Afghanistan: dopo gli USA arriva la Cina?

Pechino sta ancora valutando il panorama politico in Afghanistan prima di fare le sue mosse. Gli Stati Uniti lasciano Kabul, ma non restano a guardare.

Nelle scorse ore tre cittadini cinesi e due mauritani, tutti dipendenti di imprese edili, sono stati rapiti in Mali vicino al confine con la Mauritania. L’ambasciata di Pechino a Bamako ha avvertito i suoi connazionali nel Paese. “L’avviso e il rapimento, avvenuto tre giorni dopo l’esplosione del bus in Pakistan che ha ucciso nove cittadini cinesi il 14 luglio, accende nuovi riflettori sulla situazione della sicurezza dei cittadini e delle imprese cinesi in Paesi stranieri”, recita il Global Times, megafono della propaganda del Partito comunista cinese in lingua inglese.

Queste difficoltà, che sono connesse ai grandi investimenti cinesi in Africa in linea con il progetto espansionistico e imperialistico della Nuova Via della Seta lanciato dal presidente Xi Jinping nel 2013, stanno alimentando un interrogativo: la Cina e i cinesi sono pronti a morire per l’Africa?

È lo stesso dubbio che viene sempre più spesso posto quando si prova a guardare oltre le dichiarazioni nazionalistiche del leader cinese su Taiwan.

E forse è arrivato il momento, quando manca ormai poco più di un mese dal ritiro delle truppe statunitensi dall’Afghanistan e mentre i talebani stanno inanellando vittoria e conquiste territoriali una dopo l’altra, di porsi la stessa domanda guardando a quel Paese spesso definito la tomba degli imperi.

La Cina, al pari di Russia e Iran, ha molto da guadagnare – o da perdere – dal processo di pace in Afghanistan. Pechino, come Mosca e Teheran, è direttamente coinvolta nella politica afghana: sia formalmente, attraverso le relazioni diplomatiche tra i due Stati, sia informalmente, attraverso il sostegno ad alcune fazioni. Senza trascurare la regola secondo cui “il nemico del mio nemico è mio amico” che suggerisce un’intento comune di Cina, Russia e Iran di approfittare del ritiro statunitense che hanno già definito, dopo 20 anni e oltre 2.000 vittime tra le truppe a stelle e strisce, come la dimostrazione del fallimento americano.

L’accordo bilaterale con l’Iran (che include la cooperazione militare attraverso la condivisione dell’intelligence) e la partnership globale con la Russia rappresentano due asset fondamentali per la strategia cinese in Afghanistan.

Difficile pensare che Cina, Russia e Iran possano invadere l’Afghanistan. Piuttosto, potrebbero utilizzare come campo di battaglia nella sfida agli Stati Uniti.

Si tratta, però, di dinamiche che inevitabilmente avranno effetti, quantomeno indiretti, sul futuro del Paese.

Cina e Russia intrattengono rapporti con i talebani, che ormai hanno preso il controllo di larga parte dell’Afghanistan. Difficilmente si opporrebbe a un tentativo dell’organizzazione di prendere il potere, che sia con l’attuale amministrazione o che sia con altre forze. Ma Mosca e Pechino chiedono rassicurazioni. La prima che i talebani non rappresentino una minaccia ai confini russi, la seconda che la situazione non degeneri.

Un esempio delle mire di Pechino? È da oltre un decennio, dal 2007, che la Cina sta cercando il modo di mettere le mani sulle ricchezze minerarie dell’Afghanistan, ma per procedere serve sicurezza e stabilità. Nello specifico dell’estrazione mineraria e non solo. Basti pensare alle preoccupazioni cinesi per l’avanzata del Movimento islamico del Turkestan orientale, che Pechino ha definito organizzazione terroristica e ora teme possa unirsi ai talebani in Afghanistan e infiltrarsi nella regione del Xinjiang, regione nord-occidentale snodo fondamentale della Via della Seta vista la sua posizione geografica, terra che ospita gran parte della minoranza musulmana uigura cinese al centro delle preoccupazioni occidentali per la repressione esercitata da Pechino (gli Stati Uniti e altri Paesi parlano di “genocidio”).

Ecco perché la Cina sta ancora valutando il panorama politico in Afghanistan e ciò che può guadagnare da un accordo di pace che non potrebbe non includere anche Stati Uniti, Russia e Iran.

A preoccupare Pechino e le altre capitali ci sono le difficoltà delle difese afghane che rischiano di ripercuotersi su uno Stato già assente. Nel caos che regna ormai sovrano nel Paese, “è possibile prevedere una repentina frammentazione delle forze di sicurezza afghane con il passaggio dei suoi membri tra le fila delle milizie private, da una parte, e dei talebani, dall’altra, sulla base dell’appartenenza etnica”, ha osservato l’analista Claudio Bertolotti. Con il rischio di una nuova guerra civile che “potrebbe riportare l’Afghanistan a una situazione molto simile a quella del 1989-1996, ma molto più violenta”.

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