Flash #115: L’estate delle grandi decisioni, è il momento della Corte Suprema
Arrivano in questo periodo le grandi sentenze della Corte Suprema degli Stati Uniti. Cosa ha deciso su cittadinanza per nascita, elezioni e potere esecutivo.
Come ogni estate che si rispetti, la Corte Suprema degli Stati Uniti è entrata nella fase conclusiva della sua attività. La sessione 2025/2026 si avvia verso la chiusura e, giorno dopo giorno, stanno emergendo decisioni sempre più rilevanti, capaci di trasformare il legame tra il Supremo organo giudiziario e la Presidenza degli USA.
Il rapporto tra il Presidente Trump e la Corte Suprema del Giudice Presidente Roberts, infatti, non è stato tra i più distesi ultimamente o, perlomeno, non rassomiglia al rapporto che ci si aspetterebbe tra un Presidente populista e reazionario e una Corte Suprema politicizzata e spostata a destra. A rendere più teso il dialogo tra i due poteri, la sentenza dello scorso febbraio con cui, con un assetto 6-3, la Corte Suprema bocciava i dazi di larga portata voluti dal Presidente Trump. “Una vergogna” secondo l’inquilino della Casa Bianca, che non ha tardato nel definire la Corte Suprema una “traditrice della Costituzione statunitense”.
Facciamo il punto della situazione mentre la Corte Suprema del Presidente Roberts rilascia le proprie decisioni toccando i temi del diritto alla cittadinanza per nascita, delle elezioni e dei limiti del potere esecutivo oscillando imprevedibilmente tra la deferenza e il freno nei confronti della Casa Bianca.
Il potere esecutivo ha ancora qualche limite?
Evidentemente no.
La Corte Suprema, con la decisione Trump v. Slaughter, ha avviato il tanto atteso round di decisioni rafforzando e amplificando il perimetro del potere esecutivo.
Con una sentenza 6-3, e con l’opinione di maggioranza a firma del Giudice Presidente Roberts, la Corte Suprema ha decretato che le protezioni congressuali in favore dei membri di agenzie federali indipendenti, nate per impedire che il Presidente potesse rimuoverli a piacimento, sono incostituzionali.
Un precedente del supremo organo giudiziario sopravvissuto 90 anni viene rovesciato, suscitando il disappunto delle tre Giudici liberali: Sotomayor, Kagan e Brown Jackson hanno puntualizzato, nella loro opinione dissenziente, che con Trump v. Slaughter la Corte andava a riconoscere “al Presidente degli Stati Uniti un potere che fu sconosciuto persino alla Corona inglese contro cui proprio i Padri Fondatori si rivoltarono”.
L’intervento della Corte pone le sue radici nel tentativo del Presidente Trump di rimuovere Alvaro Bedoya e Rebecca Kelly Slaughter dal loro ruolo di membri dell’agenzia indipendente Federal Trade Commission (FTC) ed è un indiscusso attacco a ciò che restava di un già acciaccato sistema di check and balances.
Una decisione che avrà conseguenze che vanno ben oltre l’organizzazione della FTC, e che andrà a toccare tutte le agenzie create dal Congresso e il cui personale, che fino a ieri poteva essere rimosso unicamente per “comprovata inefficienza, negligenza o abuso d’ufficio”, oggi potrà venire accomiatato a discrezione del Presidente.
Difficile riuscire, poi, a coniugarla con la strada intrapresa dalla Corte Suprema nella stessa giornata e nell’ambito della sentenza Trump v. Cook, decisa 5-4. Il Supremo organo giudiziario ha quindi contestualmente affermato l’assenza di un diritto della Casa Bianca di licenziare membri del direttivo della Federal Reserve a piacimento, in assenza di giusta causa. Secondo il Giudice Presidente Roberts (anche in questo caso, autore dell’opinione di maggioranza) la differenza starebbe “solo” nella natura dell’organo, essendo una “un’entità dalla struttura unica [...] che si inserisce nella specifica tradizione storica della Prima e della Seconda Banca degli Stati Uniti”.
Una sottile distinzione non colta da tutti, men che meno dalla stessa Slaughter.
Quale il futuro delle elezioni?
Anche in questo ambito, due sono le decisioni da attenzionare - e su una si ha già il responso: Watson v. Republican National Committee (decisa nuovamente 5-4) e National Republican Senatorial Committee v. FEC.
Nel primo caso la Corte, chiamata a giudicare la validità del voto via posta, anche se scrutinato a massimo 5 giorni lavorativi dal giorno delle elezioni federali, ha dato un responso positivo, grazie al supporto della Giudice conservatrice Amy Coney Barrett. L’individuazione di un "Election Day” uniforme non impedisce, infatti, agli Stati di conteggiare le schede elettorali pervenute in ritardo, purché si tratti di voti espressi via posta entro il giorno delle elezioni.
