È davvero arrivata la fine per i cattolici progressisti negli USA?
Il divario tra establishment e base cattolica di sinistra sembra aver condannato quest'ultima a scomparire sotto il peso di un conservatorismo sempre più diffuso

Partiamo da una domanda: che fine hanno fatto i cattolici progressisti negli Stati Uniti? Il loro percorso, ricostruito a ritroso partendo da un presente in cui si fatica a sentirli battere un colpo (non che siano mancate le occasioni per farsi sentire), sembrerebbe con il tempo aver incrociato un bivio.
Una direzione l’hanno presa i cattolici che frequentano regolarmente la messa, distanziandosi sempre più da un liberalismo che, soprattutto a partire dagli anni Sessanta e dal Concilio Vaticano II, li aveva posizionati su alcune tematiche identitarie a sinistra dello spettro ideologico. Un’altra, quella opposta, l’hanno presa i cattolici di alto profilo religioso e politico che, soprattutto in corrispondenza della presidenza Biden, hanno mantenuto viva l’impressione di un cattolicesimo liberale più solido e affermato del contraltare conservatore.
Si potrebbe dire che non è necessariamente un bene che quella strada, che aveva visto per diverso tempo i cattolici affiancare il Partito Democratico soprattutto per le tematiche inerenti i diritti dei lavoratori e delle persone migranti, abbia incrociato una simile divaricazione, creando un divario quasi incolmabile tra establishment e base di riferimento.
La lettura nel tempo di alcuni dati ha alimentato la pericolosa illusione che una leadership progressista e dichiaratamente cattolica sempre più corposa portasse a un cambio di passo anche nei fedeli. Risale al 2020, infatti, il sondaggio Gallup che aveva applaudito a una maggioranza di cattolici statunitensi — ben il 69 per cento — secondo cui le unioni civili avrebbero meritato di venire riconosciute dalla legge, supportando quindi la storica sentenza Obergefell vs. Hodges (2015). Per diverso tempo si è parlato di “masse” di cattolici liberali che stavano cambiando il volto della propria chiesa con simili posizioni progressiste. La percentuale, tuttavia, declinava all’aumentare della frequentazione della chiesa. Più i cattolici risultavano inseriti nel tessuto fideistico, meno condividevano una simile convinzione. Nessuna massa, dunque: solo un miraggio.
Christopher Hale, ex candidato democratico del Tennessee al Congresso degli Stati Uniti, autore del blog Substrack dedicato all’analisi della figura di Papa Leone XIV Letters to Leo, in una recente intervista si è concentrato su questo distacco. Hale ha riconosciuto la necessità, per i Cattolici liberali, di concentrarsi meno su posizioni di potere e più su una dovuta riconnessione con le proprie masse di riferimento, al momento più facilmente intercettate dal cattolicesimo conservatore, più capillare e presente sui territori.
Ora, poi, il clero cattolico progressista degli anni del Concilio Vaticano II sta invecchiando e lasciando il proprio testimone a ministri di culto giovani e radicalmente conservatori. In questo caso, invece, i dati parlano chiaro e confermano una simile supposizione. Un sondaggio organizzato su 10.000 ministri di culto cattolici, pubblicato nel 2023 e commentato recentemente in un approfondimento per Slate dimostra come il 70 per cento dei sacerdoti ordinati verso la fine degli anni Sessanta si identificasse come teologicamente progressista o molto progressista. Se si guarda invece ai sacerdoti ordinati dopo il 2020, l’85 per cento di questi ultimi si identifica come conservatore.
Diverse sono le ragioni dietro lo slittamento a destra del Cattolicesimo statunitense: da un lato, l’impatto del pontificato di papa Giovanni Paolo II, dall’altro una società che cambia, sentendo sempre meno l’impatto della Chiesa nelle proprie vite. A prendere i voti, quindi, sono solo profili che nutrono una forte convinzione riguardo alla correttezza spirituale del cattolicesimo.
In un simile scenario, papa Francesco e gli insegnamenti progressisti per cui spesso si è contraddistinto non hanno sortito l’effetto più auspicato, ovvero quello di frenare l’inesorabile virata verso il conservatorismo cattolico. Al contrario, il suo Papato e i frequenti contrasti con la chiesa statunitense hanno contribuito a sradicare le tracce rimaste di progressismo cattolico statunitense.
Tuttavia i cattolici progressisti, seppur pochi, esistono ancora, e sembrano alla ricerca di ciò che per loro papa Francesco non è stato: una guida che, senza scontrarsi direttamente con i ministri di culto statunitensi e senza allontanarsi troppo da quel cattolicesimo di massa, sappia riportare il cattolicesimo progressista in auge.
In diversi, all’indomani dell’avvio del Pontificato di Papa Leone XIV si sono chiesti, per l’appunto, se questo Papa sarebbe stato un liberale: un contraltare a quel culto terreno che è il mondo attorno al presidente Trump.
Al momento, papa Leone non corrisponde ad alcuna precisa classificazione ideologica: molto spesso, sceglie di non scegliere, non prendendo una posizione netta sulle questioni dirimenti sollevate durante il pontificato di Jorge Mario Bergoglio che hanno identificato a lungo anche il cattolicesimo progressista americano, come i già citati matrimoni omosessuali o il sacerdozio aperto alle donne.
Eppure, su una questione, quella forse al momento più dirimente e liberale di tutte nel panorama politico statunitense, papa Leone XIV ha preso una posizione netta: l’immigrazione. Dopo aver dichiarato che essere pro-life non significa solo essere contrari all’aborto, il Papa ha aggiunto che per esserlo realmente si dovrebbe essere contrari anche al trattamento inumano riservato alle persone immigrate negli Stati Uniti.
Non più tardi di novembre scorso, la Conferenza Episcopale degli Stati Uniti ha reso pubblico un messaggio speciale in cui condannava le deportazioni di massa operate dall’amministrazione Trump. E ancora, il giorno del Discorso sullo Stato dell’Unione del Presidente, 18 cescovi dagli Stati di confine si sono appellati all’amministrazione repubblicana per implementare diverse riforme e rispettare il diritto di asilo delle persone migranti.
Una svolta e un ritorno alle origini, se si considera che motore del cattolicesimo progressista statunitense furono, tra gli altri elementi, le ampie vedute sui diritti delle persone migranti. Se le battaglie sui diritti legati all’autodeterminazione hanno creato un solco tra gerarchie e fedeli, quella sui migranti potrebbe essere l’ultima chiamata per una riconnessione emotiva e sociale.
Sarà questa la scintilla? Chissà se il cattolicesimo progressista statunitense saprà ritrovare la sua voce proprio lì dove il culto del muro si scontra con quello dell'accoglienza. Il tutto mentre il Papa americano progetta di trascorrere il prossimo 4 luglio non di certo festeggiando i 250 anni dalla dichiarazione di indipendenza. Ma a Lampedusa, luogo simbolo dell’immigrazione.


