A guidare la ribellione MAGA contro Trump sono tre donne
Le rivelazioni su Jeffrey Epstein hanno spinto tre repubblicane dure e pure a sfidare Trump. Che prezzo stanno pagando?
Se c’è una cosa che abbiamo potuto imparare con sicurezza dagli ultimi tempi, è che i repubblicani che si mettono contro Trump non fanno una bella fine, politicamente parlando.
Liz Cheney, per esempio, ha pagato la sua ferma opposizione a Trump dopo l’insurrezione del 6 gennaio 2021 con l’emarginazione politica. La sconfitta del 2022 contro la trumpiana Hageman alle primarie repubblicane per l’unico distretto del Wyoming ha fatto sì che Cheney si distanziasse definitivamente dal partito, supportando insieme al padre Dick la candidatura presidenziale di Kamala Harris nel 2024.
Non stupisce dunque che, ormai, nessuno nel partito osi più alzare la testa. Il Grand Old Party pare ormai essersi ridotto a un’estensione delle idee di Donald Trump e sempre più membri del Congresso sono totalmente asserviti ai suoi diktat.
Jeffrey Epstein: il punto di svolta
Un’importante eccezione si è però presentata con il caso del finanziere pedofilo Jeffrey Epstein, deceduto in prigione nel 2019. Le rivelazioni sui fatti accaduti nella sua isola privata hanno scioccato il mondo, soprattutto perché paiono implicare molti notabili esponenti delle élite americane, primo fra tutti lo stesso presidente Trump.
Per questo, unitamente ai democratici, anche alcuni repubblicani hanno insistito perché i corposi files riguardanti questi accadimenti fossero rilasciati al pubblico. Difatti, dopo che il rappresentante democratico Ro Khanna ha introdotto nel luglio 2025 alla Camera l’Epstein Transparency Act, che imponeva la pubblicazione (seppur con delle informazioni secretate) dei files, il rappresentante repubblicano Thomas Massie ha presentato una discharge petition: una misura che, se firmata dalla maggioranza assoluta dei membri della Camera, avrebbe forzato un voto sulla proposta di legge (allora ferma in Commissione Giustizia).
Ma ottenere i voti necessari era arduo: non bastavano infatti i democratici per raggiungere la maggioranza assoluta. Anche i repubblicani, oltre a Massie, avrebbero dovuto firmare l’istanza. Più facile a dirsi che a farsi, dato che il rilascio dei files era cosa sgradita a Trump che, trovandosi implicato, voleva che il pubblico rimanesse il più possibile all’oscuro.
I voti decisivi però sono infine giunti, spingendo il presidente a cedere alla pressione pubblica e a dare la sua approvazione alla legge che, dopo essere passata con la quasi unanimità dei voti nel Congresso, è stata da lui firmata. I files sono dunque consultabili dal grande pubblico e i loro contenuti hanno generato ogni sorta di discussione: non solo per l’efferatezza dei crimini descritti, ma anche per il coinvolgimento di importanti figure del mondo occidentale.
Chi sono stati i repubblicani che hanno sfidato il presidente, facendo sì che i files divenissero accessibili? Si tratta di tre rappresentanti donne: Marjorie Taylor Greene (Georgia), Lauren Boebert (Colorado) e Nancy Mace (South Carolina). Tutte e tre si sono dichiarate scosse dall’affare Epstein e hanno deciso dunque di “rompere” con Trump, rischiando un grosso capitale politico. Andiamo dunque ad esaminare perché hanno agito in tal modo e se sono riuscite a reggere il confronto con Trump.
Marjorie Taylor Greene: il colpo di grazia
Partiamo da Marjorie Taylor Greene, senza dubbio la deputata che ha pagato il prezzo più alto. I suoi disaccordi con Trump su Epstein sono solo una parte dei suoi contrasti con il presidente. Greene ha criticato fortemente l’operato del Partito repubblicano su molti fronti come la sanità, il supporto a Israele e le difficoltà economiche degli americani.
Nonostante Greene sia stata sempre una dei seguaci più fedeli di Trump, è evidente che la rappresentante si sia accorta che la matrice cospirazionista antiestablishment mal si sposi con un presidente che sembra sempre più asservito al deep state. Sebbene non denunciasse il coinvolgimento di Trump, Greene ha sempre insistito per il rilascio dei files.
Che si tratti di una strategia elettorale per recuperare maggiori consensi o di un semplice moto di integrità, però, Greene ha dovuto fare i conti con un presidente che non tollera insubordinazioni. Dopo ripetuti attacchi da Trump, la rappresentante ha annunciato le sue dimissioni, ribadendo la sua posizione America First e vaticinando una disfatta dei repubblicani alle midterms del 2026.
