Flash #116: Jefferson, Monticello e la memoria dell’Indipendenza
Nel dibattito sulla memoria di Thomas Jefferson, la sua residenza in Virginia diventa il simbolo delle tensioni sull’eredità del principio “all men are created equal”
Il 4 luglio 2026 ha segnato per gli Stati Uniti il duecentocinquantesimo anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza americana. Sono passati due secoli e mezzo dalla firma del documento che sancì la nascita di quella che sarebbe diventata una delle nazioni più potenti al mondo: la “terra dei liberi e patria dei coraggiosi”. Ma come si presentano oggi gli Stati Uniti a questo importante compleanno?
Questo anniversario cade a metà del secondo mandato presidenziale di Trump, in un Paese profondamente polarizzato dal punto di vista politico e sociale. Una frattura che investe non solo il presente, ma anche il modo in cui gli Stati Uniti rileggono il proprio passato e le figure che ne hanno segnato la nascita.
Persino Thomas Jefferson, tra i padri fondatori del Paese, è finito nel mirino della polemica. Nello specifico, non è il terzo Presidente della storia americana l’oggetto della critica, bensì la ricostruzione della sua memoria.
Tutto inizia a Monticello, la storica residenza del Terzo Presidente americano nelle verdi campagne della Virginia, meta del turismo storico dello Stato, e oggi al centro di una contesa sul modo in cui vengono raccontati la sua eredità politica e il suo rapporto con la schiavitù.
Questa tenuta situata nei dintorni di Charlottesville che condivide il suo nome con un comune della Brianza, è stata interamente realizzata dallo stesso Thomas Jefferson, che oltre alle sue doti politiche era un architetto. La sua progettazione richiese quarant’anni, e attualmente, viene considerato come uno dei capolavori dell’architettura americana, nonché patrimonio dell’Umanità Unesco dal 1987. Ad oggi, questa casa è un vero e proprio tesoro nazionale americano.
Thomas Jefferson era autoctono della zona, nato a Shadwell e cresciuto in una delle più grandi piantagioni di tabacco della Virginia. A 21 anni ne ereditò i terreni, che si estendevano fino alla collina sulla quale avrebbe edificato il suo personale progetto di Monitcello, replicando l’impostazione di tenuta agricola della sua famiglia. E come ogni piantagione del XVIII secolo, Jefferson si avvalse di schiavi per poterla gestire.
Una contraddizione che ha diviso per lungo tempo l’opinione pubblica sulla figura di Jefferson: da un lato il patriota illuminato che definì la schiavitù un “crimine abominevole”, dall’altro il proprietario terriero che fece ricorso al lavoro degli schiavi nelle proprie terre.
Nel corso della sua vita, Thomas Jefferson possedette infatti più di 610 persone ridotte in schiavitù. Di queste, circa 400 uomini, donne e bambini vissero e lavorarono a Monticello. Ed è proprio a partire dal 2020 che, all’interno della Thomas Jefferson Foundation, si è consolidata l’idea che il racconto di Monticello dovesse includere anche la storia delle persone che vi furono ridotte in schiavitù.
Negli anni successivi, la tenuta ha progressivamente ampliato i percorsi di visita e le installazioni dedicate alla vita quotidiana degli schiavi che lavoravano nella piantagione. Sono stati introdotti nuovi spazi espositivi e iniziative pubbliche pensate per raccontare il funzionamento economico e sociale di Monticello oltre la figura di Jefferson. Tra queste, anche programmi educativi e commemorativi legati alla storia della comunità schiavizzata, inclusa la partecipazione alle celebrazioni del Juneteenth, dedicato alla fine della schiavitù negli Stati Uniti.
Nonostante questo ampliamento del perimetro del racconto storico sia stato apprezzato dai visitatori della tenuta, la convergenza con il più ampio movimento critico nei confronti di alcune figure della storia americana ha prodotto effetti inaspettati.
L’inasprimento del dibattito anti-woke ha infatti interpretato questa revisione della narrazione adottata dallo staff della Thomas Jefferson Foundation come un presunto tentativo di stravolgimento dei fatti storici e di decostruzione della figura di uno dei Padri fondatori.
Il cambio di passo nel racconto di Monticello inizia a entrare nel dibattito pubblico più ampio a partire dal 2022, quando il New York Post pubblica un articolo in cui viene criticata la nuova impostazione adottata dalla tenuta. Il quotidiano descrive il museo come sempre più concentrato sulla narrazione della schiavitù e meno sulla celebrazione di Thomas Jefferson, parlando di una trasformazione percepita come una “rilettura ideologica” del suo lascito storico.
La controversia conosce un picco soprattutto online, dove la vicenda di Monticello si diffonde sui social nonché in molti circuiti mediatici conservatori. Parallelamente, la tenuta ha iniziato a registrare anche la presenza di visitatori che si presentano con l’intento di mettere in discussione la narrazione proposta dalle guide e dallo staff museale.
Il caso di Monticello si inserisce così in un clima più ampio che attraversa la presidenza Trump e, più in generale, la fase successiva al ciclo di proteste legato al movimento Black Lives Matter, in cui il dibattito sulla memoria storica americana si è fatto progressivamente più polarizzato. In questo contesto, alcune iniziative volte a rileggere criticamente il passato del Paese vengono interpretate da una parte del fronte politico e mediatico come forme di “whitewashing”, ovvero di revisione selettiva della storia nazionale.
È anche in questo scenario che si avvicinano le celebrazioni per i duecentocinquanta anni dalla Dichiarazione d’Indipendenza, in un momento in cui il Paese si confronta nuovamente con le promesse originarie del proprio atto fondativo. Promesse racchiuse nella formula secondo cui “all men are created equal”, che oggi continua a rappresentare, al tempo stesso, un principio condiviso e una fonte di contraddizione irrisolta.



