Flash #110: La sentenza che spezza il Voting Rights Act
Come la Corte Suprema sta cambiando le regole di voto negli Stati Uniti, riportando le lancette agli anni '50
Con la sentenza Louisiana v. Callais del 29 aprile, la Corte Suprema ha sferrato un duro colpo al Voting Rights Act (VRA), la storica legge federale approvata nel 1965 per proteggere il diritto di voto delle minoranze etniche. La decisione, approvata con una maggioranza di 6 a 3, riduce drasticamente la possibilità di utilizzare l’etnia come criterio nella definizione delle mappe elettorali e rende molto più difficile contestare in tribunale i casi di discriminazione razziale.
Per comprendere al meglio la portata di questa decisione, è però necessario partire alle origine del VRA e ripercorrere la sua evoluzione fino ad oggi.
Nascita e contesto del Voting Rights Act
Il Voting Rights Act venne firmato il 6 agosto 1965 dal presidente Lyndon B. Jhonson, in uno dei momenti più drammatici della lotta per i diritti civili negli Stati Uniti.
Il VRA può essere considerato il frutto dell’impegno e del coraggio di centinaia di manifestanti che marciarono da Selma a Montgonery, in Alabama, per rivendicare il diritto di voto degli afroamericani. Le immagini della brutale repressione da parte della polizia, impresse nell’immaginario collettivo con il nome di Bloody Sunday, sconvolsero profondamente l’opinione pubblica americana, tanto da costringere il Congresso ad agire rapidamente. La legge nacque dunque con l’obiettivo di abbattere le barriere legali e burocratiche create dagli Stati del Sud attraverso le cosiddette leggi Jim Crow, una serie di strumenti per impedire ai cittadini afroamericani di esercitare il diritto di voto.
Per decenni il Voting Rights Act ha rappresentato il principale strumento federale contro la discriminazione elettorale, contribuendo ad aumentare in modo significativo la partecipazione politica delle minoranze.
I due pilastri fondamentali del Voting Rights Act erano la Section 5 e la Section 2. La Section 5 costituiva la parte più aggressiva della legge. Imponeva infatti agli Stati con una lunga e documentata storia di discriminazione razziale, come Texas, Alabama o Mississippi, di sottoporre ogni modifica alle proprie leggi elettorali al Dipartimento di Giustizia federale prima della loro entrata in vigore. Questo sistema di preclearance (pre-approvazione) serviva a garantire che le nuove norme non fossero discriminatorie e potessero quindi essere applicate. Tuttavia, nel 2013, la Corte Suprema, svuotò di fatto questa disposizione con la sentenza Shelby County v. Holder.
La Section 2 invece, rappresentava il fuclro operativo della legge e si applicava al Paese nella sua interezza. Essa proibiva qualsiasi pratica elettorale che avesse l’effetto di negare o limitare il diritto di voto sulla base della razza. Al centro vi era la tutela del cosiddetto minority voting power cioè la capacità effettiva di una minoranza etnica o razziale di influenzare il risultato delle elezioni.
Uno dei casi più emblematici dell’efficacia di tale atto di legge riguardò il Texas nel 2002. Il Deputato repubblicano Henry Bonilla, per proteggere il proprio seggio contro il Democratico Henry Cuellar, ridisegnò i distretti elettorali smembrando la città di Laredo, roccaforte elettorale dell’avversario, disperdendo gli elettori latinoamericani in altri collegi e riducendone così il peso politico. In seguito gruppi di attivisti portarono il caso in tribunale e ottennero ragione: la mappa venne ridisegnata, Bonilla perse il seggio e, anni dopo, lo stesso elettorato latino elesse un Repubblicano, Tony Gonzales.
Secondo l’avvocata Nina Perales, ciò dimostra che la Section 2 non garantiva la vittoria di un determinato partito, ma assicurava semplicemente che le minoranze potessero avere una voce politica reale e autonoma.
