Cosa non hanno capito i Papi dell'America?
I limiti delle strategie di Benedetto XVI e di Francesco e la possibile svolta di Leone XIV
C’è una premessa importante da fare prima di approfondire un assunto così forte come quello espresso nel titolo: gli Stati Uniti d’America sono una nazione nata con un collante comune ben preciso. No, non la fiducia in una società liberale e rispettosa del mercato e dell’individuo. Troppe eccezioni in questo senso. La cosa che univa i discendenti dei puritani del New England agli scoto-irlandesi che si erano trasformati in latifondisti schiavisti al Sud era l’antipapismo. La figura stessa del Papa, ai loro occhi, rappresentava tutto ciò di brutto da cui erano fuggiti in Europa: assolutismo, oscurantismo e repressione del dissenso religioso. E soprattutto una lettura mediata della Bibbia, anatema per qualsiasi gruppo protestante. Questa premessa serve a sostenere che è comprensibile che gli ultimi Papi abbiano compreso poco il modus cogitandi americano. Ma in un’epoca di grande diffusione delle informazioni non è accettabile.
Su Giovanni Paolo II il discorso è complesso: al di là della nomina di un episcopato conservatore, c’è il problema degli abusi, che non può essere liquidato in poche righe. Rimando, per una sintesi efficace, al podcast di Marco Grieco e Antonio Cristiano, Il Santo.
Qualche parola può essere spesa per il suo successore, Benedetto XVI, troppo spesso attaccato per fraintendimenti o frettolose sintesi giornalistiche che mal rappresentavano il suo operato. Attacchi che non aiutano a capire quali siano state davvero le debolezze del suo pontificato. Una di queste è appunto il rapporto con gli Stati Uniti d’America. Se da un lato Benedetto XVI ha nominato vescovi con piena volontà di fare piazza pulita degli abusi, dall’altra molti di questi erano propensi a intendere la lotta al relativismo ratzingeriana con gli occhi delle culture wars tipiche della politica statunitense. Il risultato? Un episcopato spesso e volentieri allineato al partito repubblicano, incurante di una preziosa eredità derivante dal Concilio Vaticano II che era fiorita con naturalezza su una base consolidata di cattolicesimo sociale.
Il suo successore Francesco, conscio di questa contiguità, ha cercato di disarticolare quello che si apprestava a diventare un connubio innaturale, facendo però cambiamenti dall’alto non troppo recepiti dai fedeli, che ormai si stavano adattando a una fede più conservatrice, ben rappresentata dalla benedizione data dal cardinale arcivescovo di New York Timothy Dolan alla convention repubblicana del 2024. Neanche Bergoglio, però, è stato esente da sbavature nella nomina dei presuli: Robert Barron, vescovo della diocesi di Winona-Rochester in Minnesota, una delle voci più vicine al trumpismo, è stato scelto proprio dal pontefice argentino. In occasione delle scorse elezioni presidenziali, a domanda diretta di un giornalista, Bergoglio ha sminuito le differenze tra i due candidati Donald Trump e Kamala Harris, dicendo che se le politiche promosse dal ticket repubblicano contro i migranti erano da condannare, lo stesso si poteva dire male della posizione sull’aborto della candidata dem. Una posizione che dev’essere ricordata soprattutto a chi, oggi, rammenta un Pontefice forse mai esistito.
E Papa Leone XIV? Lui statunitense lo è davvero, anche se ha svolto larga parte del suo servizio lontano dal suo Paese natio: come monaco agostiniano, priore del suo ordine monastico e poi vescovo della diocesi di Chiclayo, in Perù, prima di diventare prefetto per il dicastero vaticano dei vescovi a Roma. Come si sta muovendo? Al momento, sembra con una certa cauta abilità, cercando di limitare al minimo le frizioni con l’ala conservatrice della Chiesa senza venir meno ai principi promossi dal suo predecessore. Lo si è visto in particolare con la nomina a capo della diocesi di Wheeling-Charleston in West Virginia di Evelio Menjivar-Ayala, un prelato con un passato da migrante irregolare dal Salvador. E il primo maggio ha nominato padre Robert Boxie vescovo ausiliare di Washington D.C.: afroamericano e critico del trumpismo. Come del resto era lo stesso Prevost prima di diventare pontefice.
Il punto è che buona parte di questa contiguità tra fedeli e repubblicani è nata dalla particolare natura della vita religiosa statunitense. A differenza di altri Paesi, non esiste una chiesa istituzionale di tradizione prevalente, come il cattolicesimo in Italia o l’anglicanesimo nel Regno Unito. Pertanto, la scelta della propria affiliazione viene effettuata quale fosse un’idea tra le tante sul mercato. Un’idea collegata all’essere società di mercato, dove la Fede è in “vendita”. In questa situazione il cattolicesimo ha prosperato, dando un’idea di solidità in mezzo a un mosaico fragile di chiese spesso basate sulla personalità di pastori ambigui e mediatizzati, il cui capostipite fu Billy Graham (il figlio, Franklin, è uno dei sostenitori religiosi più accaniti del trumpismo). Il problema è che molti neoconvertiti si sono avvicinati pensando di trovare una millenaria istituzione conservatrice, potenzialmente ancillare con il partito repubblicano. Errore evidente alla luce dello scontro sulla guerra in Iran tra il presidente e il pontefice, ma bisogna ammettere che tale percezione è stata favorita dall’approccio dei due predecessori di Prevost sul soglio di Pietro. L’attuale vicario di Cristo saprà invece comprendere i limiti di quella strategia passata? I primi segnali dicono di sì. I risultati, però, sono tutt’altro che garantiti.



