Crociate, profezie e guerra santa: dentro il delirio religioso di Hegseth
Tatuaggi crociati, pastori radicali, Salmi in conferenza stampa. Dietro il Segretario alla Difesa una corrente post-millenarista che vede nella guerra all'Iran lo scontro finale con l'islam
Pete Hegseth è ossessionato dalle crociate. Per il Segretario della Difesa, anzi della Guerra come si autodefinisce, il periodo storico poco dopo l’anno mille in cui Vaticano e regni europei si avventuravano nella conquista della Terra Santa e di Gerusalemme è quello più avvincente. Ma non si tratta solo di una passione per la storia medievale; al contrario, per Hegseth oggi servono uomini capaci di finire quello che i crociati avevano iniziato.
Per averne un’idea bisogna partire dalle parole stesse dell’ex conduttore di Fox News, messe nero su bianco nel suo libro American Crusade: Our Fight to Stay Free, pubblicato nel 2020: “Il nostro presente è molto simile all’undicesimo secolo. Non vogliamo combattere ma, come i nostri fratelli cristiani mille anni fa, dobbiamo. Abbiamo bisogno di una crociata americana. Noi cristiani dobbiamo impugnare la spada di un americanismo senza compromessi e difenderci. Dobbiamo respingere l’islamismo”.
Questa idea è impressa sulla stessa pelle di Hegseth con due tatuaggi controversi: la croce di Gerusalemme sul suo petto, emblema dei crociati così come dell’estrema destra americana, e il Deus Vult, il “Dio lo vuole”, che si crede sia stato scandito per la prima volta dai combattenti cristiani che risposero a Papa Urbano II e che si lanciarono nella prima crociata nel 1095. Ovviamente, questa visione non è rimasta confinata ai suoi libri o ai tatuaggi. Si è infatti via via impossessata di tutto il Pentagono ed è emersa con prepotenza nel corso della guerra contro l’Iran che gli Stati Uniti hanno lanciato il 28 febbraio.
Il revisionismo religioso del Segretario ha radici profonde ed effetti inquietanti e grotteschi (vedi la citazione falsa di Pulp Fiction). Il 21 maggio di un anno fa, al Pentagono, il pastore del Tennessee Brooks Potteiger sta tenendo un servizio su invito dello stesso Hegseth. A un certo punto cita un versetto del Vangelo di Matteo, rivolgendosi direttamente ai vertici dell’esercito americano: “Se il nostro Signore è sovrano persino sulle cadute del passero, potete essere certi che è sovrano su tutto ciò che accade in questo mondo, compresi i missili Tomahawk e Minuteman. Gesù ha l’ultima parola su tutto”.
L’ombra di Douglas Wilson
Per mesi nel Dipartimento si sono tenuti in modo costante incontri religiosi, sempre con lo stesso tenore: un mix di nazionalismo cristiano ed estremismo, lo stesso portato avanti da Potteiger e dalla Communion of Reformed Evangelical Churches, una rete di chiese evangeliche che hanno come figura di collegamento Douglas Wilson, mentore e principale consigliere religioso di Hegseth.
È nel pensiero di Wilson e nella sua influenza sul Segretario che si capisce l’impatto di questo revisionismo religioso sul Pentagono e sulla politica estera americana dell’amministrazione Trump. Wilson si definisce un paleo-confederato e da sempre esprime posizioni controverse care al grande bacino del nazionalismo cristiano (bianco) della destra americana. Si va dalla subordinazione della donna all’uomo e alla fine del loro diritto di voto, fino a una visione bianca e patriarcale che giustifica fenomeni come la schiavitù e la supremazia bianca. La sintesi di tutto questo in ambio di politica estera è nella lotta con il nemico terno: l’islam.
La guerra santa di Hegseth
Nei giorni del conflitto con Teheran, gli interventi del Segretario sono stati innumerevoli e si sono fatti notare più per le deviazioni religiose che per aspetti tecnici legati all’attività dell’esercito. Ad esempio, ha invocato spesso “l’onnipotente provvidenza” come segno che Dio è dalla parte dell’esercito americano, protetto perché impegnato in una missione. Hegseth ha sottolineato come non avrebbe permesso ai soldati americani di “avere pietà” dei “barbari selvaggi” del regime iraniano, il tutto pregando per la vittoria “nel nome di Gesù Cristo”. E ancora, durante una conferenza stampa nel marzo scorso si è lasciato andare alla citazione dei Salmi: “Benedetto sia il Signore, mia roccia, che addestra le mie mani alla guerra e le mie dita alla battaglia”.
