Dopo un inverno di ghiaccio, è primavera a Minneapolis
Il racconto della nostra corrispondente dalla città del Minnesota presa di mira dalla politica anti-immigrazione di Trump, a cui la comunità locale ha opposto un'efficace e appassionata resistenza
Tre mesi dopo la conclusione di Operation Metro Surge — che ha riversato duemila agenti di Immigration and Customs Enforcement e Customs and Border Patrol per le strade di Minneapolis portando all’arresto di tremila persone e all’omicidio di due cittadini statunitensi — nella metropoli del Minnesota il ghiaccio si è sciolto.
Al clamore mediatico internazionale di gennaio e febbraio è seguita la relativa tranquillità delle miti giornate di maggio in cui la nostra corrispondente si è recata in visita. Ma se le strade di Minneapolis non sono più teatro di imponenti e appassionate proteste contro la politica anti-migratoria e la violenza istituzionale del governo di Donald Trump, non c’è angolo della città o giardino di casa che non sia testimone di questa storia e che non lanci un chiaro messaggio di resistenza: ICE out – ICE fuori da qui – si legge sui variopinti cartelli e adesivi esposti alle finestre di case e negozi, piantati nei cortili, affissi ai pali dei semafori.
ICE, beninteso, c’è ancora (benché con un’impronta inferiore rispetto a Operation Metro Surge), c’è sempre stata e non ha intenzione di andarsene. A Minneapolis, l’agenzia fa base presso il Bishop Henry Whipple Federal Building, un edificio federale a sudest della città. Qui si trovano un centro di detenzione per migranti e un tribunale specializzato in procedure di deportazione.
Il Minneapolis Star-Tribune ha raccolto testimonianze terrificanti sulle condizioni di detenzione dei migranti presso il Whipple: dalle catene ai piedi di una giovane rifugiata musulmana alle violazioni del diritto a un giusto processo, fino alle decine di persone stipate in celle minuscole senza accesso a cibo, servizi igienici, cure mediche, coperte per proteggersi dal freddo o materassi su cui dormire.
Di solito, quando una persona viene rilasciata, si ritrova sul piazzale di fronte al Whipple sola, senza abbigliamento adeguato (in inverno, può significare uscire in maglietta nelle temperature sottozero tipiche di questa stagione in Minnesota), senza un telefono cellulare né un mezzo di trasporto, spesso senza più un lavoro e quindi il denaro per mantenersi. È per questo che fuori dal Whipple vigila quotidianamente un gruppo di volontari di Haven Watch, un’associazione nata a gennaio per offrire assistenza, anche legale, alle persone in uscita da un periodo di detenzione sotto ICE.
Nei trenta gradi di un pomeriggio di metà maggio (le temperature a Minneapolis sanno essere radicali tanto quanto la sua comunità), di fianco alle volontarie di Haven Watch fanno la posta anche due manifestanti: una donna di mezza età, seduta su un trespolo sotto a un ombrello per ripararsi dal sole, e un giovane uomo che indossa una maschera che gli copre interamente il viso, per impedirne l’identificazione, e una maglietta bianca con scritto “ICE può farmi i gargarismi alle palle”. «Mi piace la tua maglietta», gli sorride una passante.
Con lo stesso spirito, sulla recinzione dietro ai due manifestanti sono appesi diversi cartelli anti-Trump e anti-ICE: “Trump manda tutto a putt*ne”, “Trump: 4,30 dollari al gallone, va tutto bene”, con riferimento all’impennata dei prezzi della benzina a causa della guerra in Iran.
I due manifestanti mostrano il dito medio alla maggior parte delle auto che entrano ed escono dal cancello del Whipple. Ogni tanto, l’uomo suona anche una rumorosissima vuvuzela rossa. L’uomo spiega che, per individuare i veicoli a cui opporre questi gesti di resistenza, la strategia migliore è guardare la targa: se manca la targa anteriore, è probabile che dentro al veicolo ci siano agenti di ICE o personale federale implicato nelle operazioni anti-immigrazione (ICE usa spesso questa tattica per occultare i propri veicoli). Anche le targhe di altri Stati sono spesso un segnale che vale la pena alzare un dito medio, o anche entrambi.
Quindici chilometri a nord, a pochi minuti di macchina l’uno dall’altro nella zona di South Minneapolis, si trovano gli altari commemorativi dedicati a Renee Good e Alex Pretti, i due cittadini statunitensi di 37 anni uccisi da ICE.
Tra le 50 e le 150 persone visitano ogni giorno il tributo a Good, spiega James, un ex vigile del fuoco sulla quarantina che lo sorveglia tutti i giorni da una sedia di plastica di fronte a casa, proprio nel punto di Portland Avenue dove il SUV granata di Good si è schiantato dopo che un agente di ICE ha sparato alla donna, uccidendola. L’altare combina elementi sacri, come delle candele votive e un vistoso crocifisso appeso di fianco a una bandiera del Messico, a decorazioni più profane come pupazzi, nastri, fiori freschi, cartelli che augurano a Renee di riposare in pace e poesie dedicate alla donna, che era poetessa e scrittrice.
Nel tributo a Pretti, eretto nel tratto di Nicollet Avenue dove un gruppo di agenti di ICE lo ha costretto a terra prima di sparargli due volte, uccidendolo, spiccano una collezione di stetoscopi e camici bianchi da infermiere, in omaggio alla professione dell’uomo. “Are you okay?” (“Stai bene?”), qualcuno ha scritto a mano sulla tasca di un camice: le ultime parole pronunciate da Pretti prima di morire.
«Chiunque abbia assistito alle interazioni di ICE in città è stato immediatamente radicalizzato», racconta Dylan Alverson, proprietario del ristorante Modern Times a South Minneapolis, ad appena quattro isolati da dove è stata uccisa Renee Good. «È stato così violento. È stato così brutale».
La risposta radicale di Alverson alla violenza del governo federale è stata di rendere il suo ristorante completamente gratuito, con la possibilità di offrire una donazione per il pasto consumato. Per Alverson, questo è un modo non solo di venire incontro ai bisogni essenziali della comunità in un momento di difficoltà e tensione, ma anche di smettere di pagare le tasse a un’autorità governativa – cittadina, statale, federale – che, dice, non ha fatto nulla per proteggere la cittadinanza.
«Abbiamo dato speranza alla gente in un luogo e in un momento in cui [la speranza] non era nelle notizie», afferma Alverson, 46 anni, un piercing al setto nasale e diversi tatuaggi sulle braccia, sorseggiando il caffè mattutino a un tavolo del suo ristorante.
Speranza, solidarietà, sostegno: le qualità intorno a cui la comunità di Minneapolis si è stretta, e ancora si stringe, in risposta a quella che molti qui chiamano “occupazione federale”. Non è un caso che le operazioni anti-immigrazione dell’amministrazione Trump abbiano subito un contraccolpo proprio a queste latitudini degli Stati Uniti.
«La gente ama aiutarsi a vicenda», spiega Adrien, cameriera del Modern Times, che ha 30 anni e ha vissuto in Minnesota quasi tutta la sua vita. «Tutto ciò che vogliamo fare è aiutare il prossimo».