Proprio di recente, dopo che Trump l’ha definita “traditrice”, ha ribadito che sarà difficile per il Grand Old Party ottenere voti dalle donne americane. Insomma, sembra che Marjorie Taylor Greene abbia seguito la sorte di Liz Cheney e sia destinata a finire nel dimenticatoio della politica.
Lauren Boebert: tensione tra colloqui e infrastrutture
Seconda nella lista di “ammutinate” è Lauren Boebert che, a differenza di Greene, è riuscita a mantenere il suo seggio. Poco prima che le firme necessarie per la discharge petition fossero raccolte, la rappresentante ha partecipato a un incontro con Trump nella Situation Room della Casa Bianca. Qui, secondo ABC News, l’amministrazione avrebbe tentato di convincerla a rimuovere la firma. Boebert ha però negato di aver ricevuto pressioni dal presidente
In ogni caso, qualche ripercussione potrebbe esserci stata. Nel gennaio 2026, infatti, Trump ha posto un veto presidenziale su una legge votata all’unanimità dal Congresso che istituiva un progetto per migliorare l’accesso all’acqua potabile nel distretto rappresentato da Boebert.
La rappresentante non è stata per nulla felice di questa decisione e ha ritenuto inadeguata la giustificazione di Trump, che si appellava alla necessità di limitare progetti costosi per i contribuenti. Boebert ha dichiarato alla stampa che sperava che la decisione non fosse una vendetta politica per il suo supporto alla discharge petition. Pur concedendo a Trump il beneficio del dubbio, è molto probabile che lo sia, visto il supporto bipartisan alla legge.
Nancy Mace: l’unica sopravvissuta?
L’ultima firmataria è Nancy Mace, forse colei che ha patito meno il contraccolpo politico per il suo supporto alla discharge petition. La sua fedeltà a Trump era già stata posta in discussione. Nel gennaio 2025, un consulente per la sua campagna elettorale da governatrice della Carolina del Sud si è dimesso, sostenendo che Mace avesse convinto un amico a finanziare un Political Action Committee allineato con Rand Paul e Thomas Massie, tradendo così il movimento MAGA.
Mace ha comunque cercato di mantenersi dalla parte di Trump, pur supportando il rilascio dei files. In un‘intervista del settembre 2025, infatti, pur criticando la scelta di mantenere nomi secretati nei documenti rilasciati dall’House Oversight Committee, la deputata ha difeso Trump.
L’intervistatore le ha fatto notare che Trump aveva dichiarato che i files fossero una “mistificazione democratica”. Mace ha risposto che Trump si è solo opposto alla strumentalizzazione dell’opposizione.
Potrebbe essere per questo suo impegno nella difesa della Casa Bianca che, nonostante abbia firmato la discharge petition, la rappresentante non sembra aver attirato le ire del presidente.
Perché proprio loro?
Perché sono state tre donne a rischiare il tutto per tutto pur di portare alla luce i misfatti di Epstein? Sicuramente perché queste tre parlamentari hanno sempre rappresentato l’ala antiestablishment del partito, disgustata per la decadenza dell’élite.
Forse anche perché, come donne, si sentono più partecipi al dramma delle vittime. Nancy Mace in particolare ha un’esperienza diretta con il tema di abusi e violenze. A febbraio 2025, infatti, in un discorso al Congresso ha accusato il suo ex fidanzato di averla drogata e stuprata. Mace ha raccontato in passato i suoi traumi personali legati alla violenza sessuale: a sedici anni è stata vittima di stupro. Questa esperienza la spinge anche a mantenere salda la convinzione che, pur limitando il diritto all’aborto, debbano sempre mantenersi delle eccezioni in caso di stupro o incesto.
I contrasti interni tra le tre deputate
Come ultima considerazione, stupisce notare come queste tre donne siano rimaste unite sulla loro posizione, pur avendo tra di loro numerosi disaccordi. Ci sono stati infatti multipli episodi di duro confronto, come quando Mace ha denunciato alcuni commenti razzisti di Boebert contro la democratica Ilhan Omar. Per queste dichiarazioni Mace si è poi guadagnata le critiche di Greene, che ha ritenuto che Mace non fosse abbastanza conservatrice, oltre a criticare la sua posizione moderata sull’aborto.
Insomma, sembra essere evidente come, nonostante le loro differenze, siano gli aspetti che uniscono queste tre rappresentanti a fare la differenza. Non sono solo MAGA che interpretano la delusione dell’elettorato, che si aspettava da Trump una bonifica della palude di Washington. Sono anche donne che, in quanto tali, non riescono più a ignorare quello che viene raccontato nelle dolorose testimonianze sul sordido affare Epstein.



