Di solito, la cosiddetta october surprise in un anno di elezioni (uno ogni due negli USA) è una notizia, dal tempismo deliberato o inaspettato, capace di avere un impatto serio sulle speranze elettorali di un candidato. James Comey che con una lettera al Congresso forse costa a Clinton le elezioni del 2016, Trump che risulta positivo al Covid un mese prima del voto nel 2020, la notizia nel 2000 che Bush era stato arrestato 25 anni prima per guida in stato di ebbrezza. L’espressione però era nata in riferimento a possibili notizie di politica estera capaci di cambiare scenari interni. L’annuncio di Kissinger nell’ottobre 1972 che la pace in Vietnam era imminente, oppure una prospettata october surprise che alla fine non ci fu, un accordo all’ultimo minuto per il rilascio degli ostaggi in Iran nel 1978 che avrebbe potuto salvare la presidenza di Carter.
In assenza, o paura, dell’inaspettato, Trump ha ben pensato di fabbricare una sorpresa da sé, annunciando un accordo preso telefonicamente con Putin per permettere alla Russia di vendere milioni di tonnellate di diesel da qui ad aprile.
Cercando di guardare le cose dal suo punto di vista, il Presidente ha effettivamente un problema grosso: finalmente qualcuno gli ha detto che le prospettive di vittoria del GOP nelle elezioni di midterm del 3 novembre si sono molto ridotte, e che il motivo principale è l’aumento dei prezzi dell’energia. Quali soluzioni possibili? La causa primaria dello sconvolgimento della supply chain dei carburanti è il blocco dello stretto di Hormuz, che ha aggravato problemi strutturali legati al modo in cui greggio e derivati poi vengono distribuiti negli Stati Uniti. Ma Trump è in un vicolo cieco nella sua guerra contro l’Iran, non c’è modo di ottenere una svolta sostanziale tale da aumentare sensibilmente l’offerta di petrolio e diesel. Sempre che un’azione lato offerta possa portare a diminuzioni di prezzo in tempo utile perché trasportatori, agricoltori, industriali possano vederne gli effetti alla pompa. Si potrebbe coordinare un’azione con il Canada, però l’amministrazione ha in corso una guerra commerciale senza motivo con il più grande alleato a nord del Paese. La Cina è un altro vicolo cieco, ha dimostrato di avere gli strumenti per ignorare bellamente input provenienti da una Casa Bianca incantata dall’apparente potere assoluto che gode internamente il Partito Comunista Cinese.
L’unica soluzione per Trump, quindi, era una mossa che spostasse la colpa su qualcuno che dipende completamente dalla buona volontà degli Stati Uniti e le cui azioni siano anche solo visivamente collegate alla crisi dei prezzi dei carburanti: Volodymyr Zelensky.
Il Presidente ucraino a metà settembre era atterrato pieno di speranze a New York per un summit alle Nazioni Unite. L’Ucraina aveva fermato l’offensiva russa in Donbass e in alcuni punti recuperato territorio, i raid spettacolari sulle raffinerie russe stavano mettendo seriamente a rischio la più grande fonte di valuta pregiata del Cremlino, finalmente aveva trovato un modo di parlare con gli Stati Uniti dopo un 2025 disastroso. Persino chi scrive, a luglio prospettava una svolta ideologica nel campo MAGA che riuscisse finalmente a individuare in Putin il problema e non un interlocutore, dopo il viaggio a Kyiv e la conseguente conversione di Laura Loomer.
Proprio in quel summit però, la doccia fredda. Come riporta il Wall Street Journal, è lì che Trump per la prima volta a Zelensky di fermare i raid sulle raffinerie russe. Richiesta poi ripetuta sei volte nelle settimane successive. L’Ucraina in cambio chiedeva che i russi fermassero i loro bombardamenti dell’infrastruttura energetica civile del Paese. La strategia non mascherata del Cremlino è infatti di congelare le città ucraine questo inverno per forzare una resa. Così lo scorso 9 ottobre, inviati di Ucraina, stati europei, Jared Kushner e Steve Witkoff erano a Miami, per cercare di mettere insieme una proposta da inviare a Mosca per fermare il conflitto, o almeno raggiungere una tregua energetica. Dopo sei ore di summit, però, Witkoff esce dalla stanza per un’ora e mezza. Al suo ritorno, l’annuncio della october surprise. Tempo scaduto, Trump aveva concordato direttamente con Putin la riapertura al mercato globale della produzione di diesel russo. Allo stesso tempo si comandava agli ucraini di smettere di bombardare le raffinerie, ricordando quanto loro dipendano dalla buona volontà della Casa Bianca e dall’accesso continuo ai canali di intelligence americane per la difesa delle loro città. Gli ucraini hanno poi interpretato questa come una minaccia, anche se l’amministrazione nega.
