Flash #95: Sotto assedio: Minneapolis e il prezzo della sicurezza
Le operazioni dell’ICE trasformano la città del Minnesota in un caso nazionale, tra repressione federale, proteste civili e una sicurezza pagata con il sangue
Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha inaugurato una fase di profonda trasformazione delle politiche di sicurezza interna degli Stati Uniti, caratterizzate da un approccio apertamente aggressivo nei confronti dell’immigrazione. Al centro di questa nuova dottrina si colloca l’espansione senza precedenti delle operazioni dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE), che ha visto colpite le principali metropoli americane.
Già nel giugno 2025, Los Angeles era diventata il teatro di un’operazione federale che aveva scosso le fondamenta del diritto costituzionale. Secondo i rapporti di Human Rights Watch, l’ICE ha operato con una libertà d’azione tale da scavalcare sistematicamente i protocolli standard, con arresti indiscriminati senza mandato, ingressi forzati in abitazioni private e l’impiego di droni per la sorveglianza di luoghi sensibili come scuole, centri di culto e spazi comunitari, in aperta violazione delle restrizioni imposte dalle autorità locali nelle cosiddette sanctuary cities. Questa escalation ha innescato un’ondata di rivolte popolari in California, alle quali l’amministrazione Trump ha risposto con il dispiegamento della Guardia Nazionale. È in questo contesto che si inserisce la tragedia del 7 gennaio 2026 a Minneapolis.
Negli ultimi mesi, la pressione repressiva in Minnesota si è concentrata con particolare violenza sulla comunità somalo-americana, la più numerosa e radicata degli Stati Uniti. Quartieri storici come Cedar-Riverside sono stati progressivamente trasformati in zone di sorveglianza permanente. I residenti hanno denunciato un incremento massiccio di droni e posti di blocco, che hanno di fatto compromesso la libertà di movimento dei cittadini. A dicembre il clima di ostilità è stato alimentato dal presidente Trump, il quale ha inasprito i toni definendo gli immigrati somali come “spazzatura” e individui “non adatti” a risiedere negli Stati Uniti. Questi attacchi frontali hanno trovato un bersaglio nella deputata democratica Ilhan Omar, accusata di incarnare l’ingratitudine verso il Paese che l’ha accolta come rifugiata. Tale attacco non ha fatto altro che alimentare la violenza politica e, allo stesso tempo, ha fornito una copertura politica all’aggressività dell’ICE, trasformando la quotidianità della comunità somala in uno stato di costante paura e preoccupazione per la propria sicurezza.
È in questa cornice di tensione estrema che si colloca l’uccisione di Renee Nicole Macklin Good, 37 anni, cittadina statunitense, colpita dal proiettile di un agente dell’ICE mentre si trovava nella propria auto. Sebbene il governo federale abbia invocato la legittima difesa, numerosi filmati e testimoni oculari raccontano una dinamica differente: la donna stava tentando di allontanarsi, visibilmente terrorizzata dalla presenza di uomini armati in borghese che avevano circondato il veicolo senza identificarsi in modo chiaro. Le immagini mostrano inoltre un momento piuttosto drammatico nel quale gli stessi agenti impediscono a un medico presente sulla scena di prestare assistenza medica, compromettendo ogni possibilità di salvezza.
La reazione popolare è stata immediata e di portata storica. Decine di migliaia di persone hanno invaso le strade di Minneapolis per chiedere giustizia e una drastica riduzione delle operazioni federali. Le proteste hanno riaperto la ferita mai rimarginata di George Floyd, riportando la città a un livello di tensione che inevitabilmente ha richiamato il lontano 2020. Il vicepresidente J.D. Vance ha difeso senza riserve l’operato dell’agente, rivendicando una forma di “immunità assoluta” in nome della sicurezza nazionale, definendo la vittima una “sinistroide squilibrata”. In netta opposizione, il sindaco di Minneapolis Jacob Frey ha respinto con fermezza la versione federale, chiedendo l’allontanamento immediato dell’ICE dalla città e denunciando una grave violazione della sovranità locale.
Le conseguenze di questo evento tragico sono destinate a riverberarsi a lungo termine sulla struttura democratica degli Stati Uniti. L’incidente ha innescato una crisi costituzionale tra il potere federale e le giurisdizioni statali, evidenziando una frattura profonda tra la Casa Bianca e le leadership locali delle grandi città, notoriamente a guida democratica. La militarizzazione della politica migratoria non ha solo colpito le comunità di stranieri, ma ha eroso il senso di sicurezza percepito dall’intera cittadinanza, dimostrando come l’uso di tattiche di sorveglianza avanzata e la sospensione dei diritti civili possano estendersi oltre i confini del controllo migratorio. Questo evento segna un punto di non ritorno e un inevitabile isolamento internazionale degli Stati Uniti sul fronte dei diritti umani, con una conseguente polarizzazione interna che minaccia di rendere il Paese ingovernabile, trasformando ogni operazione di polizia in un potenziale innesco per un conflitto civile su vasta scala. La gestione di questa crisi definirà non solo il futuro del mandato di Trump, ma la tenuta stessa del tessuto sociale americano e dell’autorità del Paese nel contesto internazionale.



