
Acconciature e parrucche bionde scintillanti che si fanno notare, abiti pieni di paillettes, trucco intenso e unghie lunghe che, miracolosamente, strimpellano la chitarra senza rompersi. Dolly Parton rimarrà impressa nelle nostre menti in questo modo anche dopo la sua scomparsa, ormai più di una settimana fa, all’età di ottant’anni in seguito a una breve malattia.
Nota a livello mondiale come la regina del country, quel genere musicale che forse da questa parte dell’oceano non riusciamo benissimo a comprendere, la maggior parte di noi conosce almeno una sua canzone. Di solito, questa canzone è Jolene. Senza Dolly Parton, Whitney Huston non avrebbe mai avuto successo con la sua versione di I Will Always Love You.
Non è però facile capire quanto la perdita di Dolly Parton per gli Stati Uniti sia forte. Come non è facile capire la sua grandezza. Dolly era tantissime cose, non solo una cantante country: icona pop, attrice, paroliera, imprenditrice, polistrumentista, ma soprattutto una filantropa che ha dedicato tutta la vita a fare del bene agli altri. Un vero e proprio jack of all trades, una di quelle figure che hanno davvero incarnato il decantato sogno americano e che, forse, è stata l’unica che è riuscita a mettere d’accordo tutti: dai più vecchi ai più giovani, dai repubblicani ai democratici, dalla comunità LGBTQ+ agli evangelisti, dai milionari fino alla working class. Nessuno tocchi Dolly Parton.
Dolly veniva dal niente, cresciuta in una casupola con a malapena l’elettricità e l’acqua corrente nel Tennessee, all’ombra degli Appalachi. Il padre era analfabeta e i soldi erano pochi ma la musica non mancava, con Dolly che inizia a cantare e suonare in chiesa. Cresce con una madre che canta vecchie canzoni folk e ballate dei migranti gallesi, da cui discendeva, e che si possono sentire nelle sue prime produzioni. La vita semplice, povera e rurale di Dolly Parton è di forte ispirazione in molte delle sue canzoni, come My Tennessee Mountain Home o Coat of Many Colors.
Parton riusciva a prendere la tristezza, le esperienze e il mondo che la circondavano per musicarle fino a renderle condivisibili: questo è stato il vero potere che l’ha resa “un unicorno” nella sempre più polarizzata America, come l’ha definita la BBC. E si è visto: i tributi per la sua scomparsa sono stati tantissimi e provenienti da tutti i colori, politici e non. Perfino Donald Trump si è dovuto arrendere e ammettere che non c’è nessuno come lei, né ci sarà mai. Drastico, ma il Presidente ha parzialmente ragione. Non è facile arrivare ai livelli di Dolly Parton e circondarsi di quel naturale carisma che sembrava portare addosso senza sforzo.
Dal niente, Dolly Parton è diventata un fenomeno enorme. Eppure, e non è scontato, non ha mai smesso di pensare agli altri. In onore del padre, che non sapeva leggere, ha istituito Imagination Library, recapitando un libro al mese fino ai 5 anni per chissà quanti bambini. Perché lei lo sapeva molto bene: la lettura e l’istruzione non sono scontati neanche negli Stati Uniti contemporanei. E ancora, i soldi per le famiglie colpite dagli incendi del 2016 nel suo amato Tennessee; tutte le donazioni per la ricerca medica, dagli studi sull’HIV, fino al vaccino anti COVID-19 di Moderna.
Ha usato la sua voce non solo per le sue canzoni, ma anche per difendere i diritti LGBTQ+, diventandone un’assoluta icona; per Black Lives Matter e la salvaguardia degli animali. Ha cantato della classe operaia sfruttata, quella da dove veniva e che conosceva bene, e ha detto loro di alzare la testa a ritmo di motivetti orecchiabili che stiamo continuando a canticchiare.
Dolly Parton ha, forse involontariamente, insegnato a chissà quante donne che puoi essere chi vuoi, come vuoi e quando vuoi, che meriti di più, che puoi fare le tue scelte senza renderne conto a nessuno. Che puoi sembrare una “bionda stupida”, come spesso l’hanno fatta passare, ma che non devi farti mettere i piedi in testa da nessuno. Ce lo diceva (e insegnava) con quel pizzico di ironia e autoironia che hanno spiazzato più di un giornalista e detrattore, con quel sorriso grande e la sua sicurezza di sé che hanno ispirato generazioni. Memorabile quando si è intrufolata di nascosto in un contest di sue sosia a Los Angeles, gareggiando e perdendo contro una drag queen. Questa era Dolly Parton.
La morte di Dolly Parton è un vuoto incolmabile, non solo nella musica. Abbiamo perso una persona buona e altruista, uno di quei rari casi di artisti che fanno davvero fortuna partendo da zero, senza millantarlo e non dimenticando mai chi sono e le loro origini. E gli Stati Uniti perdono un’icona, un collante, un mito intramontabile. La cosa straordinaria di un personaggio come Dolly Parton è che, nonostante il suo tempo materiale sia finito, nessuno si dimenticherà quale onore è stato vederla camminare, cantare, suonare e sorridere su questo pianeta: ogni volta che sentirete una sua canzone, ogni libro lasciato a Imagination Library, ogni persona ispirata dalle sue canzoni, sono un pezzo di eternità di Dolly Parton e di quanto ha voluto bene alla sua vita, e indirettamente, a tutti noi.


