La crisi democratica del continente americano

L'ombra di Trump ha portato a un deterioramento democratico che ha coinvolto tutte le Americhe, dal Messico al Brasile.

C’è un assalto in corso oggi in America, un tentativo di sopprimere il diritto di votare in elezioni giuste e libere, un assalto alla democrazia, alla libertà, a chi siamo come americani.

– Joe Biden

Così ha detto Joe Biden martedì scorso al National Constitution Center di Filadelfia, un’istituzione dedicata alla legge fondamentale che sancisce la democrazia negli Stati Uniti d’America, firmata nel 1787 a pochi metri di distanza da dove il Presidente ha tenuto il suo discorso, all’Independence Hall.

Lo stato di pericolo in cui versa la democrazia è uno dei temi più frequenti che Biden affronta durante i suoi speech, almeno una volta ogni otto giorni nell’ultimo periodo, secondo il Washington Post. 

Per il report 2021 di Freedom House circa il 75% della popolazione mondiale vive in nazioni in cui la democrazia ha subito minacce nell’ultimo anno. L’influenza della Cina - la dittatura più popolosa al mondo -, la disinformazione e la reazione dei governi alla pandemia di COVID-19 sono fattori che hanno acuito il declino democratico, iniziato nel 2006.

L'impatto del deterioramento delle libertà civili è diventato globale, così esteso da essere percepito sia da coloro che vivono sotto le dittature più crudeli, sia dai cittadini in stati in cui la democrazia è consolidata.

La grande bugia con cui l’ex presidente repubblicano Donald Trump ha negato l’esito delle elezioni americane a novembre 2020 nonostante non ci fosse alcuna prova di frode, il fatto che alcuni leader politici si siano sentiti autorizzati ad annullare il risultato delle elezioni e che il 6 gennaio 2021 i sostenitori di Trump abbiano assaltato Capitol Hill, il Campidoglio di Washington, e interrotto la seduta con cui il Congresso avrebbe dovuto ratificare formalmente la vittoria del presidente eletto, hanno mostrato come la volontà popolare abbia rischiato di passare in secondo piano perfino in un Paese come Stati Uniti.


Secondo un sondaggio realizzato il mese scorso da Marist University effettivamente due terzi degli americani credono che la tenuta democratica del loro paese sia in pericolo. A pensarla così sono per la maggior parte i Repubblicani: 9 su 10 tra i sostenitori di Trump, 6 su 10 tra i Democratici. Infatti, sebbene Trump alla fine si sia dimesso non ha mai ammesso di aver perso le elezioni. Le sue azioni, che hanno minato la credibilità della competizione politica, hanno aperto una strada che altri leader stanno già seguendo.

«Le elezioni saranno ribaltate, cari amici» ha detto Keiko Fujimori, candidata alle presidenziali del 6 giugno in Perù, ai suoi sostenitori scesi in piazza a Lima dopo che l’Onpe, la commissione elettorale, ha diffuso i risultati del voto. Il suo sfidante, l’ex maestro elementare Pedro Castillo, avrebbe ottenuto il 50,12% delle preferenze ma, dopo più di un mese dal ballottaggio, non c’è ancora un presidente perché la Señora K, figlia del dittatore che ha guidato il paese dal ’90 al 2000, Alberto Fujimori, ha contestato il voto nonostante gli osservatori internazionali abbiano decretato la correttezza del processo elettorale. Pochi giorni dopo la denuncia per frode, La República, uno dei più importanti quotidiani peruviani, ha pubblicato una vignetta che ritrae la candidata con il volto dipinto e le corna di bufalo in testa, proprio come quelle che indossava Jake Angeli, lo Sciamano di QAnon, quando prese parte all’assalto a Capitol Hill.

Fujimori, senza particolari prove per rafforzare la sua tesi, ha reclutato gli avvocati più importanti e costosi del paese per annullare 200.000 schede, quasi tutte provenienti dalle regioni andine più povere che hanno votato in modo schiacciante per Castillo. Il prossimo 28 luglio in occasione dei duecento anni dall’Indipendenza del paese ci dovrà essere la proclamazione ufficiale del Presidente ma Castillo, che avrebbe vinto per 44 mila voti su 19 milioni di suffragi, non ha ancora iniziato la transizione ufficiale al potere poiché l’avversaria, con alle spalle un processo incombente per presunto riciclaggio di denaro e la possibilità di una condanna in carcere se non acquisisce l'immunità presidenziale, sembra intenzionata a minare la legittimità dell’ex insegnante, seguendo le orme di Trump. Intanto, il Perù devastato dal Covid – con il peggior tasso di mortalità pro-capite del mondo – e dalla polarizzazione politica, attende di trovare stabilità dopo che negli ultimi tre anni a causa dell’elevato tasso di corruzione dei suoi rappresentanti e dei continui scontri tra presidenza e Congresso ha avuto ben quattro diversi presidenti.

Per il report di Freedom House Democracy under Siege il Perù ha cambiato il suo status da “libero” a “parzialmente libero” proprio per la mancanza di credibilità della classe politica. 

Da tenere sott’occhio, però, è tutta l’America a sud del Rio Grande, il fiume che segna il confine tra Stati Uniti e Messico. L’area negli ultimi decenni considerata abbastanza stabile e in crescita economica sta subendo una forte recessione a causa della pandemia, accompagnata, come di frequente accade quando aumentano povertà e malcontento della popolazione, da crisi politiche e dall’indebolimento dei principi democratici.

