Dove il 4 luglio incontra il 19 giugno: là trovate l’America vera
Due celebrazioni ruotano attorno al concetto di Indipendenza, ma la distinzione tra le due date finisce per raccontare due Americhe diverse

Il 4 luglio si sono celebrati i 250 anni di un elenco di verità contenute nella Dichiarazione di Indipendenza e considerate persino tautologiche. Tra queste, che tutti gli uomini sono stati creati uguali e dotati di inalienabili diritti: vita, libertà e il perseguimento della felicità.
Tuttavia, le celebrazioni del 4 luglio, arrivate a un traguardo così importante, impongono di condurre una riflessione più ampia sugli autori di quelle parole, sui destinatari di tali libertà e su quanta strada ci sia ancora da fare per dare concretezza a una storia iniziata duecentocinquanta anni fa. Per provare ad avviare questa riflessione, è necessario passare per un’altra, forse meno rinomata, celebrazione: il Juneteenth, festeggiato il 19 giugno di ogni anno dal 1865 e festa riconosciuta a livello federale solo dal 2021.
Perché guardare a un’altra festività per riflettere sui 250 anni dall’Indipendenza statunitense dalla madrepatria inglese? Perché la storia che è stata scritta quel 4 luglio 1776 non è un racconto che ha visto, almeno per un altro secolo, tutti gli uomini venire considerati realmente uguali tra loro.
Per lungo tempo, infatti, la schiavitù è stata una istituzione fondante degli Stati Uniti d’America, parte integrante di quella percepita predestinazione alla libertà che ha ispirato i grandi profili della storia statunitense. Gli stessi autori della Dichiarazione di Indipendenza non si sono mostrati all’altezza dei propri valori e delle proprie alte convinzioni, essendo essi stessi padroni di schiavi e non reputando minimamente “create uguali a loro” le persone nere. Thomas Jefferson, principale autore della Dichiarazione, solo nel 1776 contava al proprio comando 175 schiavi, tra uomini, donne e bambini neri. Un numero che crebbe fino a 267 attorno agli anni Venti dell’Ottocento.
Nessuna uguaglianza, dunque, tra coloro che popolavano gli Stati Uniti d’America, anzi: con la Convenzione di Philadelfia del 1787 si andò a decretare che gli schiavi valevano meramente tre quinti della popolazione bianca in termini di rappresentazione politica e fino al 1808 la loro tratta e importazione non è stata vietata dal Congresso. Da quella data, tuttavia, non molto è cambiato: l’istituzione schiavista è stata, anzi, mantenuta viva ancora per diversi anni tramite la riproduzione forzata delle donne nere, le quali persero ogni forma di autonomia sessuale e riproduttiva, venendo costrette a generare figli nati con la sola funzione di essere schiavi.
Un sistema diseguale e di privazione della libertà che ha retto fino al Proclama di Emancipazione voluto dal presidente Lincoln nel mezzo della guerra civile (1863), ma soprattutto, fino al 19 giugno 1865, quando l’esercito dell’Unione è arrivato a Galveston Bay, in Texas, ultimo stato Confederato a capitolare.
Quel giorno, più di 250mila schiavi neri vennero liberati, in un atto che sapeva di realizzazione delle parole scelte dai padri fondatori molto più di qualsiasi 4 luglio. È come, quindi, se il 19 giugno 1865 fosse andato a chiudersi un cerchio che si era iniziato a tracciare 89 anni prima.
La storia degli Stati Uniti ci dice, in realtà, che nemmeno con il Juneteenth quel cerchio si è chiuso. Gli afroamericani hanno conosciuto altre forme di violenza e di completo diniego per sé stessi dei valori della libertà, del diritto alla vita e alla felicità. “Sono stati liberati in una nazione impreparata a onorare la loro umanità. Nessuna forma di riparazione o di rete di sicurezza. Al contrario, hanno conosciuto un secolo di Jim Crow, la segregazione razziale, la violenta reazione contro il progresso della comunità mera e le politiche volte a ostacolare anziché a promuovere l’emancipazione”, racconta Setche Kwamu-Nana in una riflessione sull’intersezione tra il 4 luglio e il 19 giugno.
