Flash #109: Hegseth vs Driscoll: il potere misurato nelle decisioni
Promozioni mancate, dimissioni, mandati interrotti e un'intera catena di comando sotto pressione: cosa racconta davvero la tensione tra il Segretario alla Difesa e quello dell’Esercito?

Nel cuore governativo di Washington, sembra esserci aria di tempesta. Questa espressione si riferisce a una situazione di crisi, in cui diverse circostanze negative convergo allo stesso tempo, con conseguenze il più possibile dannose. Le circostanze in questione riguarderebbero il Pentagono e, in particolar modo, due dei suoi massimi esponenti: Pete Hegseth e Dan Driscoll. Si parla da almeno una settimana di “tensioni interne” che non nascerebbero da uno scontro personale, bensì da un modo diverso di interpretare ruoli e responsabilità dentro la macchina militare americana.
Hegseth, nel suo ruolo di Segretario della Difesa — il capo civile dell’intero apparato militare americano — ha un profilo politico molto discutibile. Ex conduttore televisivo di Fox News, fiero sostenitore della linea politica ed economica nazionalista America First, ha impostato il suo mandato durante la seconda amministrazione Trump in modo irruento, puntando a eliminare le iniziative considerate woke e difendendo azioni aggressive da parte degli USA: tra queste, l’impiego delle forze armate sul territorio nazionale e la concessione della grazia a diversi esponenti dell’esercito.
Driscoll, invece, è noto ai più come il drone guy del Presidente, con un ruolo centrale nelle strategie di difesa e un focus sull'innovazione tecnologica in campo militare. In quanto Segretario dell’Esercito, e quindi responsabile di uno dei rami delle forze armate americane, è formalmente subordinato a Hegseth. Il suo profilo è ben diverso: meno esposto mediaticamente e più legato a una gestione interna e ordinata dell’istituzione.
Sembra eccessivo parlare di beefing tra le due parti, ma di sicuro la “tensione latente” di cui tanto si parla sui quotidiani americani dai primi di aprile nasce da un intreccio di potere, divergenze ideologiche e tensioni legate al controllo dell’apparato militare. Secondo diverse ricostruzioni, — tra cui quella particolarmente colorita e ricca di particolari del The Daily Beast — Hegseth avrebbe il timore di essere rimpiazzato da Trump, vedendo proprio in Driscoll (anche e soprattutto per via della sua vicinanza a JD Vance), un possibile successore.
In questo contesto piuttosto travagliato, si inserisce anche la military purge messa in atto da Hegseth fin dall’inizio del suo mandato, che include la rimozione del Capo di Stato maggiore dell’Esercito Randy George, interpretata come una mossa contro Driscoll. Non manca il riferimento allo scontro sulle promozioni, con tanto di richieste — prontamente respinte — di escludere alcuni ufficiali dall’Esercito (il colonnello David Butler, uno dei più stretti collaboratori di Driscoll, è uno dei nomi di punta messi da parte), tra cui donne e afroamericani. Si tratta di un punto centrale: le promozioni nel codice militare made in USA non rappresentano semplici avanzamenti di carriera, ma determinano chi guiderà l’Esercito negli anni a venire e quale tipo di leadership si affermerà. Inoltre, il susseguirsi delle mosse interventiste di Hegseth avrebbe creato tensioni, riducendo gli spazi di autonomia dei singoli dipendenti e modificando equilibri già ampiamente consolidati.
Risulta impossibile considerare queste casistiche come episodi isolati, in quanto hanno contribuito a creare un clima di profonda incertezza tra i corridoi del Pentagono. Driscoll, tuttavia, non ha la minima intenzione di dimettersi. Al contrario, ha dichiarato di non averci neanche pensato per un secondo e di voler proseguire per la sua strada.
Cosa succede quando una catena di comando costruita per essere stabile diventa un terreno di competizione politica alla mercé dei giornalisti e del dibattito pubblico? Le pressioni sulle nuove nomine e le lotte interne a livello di leadership possono essere percepite come un indizio per un cambiamento più profondo nel modo il cui il potere viene (e verrà) esercitato. Nel frattempo, la Casa Bianca ha fatto sapere che Driscoll rimarrà al suo posto. Con tutta probabilità il clamore di queste ultime settimane finirà per dissiparsi, ma una cosa è certa: il Dipartimento della Difesa non può permettersi instabilità, né privata né pubblica; e ancor meno, di essere gestito come un campo di battaglia.


