9/11 Memorial | Never forget 9/11: la ritualità della memoria

Mai dimenticare cosa? C’è qualcosa di più da dire? Sì, ma richiede una riflessione ulteriore, trasformando il 9/11 in evento storico con tutte le sue divisive, polarizzanti e polemiche ramificazioni.

Buona settimana a tutti i lettori di Jefferson!

Questa settimana il carteggio, dedicato al ventennale dell'11 settembre, assume una forma d'eccezione, proponendovi una riflessione quotidiana, in modo da consentire ai nostri iscritti di leggere con maggiore attenzione ciascuna delle riflessioni che vi proporremo ogni giorno alle 12. Cominciamo con il primo contributo.

A vent'anni di distanza quale memoria è diventata prevalente della tragedia dell'11 settembre? L'eroismo dei soccorritori? New York ferita? Oppure la guerra al terrorismo con tutti i suoi successi e insuccessi? E quanto rimane divisivo il ricordo?

Il nostro Emanuele Monaco fa un primo bilancio della storicizzazione del più grande attentato terroristico del XXI secolo, analizzando tutte le sfaccettature di quello che sta diventando, sempre più, una lezione istituzionalizzata di storia contemporanea, come accadde già per la commemorazione di Pearl Harbor.

Buona lettura. A domani per vedere quale forza rimane alla rete del terrorismo islamico internazionale e quanto è concreto il rischio di nuovi attacchi.


Esiste quasi una familiarità rituale nel modo in cui si commemora l’11 settembre. I modi e il linguaggio cambiano, dalla retorica politica alla copertura televisiva, agli editoriali e riflessioni sui social. L’approccio, tuttavia, è per lo più rimasto uguale. Ricordare le vite perse, l’eroico sacrificio, il dolore, la paura, l’odio, il fallimento, la reazione.

Tutto parte di un memoriale attualizzante. Il riproporre gli audio, le telefonate, la copertura televisiva live di quel giorno (MSNBC solo qualche anno fa ha deciso di non riproporla nuovamente) rendono il fatto presente, un processo di anamnesi platonica che ricorda il rito cristiano domenicale.

Il fine è racchiuso in quello che è stato il mantra di questi 20 anni: Never forget, mai dimenticare. Uno slogan, ma anche parola d’ordine, semplice ma pieno di complessità di significato, un misto di senso di colpa per i limiti della nostra memoria, di sentimento di obbligazione verso chi non c’è più, paura che la generazione nata dopo non capisca.

Come in una sessione di terapia collettiva, in Occidente ci si domanda: «Dove eri quel giorno?», «Cosa ricordi?» sempre sotto lo slogan «mai dimenticare». Dopo l’11 settembre 2001 essere newyorkese significava avere una storia, un ricordo da raccontare di quel giorno. Anche se quei racconti sono cambiati nel tempo, riproporli, soprattutto nei primi anni, ti rendeva parte di una comunità che aveva in quel giorno il suo mito fondativo.

Inevitabilmente però arriva quel momento in cui le emozioni, le paure, i ricordi, il dolore scaturiti da un evento svaniscono, il racconto diventa una fredda lezione scolastica di storia contemporanea. È accaduto per Pearl Harbour come per l’assassinio di Martin Luther King Jr. e Robert Kennedy.

La domanda, dunque, ora che è diventata adulta una generazione che non può ricordare qualcosa avvenuto prima della propria esistenza, diventa: mai dimenticare cosa? Gli anni di panico e confusione che seguirono gli attentati? L’insicurezza e paura che ci accompagnano da allora e in cui molti di noi sono nati? Due decenni di guerra e sangue prodotti dalla catena di eventi scaturita da quel giorno?

Questi interrogativi ne nascondono uno che forse è quello da cui è più difficile cominciare ad argomentare. C’è qualcosa di più da dire rispetto agli anniversari passati? La risposta è sicuramente sì, ma richiede un livello ulteriore di riflessione, una trasformazione dell’11 settembre da oggetto di commemorazione rituale a evento storico, con tutte le sue divisive, polarizzanti e polemiche ramificazioni.

Il modo in cui i media hanno deciso di trattare questo ventennale riflette questa dicotomia. Chi sceglie di focalizzarsi sull’eroismo e sui ricordi di quel singolo giorno va sul sicuro. Nulla di divisivo, di rischioso. L’attentato diventa un orrore passato da ricordare e mettersi alle spalle, in un continuo 12 settembre.

C’è chi invece ha deciso che passati 20 anni si può cominciare a parlare degli attacchi terroristici come parte di un’era che possiamo discutere se finisce o meno con il disastroso ritiro dall’Afghanistan. Lo fa sicuramente il documentario di Netflix Turning Point: 9/11 and the War on Terror, focalizzandosi sulla serie di eventi che dagli anni Ottanta hanno portato alla guerra al terrore.

