
Il mio primo incontro con il femminismo (o con una sua versione piuttosto ingenua) avvenne più o meno intorno ai sei anni, quando la maestra mostrò a mia madre il compito che avevamo svolto in classe. Si trattava di elencare e disegnare una serie di professioni (poliziotto, pompiere, dottore, astronauta...): sulla mia pagina non c’era traccia di uomini, ma solo di una serie di piccole figure dotate di capelli lunghi, orecchini, gonne, con il nome del loro lavoro declinato al femminile.
La verità è che mi piaceva molto di più disegnare le figure femminili: stavo sperimentando che l’aspetto delle donne era terribilmente legato all’osservazione e alla rappresentazione dei loro corpi.
Qualche anno dopo ebbi il mio secondo incontro con il femminismo, attraverso un oggetto che circolava nella mia famiglia da tempo. Ben prima dell’era delle videocassette di ginnastica in cui Cindy Crawford si allenava sui tetti di New York, Jane Fonda spiegava alle donne, attraverso un libro, come rendere il proprio aspetto più forte e sano in una sorta di guida totemica sull’aerobica.
Prima delle fotografie in bianco e nero che illustravano gli esercizi da fare, il volume conteneva un prologo e un bellissimo capitolo intitolato in italiano Un corpo maltrattato, in cui Jane Fonda raccontava il suo rapporto con l’immagine e con le diete. Ma soprattutto, parlava di come la società (e in particolare Hollywood) avesse cambiato il suo modo di guardare e pensare il corpo: dai digiuni per perdere peso rapidamente, fino alle pillole usate per calmare l’appetito; dai diuretici per sgonfiarsi fino al consiglio di un regista di togliersi i denti posteriori per rendere il viso meno rotondo e gli zigomi più pronunciati.
In particolare c’era un’immagine, un disegno che colpiva la mia mente di bambina: delle donne (con aspetto e fisionomia diversi) in fila, in attesa di entrare in un macchinario capace di renderle tutte uguali, bionde e proporzionate. Era la prima volta che vedevo corpi femminili così diversi tra loro e dallo standard a cui ero (già) abituata.
Jane Fonda’s Workout Book uscì negli Stati Uniti nel 1981, quasi vent’anni dopo il celebre reportage di Gloria Steinem A Bunny’s Tale, pubblicato su Show. Nel reportage, Steinem svelò non solo il lato oscuro dei Playboy Club, ma soprattutto il modo in cui il corpo delle donne fosse oggetto di controlli oppressivi: dalle visite mediche non richieste e umilianti, fino alla regolamentazione del modo di porsi e di apparire delle lavoratrici. Nel 1963 l’impero di Hugh Hefner non era più solo relegato all’immaginario erotico; o meglio, ciò che voleva lo stesso Hefner era che Playboy diventasse uno dei punti di riferimento della rivoluzione sessuale.
E nell’America puritana, la sessualità esplicita e ostentata sembrava assolvere adeguatamente questo compito. Furono in molti a crederci, e a credere che bastasse mostrare un nudo femminile spudorato, celebrando il sesso come attività ludica e libera, estranea al matrimonio e alla procreazione, per dare vita a un movimento che in quegli anni stava cambiando le coscienze degli americani (e non solo). Ma quello che nessuno voleva vedere era che quella liberazione coinvolgeva solo una parte della popolazione ed escludeva le donne, usate solo come oggetto non tanto di piacere, quanto di compiacimento maschile e dell’intera società.
Il reportage di Gloria Steinem (allora giovane e pressoché sconosciuta) è ancora oggi una pietra miliare del giornalismo d’inchiesta, un diario asciutto e dettagliato della sua esperienza sotto copertura come coniglietta dei Playboy Club. Ciò che emerge è uno scenario che nasconde sotto la superficie glamour, un mondo ben diverso, fatto di umiliazioni, molestie e ricatti economici; un mondo in cui, tolto il grembiule da casalinga, la donna non acquistava la libertà sessuale, ma conservava comunque quel sorriso di circostanza, capace di non infastidire nessuno. Le conigliette non erano soltanto oggetti di piacere, ma creature nate per nutrire le aspettative maschili e non intaccare l’immagine della donna arrendevole.
Nel tempio della libertà sessuale si chiedeva alle donne (ancora una volta) di indossare una maschera. Gloria Steinem, scomparsa il 2 settembre scorso, ci ha lasciato una lezione indelebile: per decostruire uno schema e svelare cosa si nasconde sotto la superficie delle cose occorre osservare la realtà dall’interno e vestire i panni di ciò che ci opprime per poi spogliarsene. Lo fece ancora una volta fondando anni dopo Ms. Magazine, che scardinò del tutto l’idea di una rivista femminile, pubblicando articoli che sono rimasti nella storia del femminismo: I Want a Wife di Judy Brady (di cui esiste anche una versione omaggio aggiornata, I (Don’t) Want A Wife di Maggie Trinkle) e altri meno famosi e più recenti che vale la pena leggere, come How Catcalling Changed As I Lost 80 Pounds (And How It Didn’t), di Jamie Cattanach. Gloria Steinem ci ha insegnato che possiamo cambiare realmente le cose, solo quando possiamo osservarle e raccontarle da sole.



