Flash #101: La Corte Suprema frena i dazi di Trump
Con una maggioranza di 6 giudici su 9, il massimo tribunale americano limita l’uso dei poteri di emergenza e riafferma il ruolo del Congresso nella politica fiscale e commerciale.
Lo scorso venerdì 20 febbraio la Corte Suprema degli Stati Uniti, con una decisione destinata ad avere profonde ripercussioni sul commercio internazionale e sugli equilibri tra Casa Bianca e Congresso, ha inferto un duro colpo alla strategia tariffaria del presidente Donald Trump. Con un verdetto di 6 a 3, i giudici hanno dichiarato illegittimi i dazi generalizzati imposti, riaffermando un principio cardine dell’ordinamento costituzionale americano, ossia che il potere di imporre tributi spetta esclusivamente al Congresso.
La sentenza rappresenta l’esito di una battaglia legale avviata dopo il cosiddetto “Liberation Day” dell’aprile 2025, quando l’amministrazione Trump aveva annunciato tariffe del 10% su un’ampia gamma di beni importati, invocando un’emergenza economica nazionale. Per giustificare il provvedimento, la Casa Bianca aveva fatto ricorso all’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA) del 1977, una legge approvata durante la presidenza Carter che consente al Presidente di adottare misure economiche straordinarie in risposta a minacce provenienti dall’estero. Tradizionalmente, tuttavia, l’IEEPA è stato utilizzato per imporre sanzioni e congelare beni, non per introdurre dazi generalizzati.
A nome della maggioranza, il Chief Justice John Roberts ha delineato con precisione, per più di 10 minuti, i confini costituzionali della delega legislativa. Secondo Roberts il potere di “regolare il commercio” non equivale a un’autorizzazione illimitata a imporre tariffe su qualsiasi prodotto, da qualsiasi Paese, a qualsiasi aliquota e per un periodo indeterminato. La Corte ha chiarito che, pur rientrando nella regolazione del commercio estero, i dazi hanno natura sostanzialmente fiscale. E l’articolo I della Costituzione attribuisce al Congresso e non al Presidente il potere di imporre imposte e dazi. Roberts ha inoltre distinto l’IEEPA da altre normative, come la Section 232 del Trade Expansion Act del 1962, che prevede una delega specifica in materia di sicurezza nazionale. In assenza di un’autorizzazione chiara e circoscritta, ha sostenuto la maggioranza, non è possibile attribuire all’esecutivo un potere di tale ampiezza economica. La decisione richiama esplicitamente la cosiddetta Major Questions Doctrine, secondo cui scelte di straordinaria rilevanza economica e politica richiedono un mandato legislativo inequivocabile.
Particolarmente significativa è l’opinione concorrente di Neil Gorsuch, che pur aderendo all’esito della maggioranza ne amplia l’orizzonte teorico. Se Roberts si concentra sull’assenza di una delega legislativa sufficientemente chiara nell’International Emergency Economic Powers Act, Gorsuch sposta il baricentro su un piano più strutturale. Il Congresso, sostiene, non può trasferire in modo così ampio e indeterminato il proprio potere impositivo senza alterare l’equilibrio costituzionale. Richiamando la non-delegation doctrine, il giudice afferma che il controllo sulle entrate pubbliche costituisce il nucleo storico della sovranità parlamentare americana il principio del “no taxation without representation” non è soltanto uno slogan rivoluzionario, ma un limite permanente all’azione dell’esecutivo.
Sul fronte opposto, i dissensi hanno messo in luce una frattura interna all’ala conservatrice. Il giudice Brett Kavanaugh ha sostenuto che, nell’attuale contesto di competizione economica globale, commercio e sicurezza nazionale siano ormai strettamente intrecciati e che restringere il margine d’azione del presidente rischi di indebolire la capacità negoziale degli Stati Uniti. Un secondo dissenso, sottoscritto da Samuel Alito e Clarence Thomas, ha richiamato la tradizione di ampia deferenza giudiziaria verso l’esecutivo in materia di politica estera ed emergenze economiche, contestando l’interpretazione restrittiva adottata dalla maggioranza.
Le conseguenze politiche ed economiche sono state immediate. I mercati hanno reagito con moderato ottimismo, interpretando la decisione come un segnale di stabilità normativa. Subito dopo la sentenza, Trump ha attaccato duramente i membri della Corte Suprema responsabili della decisione, accusandoli di essere un “vergogna per le proprie famiglie ” e affermando che i giudici contrari alla sua politica non avessero coraggio, oltre ad accusarli di essere influenzati da interessi politici o esteri. La Casa Bianca, tuttavia, dal punto di vista politico ha annunciato l’intenzione di valutare strumenti alternativi, tra cui la Section 122 del Trade Act del 1974, che consente l’introduzione temporanea di restrizioni commerciali per un periodo limitato in presenza di gravi squilibri della bilancia dei pagamenti. Anche questa strada, secondo numerosi costituzionalisti, potrebbe essere oggetto di scrutinio giudiziario.
La portata della sentenza va oltre la singola misura tariffaria. Essa segna un limite strutturale all’uso espansivo dei poteri di emergenza in ambito economico e riafferma la centralità del Congresso nella determinazione della politica fiscale e commerciale. Per i settori industriali maggiormente esposti alle importazioni, la decisione rappresenta un potenziale alleggerimento dei costi; sul piano istituzionale, costituisce invece un monito più ampio: l’efficienza dell’azione esecutiva non può sostituire il processo legislativo quando in gioco vi è l’esercizio del potere impositivo.



