Come conciliare lavoro e figli nell’America di Donald Trump?
Di fronte a un governo che vuole più nascite, gli Americani chiedono un sostegno reale. Migliorare il congedo parentale sarebbe un grande passo avanti

Una delle missioni della seconda amministrazione Trump è far fare più bambini agli Americani. Fin dalla campagna elettorale del 2024, tutti i principali esponenti del mondo MAGA, dai tech bro come Elon Musk e Peter Thiel, alla Heritage Foundation, fino allo stesso Donald Trump, si sono espressi con grande preoccupazione verso il futuro degli Stati Uniti per via del progressivo calo delle nascite. Il 2024 ha segnato un record negativo, con un rateo di 1,6 nascite per donna, che spaventa non solo l’elettorato trumpiano (per il 64%), ma anche quello democratico (il 46%).
Per rispondere a questo trend, nel corso del 2025 il governo Trump ha messo in atto diverse politiche nataliste: a febbraio Trump ha firmato un ordine esecutivo che invitava a estendere l’accesso alla fecondazione in vitro; a luglio il One Big Beautiful Bill Act ha sancito la nascita di un bonus di 1000 dollari chiamato “conto Trump” e ha eliminato i fondi per l’organizzazione Planned Parenthood, dedicata a promuovere i diritti riproduttivi (tra cui il diritto all’aborto); infine, a ottobre l’amministrazione ha colpito l’Office of Population Affairs del Dipartimento della Salute con licenziamenti di massa, in modo da rendere più difficoltosa l’attuazione del cosiddetto “Titolo X”, un programma dedicato, tra le altre cose, a rendere i sistemi contraccettivi accessibili per gli statunitensi.
Tutte queste iniziative non sembrano aver avuto particolare successo nell’aumentare le nascite, come si può vedere dal calo della fertilità nel 2025 registrato dal National Center for Health Statistics, e hanno invece messo maggiormente in pericolo la salute delle donne. D’altronde, l’amministrazione Trump ha toccato solo minimamente i temi che più stanno a cuore agli Americani, come i costi economici dovuti alla nascita di un figlio o le conseguenze che questa può avere sulla carriera dei genitori. La prima richiesta di questi ultimi, infatti, è proprio una maggiore estensione del congedo parentale.
Se osserviamo la situazione negli stati OCSE (l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), vediamo che tra i 38 membri solo gli Stati Uniti non adottano un congedo parentale retribuito su scala nazionale. A livello federale, infatti, la legge più importante in materia è ancora il Family and Medical Leave Act del 1993, che obbliga solo alcune aziende a offrire 12 settimane di congedo non retribuito per il primo anno ai genitori di bambini neonati o recentemente adottati. Quando venne approvata, l’FMLA rappresentò la prima grande legge della nuova amministrazione Clinton, in un Paese che già all’epoca si trovava indietro su questo tema rispetto agli altri stati industrializzati. Eppure, le sue limitazioni furono chiare fin da subito: la copertura del FMLA si ferma ancora oggi alle aziende private con più di 50 dipendenti, alle agenzie governative, e alle scuole elementari e medie pubbliche; inoltre, i dipendenti per accedervi devono essere in azienda da almeno 12 mesi e aver lavorato per almeno 1,250 ore nell’anno precedente. Dal 2020, in alcuni casi, le 12 settimane offerte ai dipendenti federali possono essere retribuite, dopo un emendamento al FMLA spinto da Ivanka Trump.
Chi non appartiene a queste casistiche può comunque rientrare in altre forme di congedo. Alcuni stati integrano i requisiti del FMLA, ampliando la platea ad aziende più piccole, come avviene nel Vermont per le imprese con almeno 15 dipendenti. Altri 13 stati, insieme a Washington DC, hanno approvato negli anni un congedo retribuito obbligatorio attraverso la previdenza sociale o, nel caso di New York, con polizze private. Questa opzione è invece volontaria in stati come il New Hampshire, dove i lavoratori possono richiedere il 60% del proprio stipendio per sei settimane all’anno grazie al New Hampshire Paid Family and Medical Leave. Per tutti gli altri, la voce in capitolo resta alle aziende, in un panorama molto vario che vede multinazionali come Google offrire un congedo retribuito di 18 settimane ai propri dipendenti, mentre la grande maggioranza dei lavoratori a basso reddito non può godere di questo diritto.
A conti fatti, secondo un recente report, oggi sono circa 46 milioni i lavoratori americani che possono accedere a una forma retribuita di congedo parentale: meno di un terzo del totale. A questi potrebbero aggiungersi nei prossimi mesi i cittadini di Hawaii, Illinois, Nevada, New Mexico, Pennsylvania e Virginia, dove stanno venendo discusse nuove leggi in merito. Il sostegno per queste politiche è bipartisan, almeno sul piano elettorale: secondo un sondaggio del 2024, il 90 % dei Democratici, il 71% degli Indipendenti e il 62% dei Repubblicani supporta la creazione di un congedo retribuito su base nazionale.
Resta però l’opposizione di vari politici e gruppi di pressione, in particolare all’interno del Partito Repubblicano, i quali sostengono che un’iniziativa del genere presenterebbe dei costi troppo alti per le imprese, non prenderebbe in considerazione le differenze tra i vari stati e permetterebbe la nascita di “frodi di massa”. Già nel 1990 George H. W. Bush usò queste argomentazioni per porre il veto sulla prima proposta del FMLA, e in maniera analoga, più recentemente, i Repubblicani e i Democratici più moderati affondarono i tentativi di Biden di rafforzare il supporto federale. Oggi, nonostante il presidente Trump si sia espresso in passato in modo favorevole rispetto a nuove forme di congedo retribuito, l’argomento non è più in agenda, lasciando invece spazio alle politiche nataliste più aggressive che abbiamo visto all’inizio.
Eppure, i benefici che il congedo retribuito ha sulla salute di bambini e genitori, sulla situazione lavorativa e famigliare di questi ultimi e, in generale, sul benessere economico e sociale di uno stato sono da tempo riconosciuti dagli studiosi. Visto il consenso generale che raccoglie questo tema, se l’amministrazione Trump continuasse a non agire, potrebbe provocare nuovi dissensi nel suo stesso elettorato, soprattutto di fronte al rischio di una nuova recessione e a una crisi del costo della vita che non accenna a fermarsi.


