Gli assi vincenti dei democratici: Soros e Bloomberg

L'imprenditore di origini ungheresi e il magnate ex sindaco di New York sono tra i più grandi finanziatori della causa liberal-democratica negli Stati Uniti.

Per chi non è avvezzo alla politica americana, non è semplice comprendere lo stretto rapporto che lega i soldi al potere politico negli Stati Uniti

L’ottenimento e il mantenimento di una qualsiasi posizione di potere dipende inevitabilmente dall’investimento di milioni – e, più recentemente, miliardi – di dollari, tra donazioni e campagne di beneficenza. 

Per farsi una vaga idea, basta aprire il database OpenSecrets, dal nome più che mai eloquente. La piattaforma non-profit, creata nel 1996 dall’impegno dei senatori Frank Church e Hugh Scott, già fondatori del Center for Responsive Politics e del National Institute on Money in Politics, colleziona e rende pubblici tutti i movimenti economici della politica americana, dal lobbying, alle donazioni, al dark money, dollari la cui provenienza rimane ignota.

La sigla più eloquente è quella di PAC, abbreviazione di Political Action Committees: comitati politici creati espressamente con lo scopo di raccogliere e spendere denaro in favore dell'elezione di un candidato o di un gruppo politico (o della sconfitta di un altro). 

Esistono poi i Super PAC, diventati strumento fondamentale di campagna elettorale dal momento della loro creazione, nel 2010. I Super PAC non possono dirottare direttamente i fondi a candidati specifici o coordinare le spese con gli stessi, ma hanno la libertà di spendere somme di denaro illimitate in pubblicità e operazioni di marketing collaterali. Nella campagna elettorale del 2019-2020, i Super PAC hanno dichiarato investimenti per oltre 2 miliardi di dollari.

Forse più importanti per la rilevanza che assumono di fronte ai cittadini sono i finanziatori indipendenti, multi-miliardari che utilizzano i propri guadagni per indirizzare la politica verso la direzione che ritengono necessaria. Dando una breve occhiata ai principali investitori nella politica, due nomi saltano all’occhio.

Il nemico della destra (e degli antisemiti): George Soros

Il primo è quello di George Soros, il finanziere, imprenditore e filantropo americano ma di chiare origini ungheresi, con un patrimonio stimato di circa 9 miliardi di dollari. Il nome di Soros è noto e controverso non solo per il suo immenso patrimonio guadagnato tramite la speculazione finanziaria negli anni 90, ma anche per le sue idee di sinistra ultra-liberale e la promozione dell’ideale di “società aperta”, che gli costano la strenua opposizione della destra di tutto il mondo. 

Dal 2004 a oggi, Soros figura tra i primi 20 finanziatori di campagne elettorali quasi in ogni ciclo. Nel 2020 ha finanziato i liberal per 7 milioni di dollari; nel 2018, ha donato 16 milioni. Tutto ciò figura negli assegni come contributo individuale, senza contare dunque le donazioni effettuate indirettamente tramite organizzazioni non-profit o fondazioni filantropiche a lui connesse. Secondo il quotidiano Politico, soltanto nei primi tre mesi del 2020 Soros avrebbe destinato 28 milioni a diverse PAC che sostenevano la causa liberal.

È difficile fare una stima accurata degli investimenti di Soros nella politica. Quel che è certo è che le sue idee politiche ed economiche ultra-liberali, insieme al ruolo che gioca in politica politica, gli fruttano ormai da decenni il ruolo di protagonista di teorie cospirazioniste di ogni genere, propugnate dalla destra in ogni angolo del mondo. 

Soros è considerato da molti la mente criminale dietro i problemi che devastano il pianeta, dal cambiamento climatico alla pandemia di COVID-19. Insieme a Bill Gates, Soros è stato uno dei principali accusati di aver orchestrato a tavolino la diffusione del virus, per poi poter trarre profitto dalla vendita dell’antidoto.

Non mancano poi le teorie antisemitiche, di cui Soros è inevitabilmente al centro, in quanto ebreo. Nel 2018, il suo nome figurava nella stragrande maggioranza dei tweet di stampo antisemita. Membri dell’estrema destra e di QAnon negli Stati Uniti lo accusano di “genocidio dei bianchi”. Il fondatore di un think tank neonazista è arrivato a chiedersi se Soros non sia l’incarnazione dell'Anticristo.

