Esclusi e ignoti: gli afrocaraibici oggi

In passato la migrazione afrocaraibica era legata alla Tratta degli schiavi, ma i sempre più frequenti disastri naturali stanno creando ondate di migranti climatici.

Della migrazione caraibica negli Stati Uniti si è tornati a parlare recentemente dopo una serie di eventi catastrofici che hanno colpito i Caraibi, soprattutto la piccola isola di Haiti. Il terremoto del 2010, l’uragano Matthew del 2016 e l’alzamento progressivo della criminalità organizzata con conseguente aumento del numero di omicidi, tra cui quello dell’ex Presidente Jovenel Moïse nel luglio 2021, hanno duramente colpito l’isola, tanto da spingere migliaia di abitanti a prendere la via della migrazione. Meta principale: gli Stati Uniti tanto difficili da raggiungere tanto quanto è difficile per i migranti rimanere.

Ma quando parliamo di migrazione caraibica, di cosa stiamo parlando? Vista la composizione etnica dell’arcipelago bisogna specificare che stiamo parlando di una migrazione definibile come afro-caraibica, ovvero a maggioranza nera e creola con alle spalle la storia della diaspora africana. In estrema sintesi, poi, tale migrazione afro-caraibica può essere divisa in due fasi distinte, ovvero una più vecchia e una più recente che ebbe inizio nel Novecento. 

Pur con le proprie specificità storiche, entrambe queste due fasi hanno contribuito a plasmare in maniera irreversibile il tessuto socioculturale degli Stati Uniti, tanto da rendere impossibile guardare alla storia del paese senza considerare l’impatto culturale, politico e sociale dagli afro-caraibici.

Uno degli esempi più lampanti di questo impatto è sicuramente la cultura culinaria del Paese che, come di recente ha anche sottolineato dalla docuserie di Netflix High on the Hog, molto ha preso dalla cultura afro-caraibica. Altro esempio meno evidente che ci aiuta a capire quanto profonda sia la relazione tra l’arcipelago caraibico e la comunità afroamericana, è la storia  di molti antenati della comunità afroamericana, composti non solo da ex-schiavi antillani, ma anche da rivoluzionari haitiani e commercianti giamaicani.

La prima fase di questo flusso tra le vecchie colonie britanniche nell’attuale territorio statunitense e quelle nei Caraibi è contraddistinta, chiaramente, dalla Tratta degli schiavi. Alla fine del Diciassettesimo secolo, infatti, molti proprietari terrieri britannici che iniziano a commerciare nelle Antille approdano nel North Carolina portando con sé schiavi dall’arcipelago caraibico, sostituendoli soltanto successivamente con schiavi provenienti dal continente africano.

Nel Settecento si assiste invece ad una migrazione a doppio verso: afroamericani che fuggono dalla schiavitù trovando la libertà nelle Antille prima, ricchi possidenti inglesi in fuga con i propri schiavi dalla Rivoluzione dei Giacobini Neri di Toussaint Louverture dopo. 

Prima della Guerra civile americana troviamo alcuni afro-caraibici come il carpentiere antillano Denmark Vesey organizzare o partecipare alle rivolte degli schiavi, mentre altri, come l’intellettuale Edward Wilmot Blyden, danno forma ad una prima forma di panafricanismo radicale che coinvolge tutti i figli e le figlie della diaspora africana. In questo senso, la migrazione – forzata nel caso degli schiavi – da questi due territori contribuisce ad inspessire la relazione tra gli afroamericani e gli afro-caraibici, dove evidente è il modo attraverso cui l’identità razziale ed etnica delle due minoranze si costruisca reciprocamente partendo dalla comune esperienza della tratta.

La seconda fase di questa migrazione non è più legata alla tratta, ma assume le forme di una migrazione quasi ed esclusivamente economica. Dopo la Guerra di Secessione il numero di migranti provenienti dai Caraibi aumenta negli Stati Uniti, toccando le oltre 20.000 unità soltanto nelle prime tre decadi del Novecento.

Chiaramente, il primo conflitto mondiale ha convinto molti afro-caraibici a scegliere di trovare lavoro nelle industrie belliche del Paese, anche se non pochi sono i commercianti come il giamaicano Marcus Garvey che decidono di tessere delle relazioni economiche, politiche e sociali proficue con la comunità afroamericana.

Per gli stessi motivi, un numero più esiguo di migranti approda negli Stati Uniti durante la Seconda guerra mondiale, ma anche e soprattutto a causa delle restrizioni imposte dall’Immigration Act del 1924 – che pone un limite alle percentuali di migranti fatti entrare su territorio statunitense –  tale mobilità si arena fino a quando il sistema di quote non venne abolito nel 1965, dopo l’approvazione del Hart-Celler Immigration and Nationality Act.

Da quel momento in poi sempre più caraibici arrivano negli Stati Uniti, mentre le seconde e terze generazioni di migranti iniziano a identificarsi maggiormente con la minoranza afroamericana sostituendo la comune esperienza della tratta con quella delle discriminazioni razziali, gli abusi della polizia e il difficile accesso al Welfare State. In questo senso, numerose sono le reti assistenziali e politiche che si costituirono tra gli afroamericani e i Caraibi, sopratutto durante l’intervento bellico americano in Nicaragua negli anni della presidenza Reagan.

A partire dagli anni Duemila, la migrazione caraibica ha molto più a che fare con i disastri naturali, la povertà e la violenza. Questa mobilità diventa particolarmente evidente dopo il disastro del 2012 che coinvolse Haiti: fu infatti Barack Obama a consentire agli haitiani che raggiungono gli States a seguito dell’uragano Matthew di fare richiesta di una Temporary Protected Status (TPS), pratica che protegge temporaneamente i richiedenti asilo per cause legati a disastri naturali ed economici. L’ex-presidente Donald Trump decide invece di ritirare il TPS nel 2020 e rimpatriare gli haitiani, ritenendo che i danni di lunga durata dell’uragano (300.000 morti e la distruzione di buona parte delle abitazioni dell’Isola) siano terminati. 

Con l’elezione di Biden, nel maggio di quest’anno le richieste di TPS vengono nuovamente consentite, ma soltanto a chi ne aveva fatto richiesta prima del 21 maggio e con una durata di soltanto 18 mesi; tutti gli altri vengono rimpatriati. Gli eventi che hanno colpito l’Isola, tuttavia, non terminano qui: a distanza di un mese dall’omicidio Moïse, Haiti viene piegata da un terremoto durissimo i cui danni non sono ancora stati stimati.

Risulta attualmente difficile prevedere quali saranno i risvolti futuri della storia della migrazione afrocaraibica, vecchia tanto quanto la fondazione degli Stati Uniti ma così attuale da essere diventato uno dei temi più discussi della politica migratoria di Joe Biden. Ciò che invece appare chiaro ai molti osservatori delle migrazioni dell’ultimo decennio, è che tale migrazione tenderà ad aumentare drasticamente a causa dei cambiamenti climatici che interessano luoghi come il Centroamerica e le isole caraibiche. 

Così come nel 2010, anche in questa occasione la richiesta da parte di molti osservatori alla presidenza è quella di mettere fine alle deportazioni ed espulsioni nei confronti dei migranti caraibici, così da garantire ai profughi quelle tutele che garantirebbero loro di non subire il peso duplice delle politiche migratorie statunitensi da una parte e il dramma sociale ed economico che le isole vivono da anni.

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