Cesar Chavez sotto accusa: crolla il mito del leader sindacale
L'inchiesta del New York Times rivela accuse di abusi. L’eredità del leader della United Farm Workers viene messa in discussione
Abusi consumati in casa, nell’ufficio personale, in stanze di motel prenotate appositamente. È in questi luoghi che, secondo le testimonianze raccolte in un’indagine del New York Times, si sarebbero verificati episodi di violenza che coinvolgono decine di donne collegate alla sfera del sindacato statunitense United Farm Workers.
«Volevo morire», ha raccontato Ana Murguía ricordando gli abusi subiti per anni da César Chávez. Una storia che trova riscontro anche nelle parole di Debora Rojas, che ha descritto un pernottamento in un motel durante una lunga marcia sindacale attraverso la California. Entrambe erano figlie di storici organizzatori del movimento e partecipavano alle mobilitazioni accanto a Chávez: all’epoca degli abusi, non avevano ancora raggiunto la maggiore età.
Alle loro voci, si aggiunge quella di Dolores Huerta, cofondatrice del sindacato, che ha accusato Chávez di aggressione sessuale, una rivelazione mai resa pubblica prima. Ha raccontato di essere stata «manipolata e spinta» ad avere rapporti con lui negli anni Sessanta: «Non sentivo di poter dire di no, perché era una persona che ammiravo, il mio capo e il leader del movimento».
Le accuse sono ancora più sconvolgent se si considera la figura pubblica di Chávez. Nel 1965 guidò la United Farm Workers in un boicottaggio nazionale e internazionale dell’uva da tavola californiana, culminato nel 1970 con uno storico accordo firmato da 26 produttori. Negli anni successivi, il sindacato contribuì a migliorare le condizioni dei braccianti agricoli, arrivando a vietare strumenti di lavoro dannosi come el cortito, una zappa dal manico molto corto che obbligava i braccianti a stare ricurvi, e promosse campagne sanitarie contro pesticidi pericolosi come il DDT.
Il suo ruolo fu centrale nel portare all’attenzione nazionale la condizione dei lavoratori agricoli latini. Il movimento attirò il sostegno di studenti e attivisti in tutto il Paese e Chávez divenne un simbolo dei diritti civili. Ottenne addirittura il supporto di figure politiche di primo piano come Robert F. Kennedy, che nel 1968 lo sostenne apertamente durante la campagna per le primarie democratiche.
Decenni dopo, nel 2012, anche Barack Obama celebrò la sua eredità durante l’inaugurazione del monumento nazionale dedicato a Chávez a Keene, in California. Nel 1994 gli era stata conferita la Medaglia presidenziale della libertà, la più alta onorificenza civile statunitense, e nel 2021 Joe Biden fece collocare un suo busto nello Studio Ovale.
Le accuse emerse oggi rischiano di intaccare la sua eredità. L’inchiesta condotta dal New York Times si basa su oltre sessanta interviste raccolte nell’arco di diversi anni, documenti interni al sindacato, registrazioni audio e centinaia di pagine di materiali d’archivio. Queste rivelazioni gettano nuove ombre su una delle figure più importanti della storia messicano-americana del Novecento, a lungo celebrata come simbolo di giustizia sociale.
Ci si può chiedere quali sono i motivi del lungo silenzio delle vittime. C’è chi sostiene di aver taciuto per vergogna e chi invece per il timore di compromettere un movimento che rappresentava una causa collettiva. Motivo, quest’ultimo, spiegato dalla stessa Huerta, che ha parlato di un «segreto custodito per quasi sessant’anni». Ha ricordato, tra gli altri episodi, una notte del 1966 a Delano, quando Chávez la portò in un campo isolato e la violentò in auto. Come giustificazione per la mancata denuncia, Huerta ha riportato la diffidenza verso le forze dell’ordine e la convinzione che nessuno, all’interno del sindacato, le avrebbe creduto. «Credevo che dire la verità avrebbe danneggiato il movimento dei braccianti agricoli per cui ho lottato tutta la vita», ha dichiarato. «Le azioni di César non riflettono i valori della nostra comunità».
La famiglia Chávez ha espresso dolore per le accuse senza contestarle direttamente, augurando «pace e guarigione ai sopravvissuti». Intanto, le reazioni sono state immediate. La United Farm Workers ha annunciato che non avrebbe partecipato alle celebrazioni previste per il giorno del compleanno del leader, il 31 marzo, mentre diverse città hanno cancellato o ridenominato eventi a lui dedicati.
Alcuni esponenti del movimento e membri della famiglia erano a conoscenza da anni delle accuse di cattiva condotta, ma, secondo le testimonianze, non sarebbero mai state avviate indagini approfondite. Diverse donne raccontano di essere state scoraggiate dal parlare per proteggere l’immagine pubblica di Chávez .
Le reazioni politiche non si sono fatte attendere. Il Congressional Hispanic Caucus ha proposto di rimuovere il nome di Chávez da strade, edifici e festività, mentre organizzazioni come Voto Latino hanno sottolineato la necessità di distinguere tra le responsabilità individuali e il lavoro collettivo di migliaia di attivisti.
Quel che emerge oggi è sicuramente la complessità della conservazione dell’identità e l’eredità del movimento, pur senza ignorare le accuse rivolte al suo leader più rappresentativo.



