Le ceneri del clintonismo

Ascesa e caduta della coppia presidenziale più famosa di tutti i tempi.

La particolarità del clintonismo, rispetto ad altre filiazioni politiche presidenziali statunitensi, è che le idee che lo costituiscono hanno camminato per quasi quattro decadi su quattro gambe e non su due, quelle di William Jefferson Clinton e di Hillary Rodham Clinton.

L’epopea clintoniana, l’ascesa, gli scandali, le risalite e la terribile sconfitta del 2016 contro Donald Trump, hanno reso la coppia presidenziale dei New Democrats un paradigma politico e narrativo fatto di vittorie e disfatte, che incarna alla perfezione la lotta del centrosinistra per ottenere il successo elettorale. Il mantra è trascendere o triangolare le spaccature tra centrosinistra e centrodestra, blandendo con astuzia (non a caso Bill era soprannominato Slick Willie) una volta il cerchio e una volta la botte, ricercando la sintesi alchemica tra l’ideologia politica e le strategie elettorali.

L’accondiscendenza verso il libero mercato – Bill Clinton, ad esempio, si fece promotore del Nafta (North American Free Trade Agreement) e dell’ingresso della Cina nel WTO (World Trade Organization) – ha creato le condizioni per una globalizzazione problematica, oggi al centro di una delle spaccature politiche fondamentali del nostro tempo, dando vita al populismo contemporaneo che imputa alle élite economiche la marginalizzazione delle classi popolari.

È indubbio, quindi, che pochi fenomeni politici come il clintonismo abbiano definito e influenzato il mondo, andando a rappresentare allo stesso tempo l’apice e l’ipogeo del Secolo Americano; una nuova Gilded Age (Maney 2018) che già conteneva in nuce le ragioni della propria decadenza.

Third Way or the Highway

La scintilla dell’era clintoniana nacque all’interno del Democratic Leadership Council, un’organizzazione che dalle nostre parti si chiamerebbe corrente organizzata dentro un partito, esperienza iniziata 1985 e chiusa nel 2011. La premessa teorica era che, per tornare a vincere, i democratici dovessero rinnovare la propria proposta politica, cercando di sfondare nel centro moderato.

Quel successo impose, con la presidenza Clinton, la terza via come modello politico globale, soprattutto per i centrosinistra occidentali. Oggi, se guardiamo agli anni ’90 dell’avanzo primario e della bassissima disoccupazione, sembra una barzelletta che il mantra di Bill fosse “Save the economy” rispetto alle crisi che abbiamo vissuto e che, in parte, sono figlie della deregulation finanziaria da lui attuata.

Quel fondamento economico che bollava come ormai prossima all’estinzione la necessità di un welfare esteso e la spesa pubblica come un fardello, se in quel contesto venne ampiamente apprezzato e sostenuto, trasformandosi in un volano di sviluppo straordinario, è diventato a mano a mano il vero tallone d’Achille della filosofia dei New Democrats, lentamente rinnegato da Hillary durante le sue campagne presidenziali, messo da parte durante la presidenza Obama e definitivamente archiviato dalla riesumata New Deal Coalition di Biden.

D’altronde, seppure la maggiore influenza dell’area liberal del Partito Democratico statunitense abbia ampiamente evidenziato che, specie nei periodi di maggiore depressione economica, non si può ignorare che esistano motivi ben più radicati della semplice pigrizia che portano alla disoccupazione, il centrosinistra, per vincere, deve tornare a guardare alla classe media, vestendo di determinato ottimismo un pragmatismo centralizzato.

Questo principio è stato applicato dallo stesso neoeletto Presidente Joe Biden persino nell’ambito della politica estera e sintetizzato nello slogan Foreign policy for the Middle Class, quasi un capovolgimento rispetto all’internazionalismo clintoniano e che, però, trae proprio da esso lo spunto.

Il compromesso compromette

L’affannosa ricerca del compromesso, da perno delle fortune dei Clinton, si è convertita nella loro nemesi. Se da un lato la longevità politica clintoniana gli ha permesso di estendere le proprie radici globali per un ventennio oltre l’inizio del secondo millennio – anche grazie alla fondazione Clinton Global Initiative –, dall’altro lato la loro pervasività, lo status quo ottenuto attraverso quel compromesso finanziario, li ha danneggiati agli occhi dell’opinione pubblica, trasformandoli da coppia presidenziale popolare in bersaglio ideale dei populismi contemporanei, di destra e di sinistra.

Le consulenze e i discorsi strapagati dai magnati di Wall Street hanno fatto il resto. Ascesa e caduta, una parabola che somiglia a un contrappasso per chi aveva fatto del collocarsi tra i due estremi la cifra del proprio successo.

Se la ricchezza ostentata, l’astuzia e il potere sono state caratteristiche predilette nella costruzione del personaggio trumpiano di antieroe, ai Clinton sono bastate, invece, per trasformarli da beniamini del proprio presente negli anni Novanta ad antagonisti della nuova era, istantanea sbiadita dell’ipocrisia dell’epoca naif del benessere, boomer che hanno tradito le aspettative delle successive generazioni, specchio del distacco dai valori fondanti della sinistra di vicinanza agli ultimi, astensione e frugalità, oggi più vicini all’unica terza via sopravvissuta: quella cinese che, prendendo il toro del capitalismo per le corna – proprio quello di Wall Street – ha affermato, senza mezzi termini, che sì «arricchirsi è nobile».

A guest post by
Dottoranda e cultrice di politica internazionale, svolge attività di ricerca sulla politica statunitense