AI e crypto vogliono prendersi la California
AI e crypto stanno investendo milioni in PAC e candidati per influenzare le regole del futuro, per rendere la California il laboratorio della deregulation tecnologica
Lo spartiacque verso l’America del futuro passa dalla California. Il Golden State quest’anno non eleggerà solo il successore di Gavin Newsom, ma sceglierà con ogni probabilità anche il destino dell’intelligenza artificiale e delle criptovalute. La partita è apertissima e si concentra in particolare su un punto: la regolamentazione di questi due nuovi prodotti creati dalle Big Tech, una sfida tra chi le vuole regolamentare e chi vorrebbe lanciarle a briglia sciolta.
Per questo motivo le aziende di intelligenza artificiale e criptovalute hanno investito 39 milioni di dollari solo nel 2025 per influenzare la politica dello Stato. Con ogni probabilità, man mano che la campagna elettorale entrerà nel vivo i soldi che verranno pompati nel sistema saranno sempre di più. Secondo i dati della Federal Election Commission, ad aprilei Super PAC legati a questi due settori hanno raccolto 321 milioni di dollari da dirottare verso candidati contrari a forme di regolazione.
La California è al centro di questa sfida non solo perché è la culla di molte aziende, ma anche e soprattutto per l’immobilismo a livello federale. Il Congresso, sotto la spinta di Donald Trump, rifiuta di lavorare a una proposta di legge per regolamentare crypto e AI di ogni tipo. Per questo la California, che gode di una super-maggioranza democratica, viene vista come uno dei pochi luoghi in cui possa essere votata una legislazione più stringente. Dal dicembre del 2024 ad oggi, almeno una cinquantina di leggi sono state presentate per regolare le AI. A questo si aggiungono altri fattori, come l’opposizione alla Billionaire Tax, un provvedimento che sarà oggetto di referendum insieme alle elezioni.
Big Tech e crypto puntano sulla California
Il portale Cal Matters ha fatto un po’ di conti e ricostruito il dedalo di questi gruppi e finanziamenti. La prima cosa che salta all’occhio è che già un anno fa le aziende hanno iniziato a muovere le loro pedine. Nel luglio 2025 Meta, ad esempio, ha trasferito 20 milioni di dollari in un nuovo comitato politico creato per dare supporto a candidati favorevoli a una minore regolamentazione dell’AI. Oltre a questo, l’azienda di Zuckerberg ha donato 150mila dollari al Partito Democratico della California. Ma in realtà l’attività è più ramificata. Sempre secondo Cal Matters, nel 2025 Meta ha sborsato 30 milioni di dollari solo in California: di questi, 25 sono andati a 44 comitati politici.
Che la materia sia sensibile lo conferma anche il fatto che le cifre destinate alle attività di lobbying sui singoli legislatori sono al livello più alto da quando la creatura di Zuckerberg ha iniziato a finanziare la politica, nel 2010.
Oggi Meta è alla guida di diverse iniziative. La prima è un Super PAC da 65 milioni di dollari che opera in tutti gli Stati Uniti; la seconda è Mobilizing Economic Transformation Across California, pronto a intervenire sia nelle elezioni legislative sia in quelle per il governatore.
La rete dei finanziamenti: da Meta a Google
Come Meta, anche Google ha iniziato a riversare soldi nel sistema. Tra il 2024 e 2025 ha speso 13,5 milioni di dollari per attività di lobbying relative all’intelligenza artificiale generativa e al contrasto di norme restrittive. Quest’anno, insieme a Meta, ha creato California Leads, un Pac con 10 milioni di dollari per spingere candidati che abbiano un approccio “pragmatico” alla governance, concentrandosi su temi quali l’accessibilità economica, l’edilizia abitativa e la crescita economica. Tradotto: candidati che non si occupino di legislazioni restrittive in materia di AI, social e comparto tech.
Stesso registro per tutte le altre. OpenAi, che gestisce ChatGpt, ha speso 140mila dollari nel 2024 e 155mila nel 2025 per campagne di pressione contro i funzionari. Idem per Anthropic, creatrice del modello Claude, che lo scorso anno ha speso 200mila dollari per attività di lobbying. Fondi anti-regolatori sono arrivati anche dal mondo crypto, con spese che hanno superato i 10 milioni di dollari.
I candidati corteggiati dalla Silicon Valley
Uno dei principali raccoglitori di fondi è stato Matt Mahan, sindaco moderato di San Jose, città nel cuore della Silicon Valley. Come scrive il Los Angeles Times, i comitati indipendenti legati alla sua campagna elettorale hanno raccolto fondi per oltre 25 milioni di dollari. Eppure non è bastato a superare lo scoglio delle primarie. Il denaro proviene da figure di spicco dei grandi conglomerati tech, come il presidente di Netflix Reed Hastings, il co-fondatore di Palantir Joe Lonsdale e il co-fondatore di Google Sergey Brin.
In realtà, i soldi vanno in tutte le direzioni. Miliardari e aziende puntano su più candidati per avere più interlocutori. Se da un lato Lonsdale e Brin finanziano Mahan, dall’altro hanno dato fondi al repubblicano Steve Hilton (tra i più votati durante le primarie), che tra i punti del suo programma ha quello di rendere la California “la capitale mondiale delle criptovalute”.
Anche Chris Larsen, co-fondatore di Ripple e miliardario delle criptovalute, ha donato alla dem progressista Katie Porter e al repubblicano Hilton. I soldi di Larsen dimostrano però che la partita non riguarda solo la deregulation, ma anche e soprattutto un’altra sfida nella sfida che si gioca in California: quella sul lavoro.
La battaglia parallela contro i sindacati
Larsen e il crypto-evangelista Tim Draper hanno ammesso di voler elargire decine di milioni di dollari per eleggere deputati moderati al parlamento statale della California, anche per frenare lo strapotere dei sindacati nello Stato. Una reazione proprio alla Billionaire Tax, che si voterà a novembre e promossa da una union trade.
L’operazione, ribattezzata Grow California, ha l’obiettivo di far eleggere legislatori — democratici o repubblicani — favorevoli alle imprese, così da creare un “contrappeso” al movimento sindacale. Questa “cassaforte” per il momento contiene 10 milioni di dollari, ma si prevede che presto la capacità di spesa arrivi a 40 milioni. Il gruppo fa sapere di non volersi impegnare direttamente nella corsa per il governatore, ma di preferire concentrarsi sulla selezione dei candidati per Camera e Senato statali.
Un bagno di realtà e la sfida per il futuro
Come ha scritto Politico, il voto del 2 giugno nel Golden State ha rappresentato un bagno di realtà. Oltre alla performance flop di Mahan, anche altri candidati supportati dalle Big Tech non sono andati benissimo. La corsa di Ethan Agarwal per rappresentare la Silicon Valley al Congresso è fallita, così come la rincorsa di Adam Miller per la carica di sindaco di Los Angeles si è spenta nel silenzio.
La California dimostra comunque di essere al centro della politica americana come laboratorio di nuovi poteri e contropoteri, che si formano fuori dalle aule parlamentari. Il tema dell’AI, dei posti di lavoro in diminuzione e dei milioni spesi in lobbying è ormai centrale nel dibattito pubblico — tanto più se a finire nel mirino sono le stesse società accusate dalla sinistra radicale e dai cittadini comuni di devastare i territori con i data center e di svuotare il mercato del lavoro. Lo dimostrano i video virali dei vertici delle grandi corporation sommersi dai fischi durante i commencement speech universitari. Una questione urgente e vitale, tanto per il futuro del Golden State quanto per quello dell’intera America.



