L'impatto ambientale della Crypto Art

Gli NFT stanno cambiando il mondo dell'arte ma a che prezzo per il nostro pianeta?

Nati come mezzi di scambio di opere d’arte, gli NFT o "non fungible tokens" (ovvero token non sostituibili o, per meglio dire, unici) sono file digitali generati a partire da codice binario che consentono, a chi li acquisisce, di avere accesso esclusivo ai dati di un determinato oggetto virtuale e ai suoi diritti d’autore. Il valore effettivo di un NFT, di fatto, è dato dalla stessa forma di esclusività che caratterizza le opere uniche battute all'asta, con la sola differenza che quell'opera può essere vista da chiunque e anche riprodotta online ma esiste una sola copia del suo NFT.

Come è facile immaginare gli NFTs attraggono molti collezionisti e vengono battuti in aste online che possono durare anche più giorni, arrivando ad essere venduti per cifre esorbitanti. La corsa agli NFTs, nel caso specifico, è cresciuta inesorabilmente dopo che alcune opere dell'artista Beeple sono state vendute per più di 3,5 milioni di dollari.

Per chi sin da subito ha compreso la portata del fenomeno, il passo successivo è stato semplice: artisti, creatori, aziende e giornalisti si sono dati da fare per creare oggetti digitali unici da poter vendere. Un esempio fra tutti è la gif di Nyan Cat, meme conosciutissimo, rimasterizzato e trasformato in un pezzo unico di arte digitale il 18 febbraio 2021, per il suo decennale.

Finora tutto sembra filare e si potrebbe quasi pensare che sia uno dei tanti trend del momento destinato a sparire tra qualche anno o rimanere appannaggio del collezionismo di nicchia. Tuttavia, secondo i “Bitconiani” della prima ora (e con questo mi riferisco anche ai sostenitori delle altre criptovalute in circolazione, come Ethereum), gli NFTs rappresentano il futuro della proprietà, intesa come proprietà digitale. E non è dunque un caso se alcuni giochi online permettono già di acquistare NFTs sotto forma di oggetti riproducibili, come appezzamenti di terra virtuali o armamenti.

Ma tutto questo ha un costo inimmaginabile per la società. Come ogni sistema basato sull'utilizzo di una blockchain, anche gli NFT comportano enormi costi ambientali dovuti alla necessità di costanti flussi di energia che tengono in funzione centinaia di server in giro per il mondo.

E il costo è, in questo caso, duplice: non soltanto è necessaria una notevole quantità di energia per generare gli NFTs ma a questa va sommata l'elettricità necessaria ai minatori di criptovalute, coloro che gestiscono o fanno funzionare i mega-calcolatori che estraggono criptovalute per immetterle sul mercato.

In termini quantitativi, di quali cifre stiamo parlando? In Cina, dove la tecnologia blockchain si è sviluppata in tempi record, l'industria di mining consumerebbe, in termini energetici, l'equivalente di un Paese come l'Italia. Abbastanza, dunque, per convincere Xi Jinping a ordinare la chiusura di ogni impresa che si occupa di mining sul territorio del Paese e addirittura cacciare i minatori più incalliti (che forse troverebbero rifugio - indovinate un po' - proprio in Texas).

L'aura di hype che si è ingenerata attorno agli NFTs sembrerebbe far quasi dimenticare, quindi, quale sia effettivamente l'impatto di questa tecnologia sul nostro pianeta.

Prendiamoci un momento per capire bene come funziona questo sistema.

Tutto parte dall'artista che, in fase di caricamento online dell'opera, la rende coniabile, attraverso il lunghissimo e difficilissimo processo di creazione degli NFTs, comunemente definito “mining . In pratica, ad ogni opera, corrisponde una stringa di codice binario, successivamente compressa in una versione ridotta - il cosiddetto hash - tramite il processo di hashing. Questo passaggio consente di memorizzare l'hash sulla blockchain e di rintracciare facilmente il suo proprietario, quindi, nel nostro caso, il proprietario dell'opera.

L'aggiunta di sempre più opere ad una blockchain comporta che centinaia di minatori lavorino per rendere possibile la creazione di nuovi hash, attraverso un numero sconcertante di tentativi, che spesso supera il quintilione. Chi per primo arriva alla soluzione si assicura che l'oggetto/opera d'arte sia "aggiunto/a" alla blockchain (e ovviamente riceverà un guadagno in criptovalute per il suo impegno).

Per i non addetti ai lavori può sembrare che stia parlando di un qualcosa che accade su universo lontano anni luce dal mondo reale, ma ormai la blockchain è una realtà a tutti gli effetti e ha già provocato ingenti danni ambientali in termini di emissioni di anidride carbonica. Secondo uno studio condotto da alcuni ricercatori indipendenti, l'impronta del processo che va dal conio fino alla vendita di un NFT sulla piattaforma SuperRare (una delle varie piattaforme di vendita di Crypto Art) in media produce 200 chilogrammi di CO2. Per capirne la portata, pensiamo che in media ogni e-mail inviata emette pochi grammi di CO2 e che 200 chilogrammi  di CO2 equivalgono a percorre mille km con un auto a gasolio o ad utilizzare un pc per tre anni consecutivi.

Nonostante molti Paesi si stiano domandando se e come effettivamente controllare lo sviluppo di questo fenomeno, sempre più persone si stanno interessando alle criptovalute e agli NFTs, scegliendo di dedicarsi al mining come un vero e proprio lavoro.

Soluzioni alternative sembrano affiorare ma ci vorrà molto affinché piattaforme gigantesche come Ethereum e Bitcoin riescano a implementarle un nuovo algoritmo che consumi meno e garantisca efficienza. Un esempio è la piattaforma Chia Coin, fondata dall'informatico statunitense Bram Cohen e che ha già molti sostenitori, oltre ad aver ricevuto la benedizione di Bill Gates ed Elon Musk.

Benedizioni a parte, Chia Coin punta ad utilizzare una blockchain che sfrutti un algoritmo evoluto rispetto a quello di Bitcoin ed Ethereum (il “proof of work”) e chiamato "proof of space and time". Questo consentirebbe di ridurre i passaggi del mining e ridurne l'impatto ambientale, sfruttando lo spazio disponibile su hard disk e SSD e abbandonando la tecnologia cloud e, quindi, spegnendo i relativi server.

Le alternative sicuramente non mancano ma bisognerebbe chiedersi, prima di tutto, abbiamo davvero bisogno dell'ennesimo mercato energivoro? Non ci basta già sapere che quello che indossiamo e mangiamo - perché, parliamoci chiaro, non tutti possono permettersi di indossare capi sostenibili o mangiare bio - è già di per sé distruttivo per l'ambiente?

Ai posteri l'ardua sentenza.