Soros rappresenta, nel bene e nel male, una figura a metà tra il Robin Hood del tardo capitalismo e lo sciacallo. Ha fatto soldi sporchi, poi li ha parzialmente reinvestiti nel sociale. Se sia da lodare o da condannare è oggetto di disputa.

Soldi, competenza e di nuovo soldi: Mike Bloomberg

L’altro nome, divenuto tristemente famoso per la campagna elettorale fallita in seno alle primarie democratiche per la presidenza nel 2020, è quello di Michael Bloomberg, imprenditore e filantropo con un patrimonio stimato 59 miliardi. Bloomberg creò buona parte della sua ricchezza grazie a una maxi liquidazione di 10 milioni di dollari ricevuta dalla banca d’investimento per cui lavorava, denaro poi investito nel prodotto di punta che ancora oggi viene venduto dalla sua società: il Bloomberg Terminal.

Negli ultimi decenni, Bloomberg ha concentrato i suoi interessi sulla politica attiva, diventando sindaco di New York nel 2001. Dopo la fine del suo impegno alla guida della Grande Mela e la sconfitta di Hillary Clinton nel 2016, l’ex primo cittadino di NYC aveva promesso agli americani che avrebbe fatto «tutto il necessario» per impedire a Donald Trump di ottenere un secondo mandato. Tutto il necessario nella politica americana significa innanzitutto investire fiumi di denaro.

Forte dello slogan «Mike will get it done» («Mike lo farà»), Bloomberg ha autofinanziato la propria campagna alle primarie investendo più di un miliardo di dollari.

Oltre 120 milioni sono stati destinati soltanto alle pubblicità online. Si stima che un video promozionale di 15 secondi, pubblicizzato per 20 giorni su Google, sia costato al candidato tra i 1000 e i 50.000 dollari, moltiplicati per le decine e decine di spazi promozionali che Bloomberg ha acquistato nei mesi antecedenti alle elezioni primarie. 

Dal punto di vista politico, Bloomberg incarna alla perfezione l’ideale di personaggio politico che tenta di acquistare a tutti gli effetti il proprio potere politico con risultati altalenanti. Laddove i suoi sforzi sono falliti – come, ad esempio, con la candidatura alla Casa Bianca – ha continuato a versare milioni nelle casse del partito democratico.

Al termine delle primarie, dopo essersi posizionato quarto, con solo il 6,8% dei voti (ma coronato da una curiosa vittoria ai caucus delle Samoa Americane), Bloomberg ha dedicato i suoi sforzi per sostenere Joe Biden, rimanendo fedele alla propria missione di impedire ad ogni costo la rielezione di Trump

Il magnate newyorchese si è concentrato sugli Stati americani tradizionalmente rossi, ovvero repubblicani e – attualmente – trumpiani, nel tentativo di influenzare i risultati in favore di Biden. Bloomberg ha destinato 100 milioni innanzitutto in Florida, poi in Texas e Ohio. 

In Florida in particolare, i leader democratici avevano dato quasi per scontato un rovesciamento delle dinamiche di potere, e pare che avessero in mente di spingere Biden a nominare Bloomberg nella sua amministrazione.

Quando però Trump si è aggiudicato il Sunshine State con una vittoria a dir poco schiacciante, superando Biden di quasi 4 punti percentuali, la stampa americana, che fosse di stampo conservatore o liberale, si è domandata in coro se lo sforzo di Bloomberg non fosse stato esagerato, oltre che inutile.

Adesso “Mini Mike”, lo sberleffo con cui Trump ha deciso di identificarlo per tutta la sua sventurata campagna elettorale, è tornato a concentrarsi sugli sforzi filantropici, forse a lui più congeniali. In particolare, in vista del COP26 di novembre, ha destinato 10 milioni al miglioramento delle politiche climatiche delle Nazioni Unite, in qualità di ambasciatore. 

Gli esempi di questi due personaggi aiutano a fare luce su una caratteristica chiave della politica americana e degli Stati Uniti come Paese. Non c’è nulla di male a comprarsi la politica, che sia finanziando se stessi o gruppi politici. Ma bisogna saperlo fare. E avere patrimoni di miliardi non sempre basta.

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A guest post by
Marta è una giornalista laureata presso la Columbia Journalism School di New York. Oltre a vivere l'America e scriverne, si occupa di disinformazione per Coda Story e food per La Cucina Italiana.