Per quanto riguarda, invece, il secondo caso, si rimane in attesa di una decisione della Corte sulla possibilità di limitare quanto denaro i partiti politici possono spendere in campagne coordinate con i propri candidati. Il caso National Republican Senatorial Committee v. FEC potrebbe essere la decisione che più impatta sulle elezioni di medio termine, andando potenzialmente a limitare in maniera stringente i meccanismi di finanziamento delle campagne elettorali.
Cittadinanza per nascita: un no fermo a Trump
Il Supremo organo giudiziario è stato chiamato ad esprimersi sulla tenuta dell’Ordine Esecutivo N. 14.160 voluto dal Presidente Trump all’indomani del suo insediamento nel gennaio 2025, Protecting the Meaning and Value of American Citizenship.
Con quello strumento proprio del potere esecutivo, Trump aspirava a impedire che ai nati sul territorio statunitense venisse concessa automaticamente la cittadinanza, contestando la posizione di chiunque fosse nato da genitori, in quel momento, presenti illegalmente sul suolo degli USA.
Lo scorso aprile la Corte Suprema ha ascoltato le argomentazioni orali relative al caso Trump v. Barbara e, già in quella occasione, non è parsa particolarmente propensa a schierarsi con la linea politica della Casa Bianca. Nel corso delle due ore di dibattito, i Giudici hanno sollevato diverse questioni chiave relative alla posizione di un ordine esecutivo rispetto a un Emendamento della Costituzione - nello specifico, il XIV. La Corte di Roberts, inoltre, si è interrogata rispetto al significato profondo della sentenza del 1898, United States v. Wong Kim Ark, considerata la decisione che aveva già allora chiarito una volta per tutte il diritto alla cittadinanza per nascita.
Su cosa si concentrano, quindi, i detrattori di tale diritto? sulla dicitura presente all’interno del XIV Emendamento che recita “subject to the jurisdiction thereof”, sostenendo che proprio tale formulazione permettere agli Stati Uniti di negare il diritto alla cittadinanza a tutti quei bambini nati da donne presenti illegalmente sul territorio statunitense.
Una interpretazione che non ha convinto un sufficiente numero di Giudici conservatori da garantire la vittoria a Trump: con un assetto 5-4 e, grazie alla posizione del Giudice Presidente Roberts e della Giudice Amy Coney Barrett, la maggioranza della Corte Suprema ha riaffermato il diritto alla cittadinanza per nascita.
Roberts, autore dell’opinione di maggioranza condivisa da Barrett, Sotomayor, Kagan e Brown Jackson, ha scritto sulla cittadinanza che quest’ultima nasce come “il diritto di avere diritti, di partecipare liberamente nella nostra comunità politica […] il XIV Emendamento estende quella promessa a ogni persona libera nata sul suolo americano. Noi oggi manteniamo quella promessa”.
Nell’opinione di maggioranza poi, il Giudice Presidente Roberts ha definito ogni contestazione del diritto alla cittadinanza per nascita come “drammaticamente revisionista” e, insieme ai colleghi, ha rimarcato la valenza del precedente United States v. Wong Kim Ark.
L'opinione dissenziente a suscitare maggior clamore è stata quella del Giudice Samuel Alito, il quale ha descritto “una delle più importanti decisioni nella storia della Corte” come un “serio errore”. Secondo il Giudice già dietro il rovesciamento di Roe v. Wade nel 2022, “il XIV Emendamento non degrada il concetto di cittadinanza statunitense in questa maniera, ma al contrario, conferisce la cittadinanza solo a quei bambini che, alla nascita, devono fedeltà assoluta al paese”.
Un bilancio su cui riflettere
Un assetto e un allineamento sicuramente imprevedibili se si considera che proprio l’ultima nomina trumpiana, Amy Coney Barrett, ha determinato in due occasioni la sconfitta di una tendenza politica conservatrice.
Per fare un rapido bilancio la Corte Suprema ha, dunque, costellato il proprio cammino di delusioni per il Presidente Trump se si considera un’ulteriore scelta di queste ore del Supremo organo giudiziario: quella di non accogliere il ricorso presentato da Trump contro il verdetto di un Tribunale federale inferiore e che lo riconosceva colpevole di diffamazione e abusi sessuali nei confronti della scrittrice E. Jean Carroll.
La Corte Suprema non ha spiegato perché abbia respinto la richiesta, e nessuno dei Giudici nominati dal Presidente ha ritenuto di intervenire con una opinione dissenziente.
Certo è che che se da un lato sempre più barriere al potere esecutivo vengono abbattute, come con Trump v. Slaughter, con la decisione sulla cittadinanza per nascita la Corte ha messo un punto fermo: il Presidente (o il Re) può ancora sbagliare, ed è la Costituzione ad avere ancora l’ultima parola.