Ed proprio all’intersezione tra quelle due ricorrenze che trovano posto, secondo lei, i veri Stati Uniti d’America: impossibili da racchiudere in un’unica storia, una sola identità, ma al contrario, un Paese costruito sulle contraddizioni, su conflitti irrisolti e su indipendenze conquistate a velocità differenti.
Sono tanti gli interrogativi attorno al significato che queste due date hanno l’una per l’altra. Per alcuni, segnano due strade sostanzialmente lontane: secondo il costituzionalista Kermit Roosevelt III, il 4 luglio significa celebrare il diritto di formare in maniera indipendente una propria comunità politica con le proprie leggi. È il diritto all’autodeterminazione dei popoli che può includere anche optare per delle leggi che “sottopongo a schiavitù coloro che sono riconosciuti come esterni a tali comunità”. Il 19 giugno, invece, celebra lo sgretolamento dei governi schiavisti, nel nome della libertà individuale universale.
Eppure, le tante voci che sono emerse dalla comunità afroamericana portano avanti una posizione differente. A partire da quella dell’abolizionista Frederick Douglass, che molto prima del Juneteenth, il 5 luglio 1852 (giorno appositamente scelto da Douglass, rifiutatosi di intervenire il 4 luglio) si profuse in un discorso passato alla storia come “Cosa rappresenta il 4 luglio per gli schiavi?”, pronunciato a un evento della Ladies Anti-Slavery Society. “La ricca eredità di giustizia, libertà, prosperità e indipendenza [...] è condivisa da voi, non da me. La luce del sole che a voi ha portato vita e guarigione, a me ha portato ferite e morte. Questo 4 luglio è vostro, non mio. Voi potete gioire, io devo piangere”. In quell’occasione, Douglass ha raccontato una storia di mancata riconciliazione tra promesse e realtà: una visione che ancora oggi emerge dagli interventi della comunità afroamericana.
Secondo il pastore Freddie Haynes è proprio questo divario a suggerire che non si può leggere una celebrazione senza l’altra: “Il 4 luglio porta con sé un’idea importante: che la libertà appartiene a tutti e che ogni persona detiene il proprio diritto alla dignità. Juneteenth ci ricorda, poi, che la realizzazione della Dichiarazione d’Indipendenza non è stata automatica. Una data è una promessa, l’altra una sfida a ciascuno di noi per renderla realtà”.
Della stessa idea sono le curatrici del National Museum of African American History and Culture, una realtà che già attraverso la sua architettura potrebbe riassumere il perché quelle due date vanno lette e vissute come concatenate l’una all’altra. La struttura, infatti, costringe i visitatori a un pellegrinaggio dal basso verso l’alto: dalla schiavitù all’emancipazione.
C’è poi chi vede le due date come un metro attraverso cui misurare la libertà veramente garantita dalle istituzioni statunitensi: è quello che Laurel Frazier chiama il freedom gap, la distanza misurabile tra principi espressi su carta e la realtà vissuta dalle varie identità del Paese. Una separazione che definisce ancora oggi la democrazia americana, al di là delle divisioni partitiche e che permette di spiegare perché ad alcuni statunitensi sembra di vivere contemporaneamente in Paesi del tutto differenti tra loro.
Qualcosa, oggi, inizia a muoversi nella direzione della riconciliazione delle due date: succede proprio a Philadelfia, là dove la Dichiarazione di Indipendenza venne firmata e dove per festeggiare questi 250 anni sono state previste le più grandi celebrazioni del 4 luglio, costruite attorno ad artisti neri.
Rimane una domanda in sospeso: è tempo di pensare di unire le due date?
Forse nell’America dove i nazionalisti bianchi invadono Washington D.C. a volto coperto proprio per il 4 luglio, non c’è ancora spazio per pensare di parlare di un’unica Indipendenza, né di unici festeggiamenti che tengano in considerazione ogni sfaccettatura della storia degli Stati Uniti d’America.
Eppure, come nella fotografia che ha fatto il giro dei social media, che vede una donna nera seduta in un vagone della metro, circondata da uomini a volto coperto pronti a “conquistare” la Capitale, c’è della consapevolezza: che gli Stati Uniti d’America, se non possono essere celebrati in un’unica ricorrenza che tenga conto delle ipocrisie storiche della nazione, non saranno mai, in ogni caso, solo quelli che vengono festeggiati il 4 luglio di ogni anno.