Da quel momento, la Casa Bianca ha deciso che la via migliore per gestire la cosa fosse far pagare agli ucraini l’insolenza, scaricandoli. Il 10 ottobre Trump ha invitato l’Ucraina a “trovarsi un nuovo leader capace di concludere un accordo”, accusando Zelensky di “voler creare problemi al mondo e ai nostri agricoltori con il diesel”. L’11 arriva l’annuncio più enigmatico, quello sulla tregua energetica. Trump annuncia su Truth Social che Kyiv e Mosca fermeranno gli attacchi sulle infrastrutture energetiche. La cosa viene smentita immediatamente, anche se l’Ucraina ferma intanto i raid sulle raffinerie. Nel frattempo i russi continuano i loro bombardamenti sulle aree civili ucraine.
Il 13 ottobre un raid mette fuori uso sei centrali termoelettriche, lasciando al buio Kyiv e Kharkiv. L’ucraina accusa di non aver ricevuto alcun avvertimento di intelligence dagli Stati Uniti, dando sostanza ai timori che quella del 9 fosse davvero una minaccia. Contemporaneamente arriva un improvviso rallentamento della rete satellitare Starshield, la branca militare della rete satellitare Starlink di Space X. Starshield è essenziale all’esercito ucraino per la difesa aerea contro missili balistici e droni Shahed che stanno martellando le città del paese causando molti morti tra i civili. Musk, dopo che per giorni ha ripetuto le accuse di Trump a Zelensky, cioè di essere la causa non solo della mancata pace con Putin, ma anche dei problemi economici degli elettori americani, ha scaricato la responsabilità del problema con Starshield sull’amministrazione americana, che però nega ci sia stato un ordine di bloccare i sistemi di rete. Oggi, 15 ottobre, i media ucraini citando fonti della difesa hanno riportato che Starshield ha ripreso a funzionare.
Che cosa sia successo esattamente tra il 9 e il 13 ottobre probabilmente richiederà mesi per essere chiarito. L’amministrazione continua a negare qualsiasi forma di pressione diretta su Kyiv. Tuttavia, qualcuno dovrà a un certo punto spiegare, e sapremo a novembre se ci sarà un Congresso con l’intenzione di chiedere, una straordinaria coincidenza temporale. Nel giro di pochi giorni abbiamo visto una richiesta americana all’Ucraina di sospendere gli attacchi contro il settore energetico russo, il rifiuto di Kyiv di accettare un cessate il fuoco unilaterale, l’annuncio presidenziale di una tregua che nessuna delle due parti aveva confermato, una serie di devastanti bombardamenti russi contro le infrastrutture elettriche ucraine e infine difficoltà operative nella rete satellitare dalla quale dipende una parte rilevante delle capacità difensive dell’esercito ucraino.
La questione va oltre il contingente. Per quasi cinque anni la strategia occidentale di sostegno all’Ucraina si è basata su un principio molto semplice: l’assistenza militare e finanziaria serviva a mettere Kyiv nelle condizioni di negoziare da una posizione di forza e non di debolezza. L’approccio della Casa Bianca trumpiana sembra invece partire dalla premessa opposta. Nella visione del Presidente americano il problema principale non è che la Russia continui a bombardare città ucraine o occupare territori riconosciuti internazionalmente come parte dell’Ucraina. Il problema è la prosecuzione della guerra in sé e il costo politico che essa produce sul fronte interno americano.
Da questo punto di vista, una october surprise che prenda la forma di un’offensiva contro Zelensky diventa più comprensibile. Se il prezzo del diesel e dei carburanti rappresenta una minaccia per le possibilità repubblicane nelle imminenti elezioni di midterm, individuare un responsabile esterno può risultare politicamente conveniente. In questo schema narrativo l’Ucraina smette di essere un Paese che resiste a un’invasione e diventa invece un attore che ostacola il ritorno alla stabilità economica globale. È un argomento fragile sul piano dei fatti, ma possiede una logica elettorale immediata: spostare il dibattito dalle conseguenze delle scelte di Trump alle presunte responsabilità di un alleato che dipende dall’assistenza di Washington.
Per Zelensky il dilemma è quasi insolubile. Accettare le richieste della Casa Bianca significherebbe rinunciare a uno degli strumenti che negli ultimi mesi hanno prodotto i risultati più tangibili nella guerra: la capacità di colpire il settore energetico e petrolifero russo, cioè una delle principali fonti di entrate del Cremlino. Rifiutarle significa invece rischiare una progressiva erosione del sostegno americano proprio mentre il Paese si avvicina a un altro inverno potenzialmente devastante.
È possibile, ed è auspicabile, che tra qualche mese emerga una spiegazione più semplice per la sequenza di eventi osservata in questi giorni. Le coincidenze esistono e la politica internazionale ne produce spesso. Ma se così non fosse, ciò che è accaduto tra il 9 e il 13 ottobre assumerebbe un significato che va ben oltre il difficile rapporto personale tra Trump e Zelensky. Significherebbe che gli strumenti dell’influenza americana, dall’intelligence al sostegno militare, fino al controllo delle leve diplomatiche necessarie a un Paese in guerra, sono stati utilizzati come parte di una strategia politica interna. Non per modificare il comportamento della Russia, ma per costringere l’Ucraina ad accettare una narrativa utile alla campagna elettorale del presidente. E sarebbe forse questa la vera october surprise.



