autonomo di decisione, è tuttavia vero che Trump nomina direttamente l’amministratore della FAA, Bryan Bedford, oltre che - chiaramente - il Segretario ai Trasporti, Sean Duffy, il cui unico commento pubblico sulla vicenda finora è stato repostare quanto dichiarato dal Presidente sui social arricchendolo come le emoji della bandiera statunitense e di aerei.
Nigel Waterhouse, esperto del settore, ha commentato per la testata canadese Global News che il Presidente non può prendersi tali libertà, e che la “la FAA non decertifica aeromobili a meno che il mezzo non presenti alti rischi in fase di volo”.
Inoltre, seguendo il discorso di Waterhouse, sembrerebbe che il Canada non abbia nemmeno realmente rifiutato di certificare i Gulfstream, ma che le perplessità di Transport Canada si concentrino su un particolare aspetto del motore dei Gulfstream relazionato alla capacità di ridurre il rischio di congelamento.
“Transport Canada ha dato agli Stati Uniti tre anni per affrontare il problema. Lasso di tempo che si esaurisce proprio quest’anno. Non credo non rilasceranno alcuna certificazione, ma stanno solo attendendo che la FAA e Gulfstream concludano il lavoro” racconta Waterhouse.
Per ora, sembrerebbe, tanto rumore per nulla. Le voci autorevoli del settore si stanno facendo sentire contro quella che stanno vivendo come una politicizzazione del processo di certificazione degli aeromobili.
“Si creerebbe un pericoloso precedente a livello globale, minando gli standard di sicurezza internazionali e mettendo a rischio l’integrità del sistema aeronautico”, ha dichiarato il sindacato IAM, precedentemente noto come International Association of Machinists and Aerospace Workers.
L’azienda canadese Bombardier ha sottolineato come le impetuose dichiarazioni del Presidente mettano a rischio migliaia di posti di lavoro - e non in Canada, ma proprio negli Stati Uniti: “[Bombardier] impiega più di tremila persone in nove grandi stabilimenti, creando posti di lavoro negli Stati Uniti grazie a duemila e ottocento fornitori”.
Per quanto materialmente si presenti come l’ennesima occasione in cui il Presidente fa la voce grossa, la sua dichiarazione ha generato allarme tra le compagnie aeree, gli analisti del settore aeronautico, oltre che tra acquirenti e proprietari di jet privati. Non solo, perché ha poi fatto scendere le azioni della canadese Bombardier del 5% nelle quotazioni in borsa del mezzogiorno di venerdì 30.
Ciò che è chiaro è che la difesa sfrontata di Gulfstream da parte di Trump non è mossa da particolari certezze tecniche, ma dalla voglia di proteggere gli interessi della sua cerchia: i mezzi Gulfstream, infatti, sono quasi esclusivamente utilizzati da compagnie private, governi e dagli ultraricchi, come precisa Business Insider. Oltre che da Kristi Noem, che aveva proprio recentemente fatto acquistare per il Dipartimento di Sicurezza interna due Gulfstream G700 per la modica cifra di 172 milioni di dollari.




Il mare nostrum dei Romani non lo troverà su marte ma nemmeno nelle sostanze stupefacenti che sta distruggendo il suo popolo.
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