Al tramonto dell’11 settembre, il cielo sopra al Battery Park Garage, a sei isolati dal World Trade Center di New York City, si tingerà di azzurro. Due colonne di luce si innalzeranno dal tetto dell’edificio a simboleggiare le Torri Gemelle, che 25 anni fa facevano parte integrante dello skyline della città. Si tratta del Tribute in Light, un’installazione artistica costituita da 88 fanali e aperta per la prima volta nel 2002 per commemorare le vittime dell’attacco terroristico più letale della storia degli Stati Uniti. L’opera di luce avrebbe dovuto essere temporanea ma, a distanza di 24 anni dalla sua inaugurazione, rimane un elemento essenziale della cerimonia che riunisce tutti i newyorkesi nel ricordo.
Se il Tribute in Light resiste all’inesorabilità del tempo, lo fanno anche altri retaggi degli eventi del 2001, privi però di quell’aura di commemorazione e profonda riflessione che avvolge l’installazione. Dopo 25 anni, gli attentati uccidono ancora: le polveri sottili associate al crollo delle Torri continuano a mietere vittime tra primi soccorritori, residenti e addetti ai lavori. Inoltre, l’Autorizzazione all’uso della forza militare (AUMF), la legge federale approvata dal Congresso il 14 settembre 2001 che garantisce al Presidente il potere quasi indiscusso di punire gli attentatori e loro affiliati, è ancora in vigore. Ad oggi, viene invocata a giustificazione di diverse azioni militari in Medio-oriente.
Non solo i terroristi uccidono
Lo fa anche l’ambiente, o meglio, l’aria respirata da coloro che si sono trovati a stretto contatto con le macerie del World Trade Center. Quando le Torri crollarono, furono rilasciate nell’aria sostanze altamente nocive: amianto, metalli pesanti, piombo e minerali legati ai resti dei materiali costruttivi, come gesso e calcite, componenti altamente irritanti. Inoltre, fumi tossici si levarono dalla combustione di plastica, legno e carburante per aeromobili che ricoprirono, insieme alle polveri, Lower Manhattan.
All’indomani dell’11 settembre, le autorità cittadine e governative minimizzarono la gravità della situazione. Il 18 settembre, l’Amministratrice dell’Agenzia per la Protezione Ambientale (EPA), Christine Todd Whithman, dichiarò pubblicamente che la qualità dell’aria e dell’acqua fosse sicura e che i livelli di amianto e altre sostanze nocive fossero nella norma.
Ad oggi, sappiamo che queste assicurazioni furono fatte senza il supporto di dati sufficienti. Secondo un report del 2003 rilasciato dall’Ufficio dell’Ispettore Generale dell’EPA, la Casa Bianca aveva fatto pressione perché le dichiarazioni al pubblico usassero un linguaggio meno allarmista, eliminando gli inviti alla cautela. La conseguenza più grave fu che molti dei soccorritori e volontari impegnati nelle operazioni di salvataggio, nel recupero delle salme e nella pulizia del sito intorno a Ground Zero lavorarono senza l’ausilio di dispositivi di protezione individuale. I residenti dell’area di Lower Manhattan furono invece invitati a pulire le loro proprietà in autonomia, senza l’aiuto di professionisti, esponendosi quindi ai residui tossici senza le adeguate protezioni.
Nei mesi e anni successivi agli attacchi, gran parte dei coinvolti svilupparono gravi patologie croniche: malattie autoimmuni, asma, malattie dell’apparato respiratorio come la fibrosi polmonare, cancro e disturbi da stress post-traumatico. Questo è dimostrato da diversi studi condotti dal Programma di ricerca sulla salute del World Trade Center, che assiste i malati e le loro famiglie fornendo cure mediche, monitoraggio e assistenza sanitaria, nonché dedicandosi alla ricerca delle loro patologie.
Il programma fu stabilito in seguito al James Zadroga 9/11 Health and Compensation Act, una legge federale approvata dal Congresso nel gennaio 2011, che sancì anche l’istituzione di benefit statali dedicati a coloro che furono esposti alle polveri o ai fumi tossici.
Il progetto di ricerca conta attualmente 145mila persone tra soccorritori e sopravvissuti. Ad oggi, più di 45mila sono malati di cancro, un numero che testimonia quanto lavoro resti ancora da fare.
Come nascono le “guerre eterne”
Agli indomani degli attacchi, il governo americano aveva un quesito incombente al quale rispondere: come reagire agli eventi dell’11 settembre in modo che non si ripetessero mai più? Per raggiungere questo obiettivo, la risposta doveva essere forte, decisa e inequivocabile. Gli Stati Uniti sarebbero dovuti diventare il vassallo del mondo “libero”, “giusto” e “buono” contro il “male” dell’estremismo islamico. A soli tre giorni di distanza, il Congresso aveva abbozzato una legge federale per rendere tutto questo possibile:
Che il Presidente sia autorizzato a ricorrere a ogni mezzo di forza necessario e appropriato contro quelle nazioni, organizzazioni o persone che egli ritenga abbiano pianificato, autorizzato, commesso o favorito gli attacchi terroristici verificatisi l’11 settembre 2001, o abbiano dato rifugio a tali organizzazioni o persone, al fine di prevenire futuri atti di terrorismo internazionale contro gli Stati Uniti da parte di tali nazioni, organizzazioni o persone.
