Cop26, la finanza sostenibile salverà l'ambiente?

Tra promesse passate e presenti, a Glasgow si decide il futuro della finanza verde.

«Money don't buy everything it's true», cantavano i Rolling Stones in una delle loro canzoni più celebri. Eppure a Glasgow, il denaro l'ha fatta da padrone.

Proprio nella giornata di ieri si sono alternati, sul palco della Cop26 di Glasgow, i ministri delle finanze dei Paesi partecipanti, tra cui la segretaria al Tesoro degli Stati Uniti, Janet Yellen.

La lotta al cambiamento climatico - ha implicitamente affermato Yellen - non può passare solamente attraverso il multilateralismo (nonostante il risultato positivo dell'accordo sulla deforestazione) ma anche e soprattutto dagli investimenti rivolti ai paesi in via di sviluppo, affinché continuino nel loro percorso di crescita economica nel rispetto dell'ambiente.

L'ipocrisia che ha accompagnato negli anni precedenti il dibattito sulla riduzione delle emissioni globali, che voleva i Paesi in via di sviluppo come i principali colpevoli dell'attuale crisi climatica, sembra ormai un lontano ricordo. Perlomeno nei convegni pubblici e davanti ai riflettori, dove i leaders dei paesi occidentali si assumono gradualmente le responsabilità degli Stati che rappresentano, riconoscendo nel tardo sviluppo industriale l'origine della crisi attuale.

Non che un'ammissione di colpa generalizzata basti ad alleviare le preoccupazioni delle popolazioni del Sud del globo maggiormente colpite dal cambiamento climatico e i cui leader raramente hanno voce in capitolo sul tema. E lo scenario a Glasgow non è cambiato: i rappresentanti di un terzo delle isole del Pacifico sono stati impossibilitati a partecipare alla Cop26 a causa delle restrizioni agli spostamenti imposte dalle norme per contrastare la diffusione del COVID-19.

È difficile però sperare in un vero cambiamento se i leader dei Paesi che maggiormente subiscono le conseguenze dell'innalzamento del livello dei mari non possono testimoniare l'urgenza di misure più restrittive. Ed è proprio in questo vuoto che viene ad imporsi il vecchio Occidente, le cui decisioni quasi unilaterali ignorano le necessità dei paesi più in difficoltà.

Si spera, dunque, che gli impegni presi nella giornata di ieri dalle principali potenze presenti a Glasgow non finiscano per essere solo carta straccia. A partire dall'intervento del Cancelliere dello Scacchiere Rishi Sunak, secondo il quale il Regno Unito investirà 100 milioni di sterline per rafforzare la Taskforce on Access to Climate Finance e agevolare l'accesso ai finanziamenti "verdi" per i paesi in via di sviluppo.

A questa misura, dovrebbe aggiungersi una migliore strategia di emissione dei green bonds (obbligazioni direttamente legate alla realizzazione di progetti che abbiano un impatto positivo sull'ambiente), per finanziare soprattutto lo sviluppo delle energie rinnovabili in quei paesi. L'idea centrale è di sfruttare al meglio le capacità dei singoli paesi per attirare ingenti investimenti dal settore privato e re-indirizzarli dove c'è più bisogno.

Ma le principali associazioni ambientaliste temono che l'interesse della grande finanza sia legato alla sola possibilità di ottenere profitti più rapidi attraverso il finanziamento di progetti sulle rinnovabili. Interesse testimoniato storicamente dalla scarsa propensione a investire in progetti a lungo termine - come la costruzione di dighe - in grado di creare un maggior impatto positivo sull'ambiente.

Quanto al ruolo degli Stati Uniti, Jenet Yellen ha parlato di cifre tra i 100 e i 150 mila miliardi da spendere in un arco di circa trent'anni per sostenere appieno e con efficacia la trasformazione del mercato dei fondi di investimento a favore dell'ambiente. Nello specifico, l'intenzione dell'amministrazione Biden è di prevedere un finanziamento annuo pari a 500 milioni di dollari per consentire ai paesi in via di sviluppo di abbandonare gradualmente i combustibili fossili.

Nel discorso pronunciato dalla numero uno del Tesoro degli Stati Uniti non c'è spazio per l'ottimismo, né per i convenevoli. Siamo chiaramente di fronte a una situazione emergenziale, di fronte alla quale è necessario riconoscere che gli sforzi sinora profusi non sono abbastanza. Per intenderci - e Yellen lo dice neanche troppo velatamente - non basta promettere investimenti in milioni o (nel migliore dei casi) miliardi di dollari quando il costo reale della crisi climatica richiede sforzi economici enormi, pari a migliaia di miliardi di dollari.

Per questo, inevitabilmente, trovare un compromesso sui finanziamenti rimane un nodo cruciale della conferenza sul clima, nonché inevitabile fonte di tensione nei colloqui con gli organismi delle Nazioni Unite, che chiedono un impegno serio e costante da parte delle principali potenze, solo in parte presenti alla Cop26.

Le due grandi assenti di questa conferenza, Cina e Russia, potrebbero partecipare, seppur in solitaria, a parte di questi sforzi. Sicuramente la Cina, che già nel 2020 si è attestata al secondo posto nella classifica mondiale relativa al numero di green bonds emessi, per un valore di circa 44 miliardi di dollari.

E il Dragone afferma di volersi rendere quasi esclusivamente dipendente dalle rinnovabili entro il 2060. Per Pechino, investire in tecnologie verdi, significa incoraggiare una crescita economica a lungo termine, oltre che acquisire un ruolo assoluto di leadership sulla scena globale, legando indissolubilmente a sé quei paesi che necessiteranno costantemente del suo supporto economico.

L'assenza di Xi Jinping ai negoziati di Glasgow rende praticamente impossibile qualsiasi passo in avanti verso la riduzione delle emissioni globali. Se il Paese continuerà a investire in centrali a carbone nel breve termine, registrerà un picco di emissioni prima del 2030 e, a quel punto, solo un miracolo potrebbe porre rimedio al disastro climatico che ne deriverà.

Contenere l'aumento della temperatura entro 1,5°C prima del 2030 - obiettivo già fissato dagli accordi di Parigi e ribadito, un po' grottescamente, dai paesi del G20 - è una sfida già persa, senza l'aiuto di Pechino. E finché Stati Uniti e Cina si rifiuteranno di collaborare, fintantoché non metteranno al primo posto l'interesse comune, non ci sarà spazio per un vincitore, perché tutti saranno vinti.