Flash #103: La Chiesa cattolica sfida Trump a tutto campo
Nonostante il voto dei fedeli abbia premiato il tycoon, i vescovi Usa evocano l’obiezione di coscienza per i militari e criticano la moralità dell'intervento in Iran

Il rapporto tra Donald Trump e la leadership cattolica statunitense non è mai stato lineare, ma l’insediamento del 47mo presidente ha segnato l’inizio di una nuova, complessa fase di attrito. Se durante la campagna elettorale una parte rilevante dell’elettorato e della gerarchia ecclesiastica aveva guardato con favore al ticket repubblicano – spinta soprattutto dalle posizioni comuni sulla tutela della vita e sulla libertà religiosa – l’entusiasmo sembra essersi bruscamente raffreddato di fronte alla realtà operativa delle politiche migratorie ed estere della Casa Bianca.
Gli eventi in Venezuela, Ucraina, Groenlandia e, da ultimo, in Iran hanno spinto la Chiesa a una critica diretta. Il cardinale arcivescovo di Chicago, Blase J. Cupich, ha definito "disgustoso" il video postato dalla Casa Bianca in cui si mescolano scene di celebri film d'azione con riprese reali degli attacchi contro la Repubblica islamica. Cupich, insieme ai cardinali Robert McElroy e Joseph W. Tobin ha sottoscritto un documento congiunto che mette in discussione la moralità dell’azione militare americana, criticando una condotta fondata su interessi nazionali definiti “miopi”. Richiamando il magistero sociale della Chiesa, i tre porporati hanno ribadito che la guerra va ripudiata e l’uso della forza deve essere solo “l’ultima risorsa in situazioni estreme”, non uno strumento ordinario di politica nazionale.
Ancora più drastica è stata l’evocazione, da parte dell’arcivescovo per i servizi militari degli Stati Uniti Timothy Broglio, della possibilità di un’obiezione di coscienza di fronte a ordini ritenuti ingiusti, in un’intervista alla rete britannica Bbc a proposito delle minacce di Trump verso la Groenlandia e alle tensioni con il regime iraniano.
“I soldati potrebbero trovarsi in una situazione in cui ricevono l’ordine di fare qualcosa che è moralmente discutibile. Sarebbe molto difficile per un soldato, un marine o un marinaio, da solo, disobbedire a un ordine del genere. Però, per quanto riguarda la propria coscienza, sarebbe moralmente accettabile disobbedire a quell’ordine”.
La rottura tra l’amministrazione e l’episcopato è però maturata sul fronte interno, con il piano di deportazioni di massa lanciato da Trump e il suo attacco allo ius soli. Questa linea politica era stata anche condannata da papa Francesco, per cui era “una vergogna”. Sulla scia del monito pontificio, la Conferenza episcopale ha rotto gli indugi depositando due memorie alla Corte Suprema in nome di principi definiti “non negoziabili”: quelli della dignità umana e dell’unità familiare. L’obiettivo è bloccare l’ordine esecutivo del gennaio 2025 con cui il presidente mira a negare la cittadinanza ai figli di immigrati privi di status legale. Una mossa tutt’altro che scontata, in un’America in cui il cattolicesimo vive una polarizzazione interna sempre più evidente.
Molti vescovi, soprattutto nelle diocesi di frontiera, hanno già iniziato a mobilitare le proprie reti di assistenza, ribadendo che le parrocchie rimarranno spazi di accoglienza e supporto a prescindere dallo status legale dei fedeli. Gli avvocati del Catholic Legal Immigration Network (Clinic) sostengono che l’ordine trumpiano sia immorale e incostituzionale.
“La cittadinanza per diritto di nascita è in linea con l’insegnamento della Chiesa secondo cui gli esseri umani sono stati creati come esseri sociali e che l’autorità politica è moralmente tenuta ad affermare e proteggere la dignità intrinseca di ogni persona umana nella comunità”.
Con questa presa di posizione i vescovi ricordano come la tradizione giudaico-cristiana sia, per sua natura, una storia di rifugiati. Per l’episcopato, i migranti riflettono l’immagine di Cristo e meritano la massima carità. Negare loro l’appartenenza alla comunità politica significa tradire le fondamenta morali della nazione.
La distanza è marcata anche a livello diplomatico. La Santa Sede ha declinato l’invito di Trump a partecipare al Board of Peace for Gaza, organismo criticato da molti nella comunità diplomatica perché rappresenterebbe un’ingerenza costosa e destabilizzante nel ruolo delle Nazioni Unite per la costruzione della pace. Tra i detrattori, il segretario di Stato del Vaticano, il cardinale Pietro Parolin, ha espresso preoccupazione per l’indebolimento del multilateralismo, dichiarando che “a livello internazionale dovrebbe essere innanzitutto l’Onu a gestire queste situazioni di crisi”.
Nonostante gli attriti, l’amministrazione Trump sembra determinata a tirare dritto, contando sulla tenuta del consenso di quella base cattolica che lo ha premiato nelle urne. Di certo, questa spaccatura rappresenta una delle sfide politiche più interessanti dei prossimi mesi.


