Flash #104: Come il Doge di Elon Musk ha svuotato il fondo federale umanistico in 22 giorni
La vicenda, svelata da Inside Higher Ed, rivela quanto la grammatica delle scienze umane possa diventare il bersaglio perfetto dell'automazione amministrativa fatta con l'intelligenza artificiale

Ventidue giorni, un prompt di 120 caratteri e un’intera infrastruttura culturale falciata. Gli atti della causa promossa dall’American Council of Learned Societies (ACLS), dall’American Historical Association (AHA) e dalla Modern Language Association (MLA) mostrano come, tra marzo e aprile 2025, il famigerato Department of Government Efficiency (DOGE) abbia trasformato il National Endowment for the Humanities in un esercizio di classificazione automatica: un archivio di parole chiave da dare in pasto a ChatGPT per decidere quale ricerca meritasse ancora di essere finanziata dallo stato.
Secondo la ricostruzione di Inside Higher Ed, oltre mille descrizioni di progetti sono state immesse nel chatbot con un’unica domanda: “Questo riguarda il DEI?” [così vengono chiamate una lunga serie di politiche inclusive, dedicate appunto a diversity, equity, inclusion, ndr]. Una neolingua intersezionale fatta di acronimi, categorie identitarie e terminologia critica, BIPOC, LGBTQ, tribal, gender: è bastata perché l’IA generasse una lista binaria di sì o di no. Il risultato è stato drastico: oltre 100 milioni di dollari cancellati, il 97 per cento dei grant eliminati e circa il 65 per cento del personale licenziato.
La rapidità con cui è stata compilata la kill list rivela un fenomeno più ampio: le modalità linguistiche oggi dominanti nelle humanities hanno reso la classificazione algoritmica sorprendentemente agevole. Quando ampi ambiti di ricerca vengono articolati attraverso un lessico ricorrente, critico, intersezionale, decoloniale, attento alle dinamiche di oppressione sistemica, diventano inevitabilmente intercettabili da un algoritmo che non distingue metodi di ricerca, contesti o valore storiografico. Questo non significa che gli approcci intersezionali, decoloniali o critici non producano avanzamenti sostanziali nella ricerca. Al contrario: hanno ampliato archivi, soggetti e prospettive, correggendo omissioni storiche profonde. Ma nel momento in cui quelle categorie diventano formule ricorrenti, richieste nei bandi, previste nei template descrittivi, replicate come marcatori quasi obbligati di legittimità scientifica, si trasformano anche in metadati amministrativi. E ciò che nasce come strumento analitico finisce per assomigliare, semanticamente, a un elenco di caselle da spuntare, che DOGE ha trasformato in un perfetto set di trigger words.
È bastato incrociare un paio di termini per trasformare ricerche complesse in bersagli semantici. E infatti la kill list comprendeva di tutto: dalla sostituzione di un impianto di aria condizionata in un museo della Carolina del Nord a programmi di digitalizzazione di giornali locali, a mostre sull’Olocausto. Le deposizioni rivelano che l’allora acting chair Michael McDonald ha lasciato che i funzionari DOGE, senza alcuna competenza nel settore umanistico, inviassero lettere di cancellazione contenenti riferimenti normativi inesistenti, mentre parte delle comunicazioni ufficiali avveniva ancora una vota su Signal, in potenziale violazione del Federal Records Act.
Intanto, fuori dai confini di Washington, NPR documenta notti in cui musei, archivi, media locali e humanities councils ricevevano in blocco le Notice of Grant Termination, mentre DOGE ventilava un possibile stop a oltre a 175 milioni di dollari di fondi non ancora distribuiti. In parallelo, The Art Newspaper riporta che alcune comunicazioni inviate a (ex) beneficiari giustificavano il ritiro dei fondi annunciando di volerli dirottare “in una nuova direzione in attuazione dell’agenda del Presidente”.
Ora la causa passa ai tribunali e al Congresso, ma il punto rimane: nella neolingua accademica in cui tutto è intersezionale e critical, è bastata una singola parola chiave per falciare centinaia di studi. L’IA non ha dovuto interpretare concetti, solo riconoscere etichette. Quelle stesse etichette che oggi le humanities usano come grammatica quotidiana, nelle mani sbagliate, diventano coordinate per una pulizia semantica della ricerca. La questione non riguarda più solo il DOGE, ma la condizione stessa delle humanities nell’era dell’automazione. Un campo che organizza il proprio sapere attraverso categorie ripetibili e codificabili costruisce anche le condizioni della propria normalizzazione amministrativa. E quando il sapere diventa amministrabile per lessico, basta una query per riscriverne i confini.