Il Segretario non è sempre stato un fondamentalista cristiano. Cresciuto in una famiglia moderatamente religiosa, ha iniziato la sua personale crociata nel corso di diverse missioni in Afghanistan con l’esercito, ma tutto ha preso una piega più radicale con il suo ingresso definitivo nel mondo evangelico avvenuto nel 2018. Da quel momento la sua ascesa nel movimento è stata rapida. Nel 2022, insieme a David Goodwin, leader del movimento Classical Christian Education, ha scritto un libro. In esso, gli autori sottolineavano la necessità di reintrodurre il cristianesimo nel sistema scolastico americano come strumento per permettere la sopravvivenza della “civiltà occidentale”. La scrittura del libro, ha raccontato lo stesso Hegseth, è stato un processo di conversione: come se fosse una “pillola rossa”, un chiaro riferimento non tanto a Matrix quando alla manosphere. Nello stesso periodo, il Segretario si è trasferito in Tennessee ed è progressivamente entrato nella chiesta del pastore Wilson.
Durante questo processo Hegseth si è legato a una delle tante correnti del nazionalismo cristiano, quella riformata e calvinista. Come ha spiegato la professoressa di Studi religiosi alla University of North Florida Julie Ingersoll al Guardian, questa corrente è post-millenarista e crede che il compito dei cristiani sia quello di costruire il regno di Dio sulla Terra prima del ritorno di Gesù Cristo. Questa condizione si mescola alla fascinazione dello stesso Hegseth per le crociate in un mix inquietante, che vede il Segretario della Difesa convinto che la sua missione e quella degli Stati Uniti sia quella di ristabilire la cristianità in tutto il Medio Oriente, in particolare in Iran, per preparare il ritorno di Cristo.
Un revisionismo che plasma la società americana
La logica revisionista di Hegseth ha delle ricadute interne. La prima — e più evidente — è la lotta a tutto quello che viene considerato woke o politicamente corretto. Non a caso, negli stessi giorni in cui Donald Trump attaccava la Nato e gli alleati europei per non aver dato una mano nel conflitto, il capo del Pentagono lanciava epurazioni ed editti contro i vertici militari colpevoli di essere troppo woke. E infatti, già prima della guerra il ribaltamento di pratiche DEI avviate nel Dipartimento dall’amministrazione Biden è andato a pieno regime, mescolandosi con una dose di revisionismo confederato grazie al ripristino dei nomi e delle statue dei generali confederati nelle installazioni militari. Il convincimento profondo di Hegseth è che gli Stati Uniti in realtà siano una nazione cristiana fin dalla loro fondazione: “Siamo una nazione cristiana fin nel nostro DNA, se riusciamo a preservarlo”.
Gli USA nazione cristiana: un debunking
Bastano due esempi per capire come gli Stati Uniti non siano nati come nazione cristiana. Nello Statuto della Virginia per la Libertà Religiosa, redatto da Thomas Jefferson nel 1777 e approvato nel 1786, si legge questo passaggio: “I nostri diritti civili non dipendono dalle nostre opinioni religiose più di quanto non dipendano dalle nostre opinioni in fisica o geometria“. Qualche anno dopo, gli Stati Uniti sono ancora più netti quando firmano il Trattato di Tripoli nel 1796 che riporta: “Il governo degli Stati Uniti d'America non è in alcun modo fondato sulla religione cristiana”.
La ricetta di questo è una società verticistica. Come ha spietato alla CNN Allyson Shortle, professore di Religione e politica alla University of Oklahoma ed esperto di nazionalismo cristiano, la corrente evangelica di Hegseth ricalca una particolare versione dell’eccezionalismo americano, secondo la quale gli statunitensi sono diversi dalle persone di altri Paesi e soprattutto sono impegnati in un più ampio scontro morale con le altre società: “Il nazionalismo cristiano e l’eccezionalismo religioso americano”, ha spiegato Shortle, “sono parte integrante dello stesso ordine sociale, che pone i cristiani al vertice e tutti gli altri in una posizione di inferiorità, in un modo che risulta molto autoritario”.
Il problema principale dell’approccio neo-crociato di Hegseth è che questa visione della guerra santa è un pericoloso gioco a somma zero, dove vale solo l’annientamento dell’avversario: una situazione che non bada all’impatto economico e sociale e rischia di trascinare il Paese verso l’ennesima long war, forse persino più distruttiva delle altre proprio perché nella mente del Segretario alla Difesa si tratta di uno scontro finale tra bene e male, in un’eccessiva semplificazione delle crociate.