Tuttavia, l’11 settembre non ha avuto effetti solo sulla politica internazionale. Come fa emergere lo speciale del Washington Post, quel giorno ha cambiato ogni aspetto delle nostre vite in modi per nulla ovvi e immaginabili. Cosa che emerge anche dal documentario Too Soon: Comedy after 9/11, che cerca di indagare sui modi in cui chi fa satira si è approcciato al tema forse più controverso su cui fare ironia.

Forse tra i più provocatori interventi, lo speciale di PBS America After 9/11 e il già famoso NYC Epicenters: 9/11-2021½ di Spike Lee. Entrambi argomentano che gli attacchi furono un evento che colpì al cuore l’anima della democrazia americana, cambiandola per sempre e aprendo a decenni di crisi e conflitti interni.  

Che una visione del genere degli eventi abbia causato controversia e polemiche deriva forse dal fatto che costituisce quasi un redde rationem del modo in cui l’Occidente e soprattutto gli Stati Uniti hanno raccontato a loro stessi questi 20 anni. Una narrazione, ancora presente, che forse si può riassumere in tre traiettorie diverse, come suggerisce The Atlantic.

La prima, riemersa soprattutto davanti alle immagini del caos di Kabul, ha visto gli attacchi quasi come un evento karmico di giustizia storica, una conseguenza dei “peccati” commessi dagli Stati Uniti nei decenni precedenti. Una reazione criminale ad un imperialismo altrettanto criminale.

La seconda invece presentava gli Stati Uniti come la vittima di un nuovo male emerso dalle ceneri della guerra fredda. Era un nuovo conflitto, tra libertà e democrazia da una parte e odio e oscurantismo dall’altra. La macchina militare americana aveva dunque il dovere di difendersi ovunque questo male fosse emerso o ospitato. Quella chiarezza morale che fu il mantra della retorica di Bush negli anni dopo gli attentati.

La terza era una più sofisticata versione di tutte e due. Gli Stati Uniti e l’Occidente dovevano riconoscere i propri obblighi sulla scena mondiale e usare tutti i mezzi a disposizione per “esportare” democrazia e diritti umani nel mondo islamico. La sicurezza in patria dipendeva dal nation-building in Medio Oriente. Era la visione dei liberal interventionists che votarono a favore delle endless wars in Afghanistan e Iraq.

Tutte queste visioni avevano un difetto preciso, mettevano l’Occidente al centro della storia. Un Occidente orfano di un nemico storico dopo la caduta dell’URSS e che nel decennio precedente al 2001 aveva vissuto il mito della fine della storia. Il jihadismo non veniva analizzato come fenomeno con una sua storia e radicamento, un’ideologia che si nutre sia di oscurantismo che di modernità, con un complesso rapporto con la politica di una regione non riassumibile in “mondo islamico”.

L’integralismo era un riflesso dell’imperialismo americano, oppure una conseguenza dei mandati post-1919, o la reincarnazione mediorientale dei nemici storici, dai nazisti ai comunisti. Così i leader dell’Occidente trascinarono i loro Paesi in una serie di interventi unilaterali e senza obiettivi di lungo termine, immaginando in modo ingenuo che «it will end in a way and at an hour of our choosing», come disse Bush.

Forse dopo 20 anni è il momento di ammettere a noi stessi che l’11 settembre non fu un fulmine a ciel sereno, l’emergere improvviso di un nuovo mostro da sconfiggere, una tragedia semplicemente da commemorare. Ciò che accadde quel giorno non aveva a che fare solo con la politica internazionale e uno scontro tra civiltà. Era il primo atto di un inizio secolo fatto di terrore, tragedia e convulsioni, nate da ciò che si era preferito ignorare nei decenni precedenti. Al-Qaeda quel giorno distrusse il mito che il post-guerra fredda avrebbe portato pace e prosperità ad un mondo sempre più democratico e libero. Anzi, mentre l’Occidente si impegnava a rincorrere un nemico che non comprendeva, antiliberalismo e nazionalismo infettavano il mondo raggiungendo il cuore della democrazia americana, nutriti da crisi dopo crisi, da quella economica a quella pandemica.

Dick Cheney disse che l’America avrebbe avuto bisogno di «impiegare anche il lato oscuro» per prevalere. Forse sarebbe il momento di riconoscere che il lato oscuro abbia vinto, anche se il terrorismo islamico è uscito per il momento ridimensionato, subendo nel tempo colpi su colpi.

In questo senso l’attacco al Campidoglio dello scorso 6 gennaio, la sua violenza e la pretesa di voler salvare la nazione da una minaccia esistenziale che non erano più i miliziani di Al-Qaeda, ma il Partito Democratico, potrebbe essere visto come la fine logica dell’era iniziata a Ground Zero.