Flash #111: la crisi della conservazione ambientale nella seconda amministrazione Trump
Bisonti cacciati dalle praterie, parchi trasformati in vetrine politiche. La difesa della natura è a un punto di svolta

Nelle vaste praterie del Montana, il silenzio dei pascoli è stato interrotto da una direttiva che rappresenta il manifesto ideologico della seconda amministrazione Trump in materia di gestione e conservazione del territorio. Il Bureau of Land Management ha avviato la procedura per revocare i permessi di pascolo concessi a centinaia di bisonti nella contea di Phillips, in Montana, ribaltando una storica decisione del 2022. Questo provvedimento obbligherebbe l’organizzazione non-profit American Prairie a evacuare gli animali da oltre 63.000 acri di terre pubbliche federali, ponendo fine a un esperimento di rinaturalizzazione che era stato approvato dopo anni di rigorose valutazioni scientifiche e consultazioni pubbliche. La mossa non rappresenta soltanto un ostacolo burocratico, ma un segnale politico inequivocabile. La priorità dell’amministrazione sembra essere tornata al sostegno incondizionato dell’industria zootecnica tradizionale, a scapito dei progetti di ripristino della biodiversità.
Al centro di questa disputa si trova il bisonte americano, mammifero nazionale degli Stati Uniti e cardine dell’ecosistema delle Grandi Pianure, la cui storia è intrinsecamente legata all’immaginario del vecchio West e alla ferita, mai completamente rimarginata, delle popolazioni native americane. Si stima che tra i 30 e i 100 milioni di esemplari popolassero il territorio prima dell’Ottocento, ma entro il 1890 la caccia indiscriminata e le politiche governative tese a colpire le popolazioni indigene ridussero la specie a meno di mille esemplari. Nonostante gli sforzi di conservazione abbiano portato la popolazione odierna a circa 500.000 capi, la specie rimane classificata come quasi minacciata nella Lista Rossa dell’IUCN, a causa della frammentazione dell’habitat e della perdita di diversità genetica. Alison Fox, CEO di American Prairie, ha denunciato come questa inversione di rotta, dettata da pressioni politiche locali, crei un clima di incertezza per chi investe nella tutela a lungo termine dei bisonti. La Coalition of Large Tribes, che rappresenta oltre cinquanta nazioni indigene, ha espresso la sua ferma opposizione, ricordando che il bisonte non è solo una risorsa ecologica ma un pilastro culturale e spirituale, la cui rimozione danneggia la sovranità alimentare e i diritti delle tribù native.
Questa offensiva al patrimonio naturalistico statunitense non si limita alle praterie del Montana. L’amministrazione ha ridotto i confini del Bears Ears National Monument e Grand Staircase-Escalante nello Utah, aprendo milioni di acri di terre protette alle concessioni per trivellazioni petrolifere e attività minerarie. A questo, si aggiungono la revoca delle protezioni per le zone umide e il via libera alle esplorazioni energetiche nell’Arctic National Wildlife Refuge in Alaska: una decisione che ignora le storiche battaglie legali e le preoccupazioni ambientali delle comunità Gwich’in. Inoltre, il ritiro degli Stati Uniti dagli impegni internazionali, come l’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici, completa un quadro in cui la protezione della natura viene percepita non come un valore collettivo, ma come un impedimento diretto al profitto.
In questo scenario di crisi, giungono anche notizie positive. La Corte di Giustizia ha infatti inferto un colpo significativo alla strategia governativa. Il 31 marzo 2026, un tribunale federale ha annullato quattro disposizioni chiave introdotte dall’amministrazione Trump, che avevano indebolito l'Endangered Species Act. La sentenza del tribunale del Distretto Settentrionale della California rappresenta una vittoria storica per le associazioni ambientaliste come il Center for Biological Diversity. “L'estinzione è per sempre, e la sentenza di oggi abbatte i regolamenti che privavano le specie vulnerabili di un’ultima possibilità di sopravvivenza”, ha dichiarato Ben Levitan, avvocato senior di Earthjustice. “Questa decisione invia un segnale forte all’amministrazione Trump. I suoi piani futuri per indebolire ulteriormente le regole violeranno la legge”.
Mentre la contesa territoriale si sposta nelle aule giudiziarie, un ulteriore scontro, di natura iconografica e simbolica, ha interessato l’opinione pubblica a inizio 2026. Al centro della disputa c’è il pass America the Beautiful, la tessera annuale ufficiale che garantisce l’accesso a oltre duemila siti federali, inclusi i parchi nazionali. Storicamente caratterizzato da spettacolari fotografie naturalistiche, il pass è stato trasformato in uno strumento di comunicazione politica senza precedenti. Per l’edizione 2026, infatti, l’immagine vincitrice del concorso pubblico, che quest’anno avrebbe dovuto celebrare il Glacier National Park, è stata sostituita dai ritratti di George Washington e Donald Trump.
La reazione è stata immediata e creativa. Migliaia di visitatori hanno iniziato ad applicare adesivi raffiguranti fauna selvatica e panorami naturali per celare l’effigie presidenziale. Jenny McCarty, designer indipendente, ha raccolto oltre 16.000 dollari attraverso la vendita di questi sticker di protesta, devolvendo l’intero ricavato a organizzazioni ambientaliste. Il National Park Service ha risposto aggiornando i propri regolamenti per invalidare i pass considerati alterati o deturpati, esasperando un conflitto che intreccia ecologia e politica identitaria.
In risposta all’amministrazione, il Center for Biological Diversity ha intentato una causa federale, sostenendo che la modifica del pass violi l'obbligo di trasparenza e i termini stessi del concorso fotografico Share the Experience, la cui immagine vincitrice compare, per regolamento, sulla tessera annuale. Kierán Suckling, direttore dell'organizzazione, ha criticato quella che definisce una gestione autoritaria delle risorse pubbliche, sottolineando come la natura non debba essere piegata a fini elettorali.
Tutto questo dimostra che la crisi della conservazione ambientale oggi corre su due binari paralleli. Assistiamo da una parte alla distruzione sistematica delle norme che proteggono l’ambiente; dall’altra, a un tentativo di riappropriazione culturale dei simboli naturalistici americani come forma di propaganda politica. In questo contesto, dunque, il destino dei bisonti del Montana e la resistenza civile sui pass dei parchi diventano il simbolo di una nazione in cui la conservazione del patrimonio naturale è diventata l’ultima linea di difesa contro una visione puramente estrattiva e personalistica del bene pubblico.