In Messico il presidente Andrés Manuel López Obrador (AMLO) populista e volto della sinistra, è in carica dal 2018. Quando ha vinto con il 53% delle preferenze le elezioni presidenziali molti lo hanno definito il Trump messicano non tanto per la vicinanza ideologica con l’ex presidente statunitense quanto per la sua abilità nel parlare in maniera semplice e attraverso slogan, attrarre l’elettorato su tematiche basilari quali la lotta alla violenza, alla corruzione, alla povertà senza spiegare come risolvere i problemi, e per le sue politiche nazionaliste molto simili all’America First di The Donald.

Nonostante prima di salire in carica AMLO avesse scritto un libro, Oye, Trump, in cui paragonava i commenti offensivi del Tycoon sui messicani a quelli dei nazisti nei confronti degli ebrei, poi tra i due presidenti è nata una cordiale intesa: la prima visita all’estero di López Obrador è stata proprio a Washington per incontrare Trump e celebrare l’entrata in vigore dell’accordo commerciale USMCA (Stati Uniti, Messico, Canada). Trump ha chiamato stupratori e rapitori i migranti clandestini messicani e puntato molto sulla costruzione del muro per fermare il flusso di migranti e di merci illegali, AMLO una volta salito in carica ha cooperato con la politica Remain in Mexico che obbligava i richiedenti asilo ad attendere le udienze relative ai loro casi nel lato meridionale del confine con gli Stati Uniti e ha inviato truppe armate al sud per bloccare i migranti centroamericani. Quando Joe Biden ha vinto le elezioni statunitensi Obrador, proprio come Bolsonaro, è stato uno degli ultimi leader mondiali a congratularsi con il neopresidente probabilmente perché preoccupato che le politiche dei Democratici avrebbero interferito in maniera maggiore con gli affari interni del suo paese.

AMLO in questi anni è stato criticato per le sue tendenze autoritarie: non ama gli oppositori e spesso accusa chi lo critica di essere un nemico del popolo o un corrotto. Ha costretto alle dimissioni un giudice che non lo appoggiava, esteso il mandato di uno che invece lo sosteneva e indetto referendum arbitrari per risolvere questioni come altrimenti non avrebbe potuto fare, tra queste la conclusione dei lavori di ampliamento dell’aeroporto di Città del Messico. L’uccisione di più di 90 politici e le minacce di morte che hanno spinto tantissimi candidati a ritirarsi durante la campagna elettorale per le elezioni alla Camera dei deputati dello scorso 6 giugno hanno dimostrato che la strategia di Obrador contro la violenza - non una novità in Messico - ha fallito. 

Il presidente era già noto per aver dichiarato inefficace l’utilizzo della mascherina all’aperto come misura per contenere il contagio di Covid19 a luglio 2020 mentre i morti nel suo paese erano più di 700 al giorno. 

Anche in Brasile, dove i decessi per coronavirus hanno già superato il mezzo milione, il presidente Jair Bolsonaro ha trovato di nuovo il modo per far parlare di sé. Conosciuto come il Trump dei tropici per le sue abilità nel ridicolizzare i media, aver puntato tutto sull’economia e minimizzato l’emergenza Covid, è sotto inchiesta per un caso di presunta corruzione durante l’acquisto dei vaccini indiani Covaxin.

Mentre i cittadini chiedono l’impeachment - secondo l’istituto di sondaggi Datafolha per la prima volta da quanto è diventato presidente nel 2019 il 54% degli elettori sostiene la sua rimozione dall’incarico - Bolsonaro attacca il Tribunale superiore elettorale (Tse) accusandolo di aver contribuito a dare vita a brogli alle elezioni presidenziali. Superando perfino l’ex presidente americano Donald Trump, il leader brasiliano alza i toni e anticipa che potrebbe non accettare i risultati delle elezioni del 2022 se il sistema di conteggio dei voti dovesse rimanere quello corrente. «O abbiamo elezioni pulite o non avremo elezioni» ha detto in un’intervista, chiedendo il ritorno alle schede cartacee per la registrazione dei voti.

Questa settimana i legislatori brasiliani decideranno che cosa fare, sebbene non ci sia alcuna prova che il sistema attuale non funzioni o favorisca le frodi. Al logorio dei rapporti tra Bolsonaro e il Congresso e al timore del Presidente per l’impeachment si aggiungono le critiche alla sua amministrazione per una pessima gestione della crisi pandemica e il ritorno sulla scena politica dell’ex leader di sinistra Luiz Inácio Lula da Silva dopo che le sue condanne per corruzione sono state annullate a marzo. È probabile che le minacce di Bolsonaro alle istituzioni siano una reazione alla sua posizione politica sempre più instabile e sembra che gli equilibri democratici non siano così difficili da minare in America Latina viste la tendenza alla concentrazione del potere che anche altri presidenti stanno mettendo in atto.

Molti leader prendono esempio da quanto fatto da Donald Trump per colpire la credibilità del sistema elettorale. L’ex presidente repubblicano ha effettivamente mostrato come in caso di sconfitta sia possibile destrutturare le regole necessarie al funzionamento della democrazia che, invece, per esistere necessita di una comune percezione della realtà e di una base solida di valori condivisi.

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