Caso Louisiana v. Callais
La controversia è nata dalla decisione delle Louisiana di creare un secondo distretto a maggioranza afroamericana per conformarsi a precedenti richieste dei tribunali federali. Questa scelta ha però sollevato le contestazioni di un gruppo di elettori, secondo cui la nuova mappa fosse stata disegnata utilizzando la razza come criterio predominante.
La Corte Suprema ha dato loro ragione. Il Giudice Samuel Alito, a nome della maggioranza conservatrice, ha affermato che l’etnia non andrebbe usata dai governi come fattore decisivo nella definizione dei distretti elettorali, nemmeno con finalità riparatorie rispetto a discriminazioni passate.
Con questa decisione, la Corte non ha dichiarato incostituzionale la Section 2, ma ne ha inevitabilmente ristretto l’applicazione.
La sentenza introduce criteri molto più severi per chi vuole contestare il disegno di una mappa elettorale. Per decenni era sufficiente dimostrare che una determinata suddivisione dei distretti producesse un effetto discriminatorio nei confronti delle minoranze; oggi invece, i querelanti devono provare l’esistenza di un intento esplicitamente razziale da parte dei legislatori, cioè dimostrare che le mappe siano state disegnate deliberatamente per colpire afroamericani o latinos in quanto tali.
In passato, era possibile utilizzare nei processi delle mappe alternative a dimostrazione che fosse possibile creare dei distretti più rappresentativi delle minoranze, mentre dopo la sentenza, queste mappe non possono essere più costruite tenendo conto della composizione razziale. La Corte ha inoltre riconosciuto il gerrymandering partitico, il ridisegno dei distretti per favorire un partito politico, come una giustificazione legittima. Questo comporta che se uno Stato dichiara di aver modificato una mappa per avvantaggiare Repubblicani o Democratici e non per colpire una minoranza etnica, la causa rischia di fallire. Infine, secondo il giudice Samuel Alito, anche il peso delle discriminazioni storiche e degli effetti del razzismo sistemico deve essere ridimensionato: ciò che conta oggi è soprattutto la prova concreta di una discriminazione intenzionale nel presente.
Conseguenze politiche immediate
La sentenza ha avuto effetti immediati. Molti Governatori e legislature repubblicane stanno cercando di sfruttare rapidamente la decisione per eliminare distretti favorevoli ai Democratici, spesso coincidenti con aree a maggioranza afroamericana. Questo è il caso di Jeff Landry, Governatore della Louisiana, che ha sospeso le primarie già in corso per consentire un ridisegno delle mappe elettorali, con l’obiettivo di modificare la distribuzione dei collegi a vantaggio del proprio schieramento politico.
I Democratici, pur denunciando la sentenza come un attacco alla democrazia americana, stanno preparando delle strategie di risposta. Ad esempio, nello stato di New York, la Governatrice Kathy Hochul intende ridurre il ruolo della commissione indipendente e restituire alla legislatura democratica il controllo delle mappe elettorali.
Reazioni
Le reazioni alla sentenza sono state durissime. Molti Repubblicani sostengono che gli Stati Uniti siano ormai una società colorblind, cioè formalmente cieca rispetto all’etnia, e che le elezioni debbano perciò basarsi esclusivamente su idee politiche e non su appartenenze etniche. I Democratici e numerose organizzazioni per i diritti civili, denunciano invece il rischio di una massiccia riduzione della rappresentanza delle minoranze.
La critica più dura è arrivata dalla Giudice della Corte Suprema Elena Kagan, autrice del dissenso firmato insieme a Sonia Sotomayor e Ketanji Brown Jackson. Kagan ha accusato la maggioranza conservatrice di aver compiuto una vera e propria “demolizione” del Voting Rights Act.
Con le decisione della Corte Suprema nel caso Louisiana v. Callais, sembra essersi aperto un ennesimo terreno di dibattito e scontro politico all’interno degli Stati Uniti. In un’America dove etnia e appartenenza politica restano profondamente intrecciate, il confine tra discriminazione razziale e strategia elettorale diventa sempre più sottile.