L’Autorizzazione all’uso della forza militare (AUMF) fu approvata il 14 settembre, dando all’esecutivo quello che alcuni hanno definito un “assegno in bianco”: concedeva al presidente un’ampia discrezionalità in merito alla definizione di nemici, mezzi e modalità per intervenire contro gli attentatori e gli individui, gruppi o nazioni a loro associati.

Il problema principale dell’AUMF è che il suo linguaggio è troppo vago. Diversamente da una dichiarazione di guerra, la AUMF non definisce in modo chiaro cosa si intenda per il nemico, che fino ad allora era sempre stato una nazione e il suo governo (per esempio, quello di Saddam Hussein in Iraq); i limiti geografici dell’azione militare (i territori iracheni o direttamente minacciati dalla presenza irachena); una “data di scadenza” delle attività belliche, solitamente coincidenti alla caduta del regime (nel caso dell’Iraq, la caduta del regime di Saddam, almeno sulla carta). Senza limiti di spazio, tempo e di scopo, l’AUMF si presta virtualmente alla giustificazione di una guerra senza fine, la “guerra al terrore”.
Un altro elemento caratterizzante è la clausola del “nesso”, cioè la parte della legge che autorizza il Presidente a perseguire gruppi o individui legati direttamente o indirettamente ad Al Qaeda. Il problema sta nel fatto che questa clausola estende l’applicazione dell’autorizzazione a soggetti molto diversi tra loro, anche quando il nesso con Al Qaeda è più debole. L’esempio più lampante è stato l’uso di questa legge da parte di Obama, Trump e Biden per colpire l’ISIS, poiché il gruppo terroristico, nato da una cellula di Al Qaeda in Iraq, veniva considerato erede dell’organizzazione originaria.
Vista la flessibilità legale della clausola, non è impossibile immaginare che questa possa in futuro essere sfruttata per i fini politici dell’esecutivo contro soggetti o gruppi politicamente scomodi.
Molti studiosi di legge, legislatori e attivisti sostengono che l’AUMF del 2001 dovrebbe essere completamente ripudiata, poiché la leadership di Al Qaeda (Osama Bin Laden in primis) è stata eliminata e l’organizzazione non esiste più da tempo. Altri, più moderati, credono che sarebbe necessario sostituirla con una legge aggiornata, che giustifichi in termini legali chiari la lotta contro l’ISIS. Tuttavia, alcuni continuano a supportare l’AUMF così com’è, convinti che la minaccia di Al Qaeda e del suo network persista.
Le celebrazioni di oggi, tra Donald Trump e Zohran Mamdani
Il Presidente avrebbe voluto partecipare alle commemorazioni, e avrebbe potuto farlo, se solo avesse rinunciato al proprio discorso. Il suo team aveva infatti programmato una visita di Trump alla sua nativa New York, dove avrebbe presenziato all’evento e pronunciato un discorso. A nessun politico è permesso di parlare durante la cerimonia. Il National September 11 Memorial and Museum, che gestisce il museo, il sito del Ground Zero e le sue attività culturali, porta avanti questa regola dal 2012 per evitare che le commemorazioni diventino terreno fertile per narrative di parte.
Di fronte al divieto, Donald Trump ha rinunciato ai suoi piani. Parlerà invece al Pentagono che, come Ground Zero, fu teatro di uno degli attacchi dell’11 settembre – lo schianto del volo 77 di American Airlines, dirottato da cinque terroristi di Al Qaeda. Lì non vige alcun veto e il Presidente potrà esprimersi liberamente.
A New York, invece, nemmeno il sindaco Zohran Mamdani sarà accolto a braccia aperte. Una petizione lanciata quest’estate da Giovanni Galante, la moglie del quale perse la vita al 105esimo piano della Torre Nord, chiede che il primo cittadino non partecipi alla cerimonia.
L’appello si basa sulla presunta affiliazione di Mamdani con figure considerate anti-americane, come l’imam Siraj Wahhaj, che sarebbe legato all’islam radicale e all’attentato del 26 febbraio 1993 al World Trade Centre, o Ramzi Kassem, Consigliere Capo della città, che aveva rappresentato in tribunale Ahmed al-Darbi, anch’egli accusato di atti terroristici. La petizione condanna anche alcune affermazioni passate dell’attuale sindaco, come l’accusa agli Stati Uniti di aver radicalizzato Anwar al-Awlaki, cittadino americano diventato propagandista Al Qaeda, e il supporto ad Hasan Piker, noto commentatore politico del web che ha è stato più volte l’autore di dichiarazioni controverse sull’11 settembre.
Dal canto suo, il sindaco ha espresso la volontà di presenziare alle commemorazioni, nel pieno sostegno alle vittime e alle loro famiglie.
Dopo 25 anni dagli attentati, Ground Zero si ricoprirà ancora una volta di fiori delicati e vedrà riunirsi familiari e amici in cordoglio, mentre New York si metterà a tacere, solo per qualche ora, per piangere i figli e le figlie che le sono stati strappati via.




