Flash #117: Lindsey Graham, il falco neocon che ha sposato il trumpismo
Nel 2015 invitò Trump "ad andare all'inferno", dieci anni dopo lo descriveva come un'entità "non lontana da Dio". In mezzo, la carriera del senatore morto a 71 anni: una vita piegata alla rilevanza
La parabola politica di Lindsey Graham potrebbe essere riassunta in due frasi che abbracciano un decennio. La prima risale al dicembre 2015 quando, parlando del progetto MAGA dell’allora candidato Donald Trump, lo invitò ad “andare all’inferno”. La seconda è del giugno scorso, quando ha dipinto il presidente come un’entità “non poi così lontana da Dio”.
Tra queste due frasi c’è tutto l’opportunismo politico del senatore del South Carolina morto l’11 luglio per una dissezione aortica all’età di 71 anni. Graham era un repubblicano di ferro e un politico di lungo corso. Approdato al Congresso nel 1994 come parlamentare alla Camera, dal 2002 ha ricoperto il ruolo di senatore vincendo ogni volta la rielezione.
Graham è stato il politico che più di tutti ha simboleggiato la transizione di pensiero del mondo repubblicano da una certa idea di America, Stato e potere verso il trumpismo. Nel commentare la sua morte, il giornalista Chris Cillizza ha raccontato un particolare episodio che racchiude tutto il senso politico del Graham-pensiero. In una lunga intervista concessa a Mark Leibovich per il New York Times nel febbraio 2019, il senatore ha spiegato il suo passaggio da critico a Trump a fedele alleato del presidente: “Dal mio punto di vista, se mi conoscete un po’, sarebbe stato strano non farlo”. “Cosa intendi esattamente?”, chiede Leibovich. “Vuol dire”, risponde Graham, “cercare di rimanere rilevanti. La politica è l’arte di ciò che funziona e porta risultati desiderati”. L’essenza del senatore, spiega Cillizza, è in fondo tutta qui, in un opportunismo che chi fa politica deve cogliere.
L'amico di McCain diventato trumpiano
Fino al 2016, infatti, Graham, è stato un classico neocon che rispetta i canoni del partito. Tra i protagonisti del tentativo di impeachment contro il presidente Clinton sul finire degli anni Novanta, è amico fraterno del senatore John McCain. Come il collega dell’Arizona, è un conservatore in materia di sicurezza nazionale e come McCain, è un politico che ha cercato in ogni modo intese bipartisan scontrandosi anche con il nascente movimento del Tea Party. Durante il secondo mandato di Barack Obama, ha notato Vox, Graham ha addirittura fatto parte della cosiddetta Gang of Eight, un gruppo bipartisan di otto senatori che ha proposto una legge (poi affossata dalla Camera) per una riforma dell’immigrazione che avrebbe fornito un percorso per la cittadinanza dei migranti senza documenti, controllato l’immigrazione illegale e modificato la gestione delle frontiere.
Nell’opportunismo che l’ha visto prima oppositore del tycoon e poi suo fiero alleato, Graham ha mantenuto posizioni coerenti soprattutto in materia di sicurezza. La sua idea di America come esportatrice di democrazia, con un abbondante uso del potere militare all’estero, lo ha reso il volto di tutti i falchi repubblicani in materia di politica estera. Una logica lontana anni luce dalle correnti più isolazioniste del mondo MAGA. Negli ultimi due anni Graham si è impegnato in prima persona per Israele e l’Ucraina, con diversi viaggi nei due Paesi.
Il secondo mandato di Trump, in effetti, è il simbolo di una politica estera aggressiva. Basta poco per capire come la posizione di Graham si sia inserita nelle scelte della Casa Bianca, in particolare quelle del segretario di Stato Marco Rubio (fra l’altro anche lui nella Gang of Eight). Nel giro di due anni gli USA sono intervenuti in Venezuela, hanno mantenuto l’appoggio all’Ucraina di Zelensky (nonostante l’accondiscendenza di Trump nei confronti del presidente russo Vladimir Putin), hanno fornito supporto incondizionato alle azioni del governo di Benjamin Netanyahu in Israele e si sono poi imbarcati in un conflitto contro l’Iran.
Il falco che ha plasmato giudici e tagli fiscali
Al di là dei dossier internazionali, Graham ha giocato un ruolo chiave anche negli affari interni. Nel 2016 ha partecipato al braccio di ferro con Barack Obama nel bloccare la nomina di Merrick Garland alla Corte Suprema. Nella seconda parte del primo mandato di Trump alla Casa Bianca è stato invece alla guida del Judiciary Committee e ha contribuito a portare avanti l’agenda del tycoon. Graham ha supervisionato il processo di conferma di Amy Coney Barrett alla Corte Suprema dopo la morte di Ruth Bader Ginsburg, ma ha anche aiutato a rimodellare il sistema giudiziario federale contribuendo alla nomina di oltre duecento giudici, consolidando un’eredità conservatrice che andrà ben oltre la presidenza Trump.
Un sodalizio importante suggellato anche dalla presa di posizione di Graham contro il possibile impeachment ai danni di Trump per l’assalto del 6 gennaio 2021 a Capitol Hill. Nel corso della nuova amministrazione Trump, il senatore ha ricoperto un ruolo importantissimo nel Budget Committee. In questo contesto, ha supervisionato la gestione del bilancio che ha permesso a Trump e al GOP di portare avanti le riforme fiscali senza il sostegno dei dem. In particolare, è stato il kingmaker capace di trovare una quadra tra le varie fazioni interne ai repubblicani per i pacchetti fiscali promossi dalla Casa Bianca. È stato poi tra i sostenitori più convinti dell’uso della reconciliation, un meccanismo che ha permesso l’approvazione di provvedimenti nonostante il GOP non avesse i sessanta voti necessari a superare l’ostruzionismo al Senato.
Come presidente del Budget Committee, Graham è stato abile a ottenere i numeri per il vasto pacchetto di tagli fiscali del 2025 che estendeva quelli già varati durante la prima amministrazione Trump. Tutti provvedimenti che ricordavano più il conservatorismo fiscale dell’era pre-trumpiana che l’impostazione populista del tycoon.
Vox si è interrogato sull’eredità di Graham. Quello che è certo è che l’opportunismo con cui è passato dall’essere anti-trumpiano a ferreo alleato del tycoon ha prodotto risultati grazie alla sua influenza nelle materie che contano. Il problema, scrive Vox, è che la scomparsa di Graham avviene in una fase delicata della seconda parte della presidenza Trump, con complesse elezioni di metà mandato che incombono.
L’opportunismo di Graham resterà la cifra distintiva di un politico che verrà ricordato come “grande alleato di Trump”, anche laddove molte delle posizioni dei due sono state agli antipodi. Ma intanto si apre anche la fase della successione. Non tanto sul piano di chi prenderà il suo seggio da senatore, quanto sull’eredità politica. Il primo candidato sarebbe Marco Rubio, con cui ha lavorato e col quale ha condiviso la stessa visione in politica estera.
Il problema rimane la competizione tra il capo della diplomazia americana e il vice presidente JD Vance, che su moltissime posizioni era l’opposto di Graham – vedasi l’isolazionismo, le politiche fiscali, ma anche l’approccio alla politica demografica. Per un periodo della sua vita politica Graham ha sostenuto la necessità di un’apertura del GOP ai latinos e alle minoranze, una posizione in netto contrasto col nazionalismo bianco che piace alla parte del mondo MAGA più vicina a JD Vance.







