#22 Brainstorm – Iran: e ora?
Stati Uniti e Israele hanno attaccato l'Iran. Il Medio Oriente brucia, Hormuz è in bilico e i mercati tremano. Ne parlano Giacomo Stiffan, Matteo Muzio, Laura Gaspari e Francesco Danieli
Perché guardare gli Stati Uniti dal buco della serratura? Quando serve una chiave di lettura la trovi su Brainstorm, la rubrica di Jefferson che raccoglie le opinioni della redazione sui fatti americani. A cura del vicedirettore Giacomo Stiffan.
Il Medio Oriente è in fiamme. Dopo l'attacco congiunto di Stati Uniti e Israele all'Iran, il mondo si interroga su cosa succederà e su chi pagherà il conto. Ne parlano Giacomo Stiffan, Matteo Muzio, Laura Gaspari e Francesco Danieli.
“Stagflazione, cioè la direzione che Trump cerca di imprimere al mondo”
di Giacomo Stiffan
C’è un modo infallibile per capire se Trump ha preso fischi per fiaschi: guardare i futures. Per lui il mercato conta più di qualsiasi sondaggio, dei media o dei suoi alleati, pronti a difenderlo a prescindere.
L’attacco all’Iran è stato un errore da manuale. O meglio, da assenza di manuale. Trump ha applicato alla Repubblica Islamica la stessa logica che aveva testato con Maduro: pressione, isolamento e infine intervento mirato, nella convinzione di piegare un regime tagliandone la testa. Peccato che l’Iran non sia il Venezuela. È una potenza regionale con decenni di preparazione per questo scenario, con una struttura molto meno verticista di quello che si pensa e con proxy diffusi.
La sottovalutazione delle conseguenze è ormai un pattern consolidato in Trump, figlio della sua sovrastima dell’indipendenza economica americana. Tuttavia, l’Iran ha in tasca la chiave dello Stretto di Hormuz; e quella chiave vale più di qualsiasi bomba. Oltre al petrolio e al gas, per Hormuz passano fertilizzanti, zolfo, elio, alluminio e molto altro, forniture che alimentano anche l’agricoltura e l’industria americana.
Spiace sottolineare l’ovvio: il fatto che gli USA siano grandi produttori di idrocarburi non li immunizza del tutto dalla stagflazione che deriverà dalla loro scarsità globale, che si aggiunge alle scellerate – e già presenti – politiche inflazionistiche del tycoon. Uso un termine preciso, stagflazione, cioè la direzione che Trump cerca di imprimere al mondo dall’inizio del suo secondo mandato. Forse nella convinzione che sia meglio essere re delle macerie, piuttosto che non essere re affatto.
Il fatto che Trump abbia cercato di scaricare la responsabilità su Hegseth, Kushner e Witkoff – il suo cerchio magico quando si parla di esteri – poi, dice tutto sulla solidità di questa amministrazione sotto pressione.
Cosa ci aspetta? Anche usando le riserve di petrolio e gas, al massimo si calcia la lattina un po' più in là. Quindi, il solito copione, non necessariamente in questo ordine: minacce, mercati in caduta libera e poi TACO. Trump always chickens out, Trump si tira sempre indietro. Non è un caso se i mercati parlano già di TACO trade.
“La guerra di Jeffrey”
di Matteo Muzio
Il complottismo è inesistente nel mio modo di ragionare e sono sicuro di poter dire lo stesso di tutti i membri della redazione di Jefferson. C’è da dire che però, in questo caso, il sentiment condiviso da alcuni analisti è che dietro a una decisione che a tutti è parsa come improvvisata e mal preparata ci sia una ragione ben precisa legata alla politica interna: farla finita una volta per tutte con le conseguenze dello scandalo delle carte del processo a Jeffrey Epstein, dove Trump viene citato 38mila volte, con accuse circostanziate e terrificanti.
La mancanza di obiettivi e l’enfasi sulla vittoria totale annunciata più volte avrebbero voluto creare un effetto di rally around the flag, che però non c’è stato. Per un piccolo dettaglio: quando effetto si verifica quando le guerre si subiscono e la propria nazione viene aggredita, come ai tempi dell’attacco di Pearl Harbour nel 1941.
Anzi, la stessa coalizione trumpiana, formata anche da una corrente di isolazionisti anti-israeliani se non antisemiti, si sta sfaldando. Non soltanto nell’ecosistema mediatico, dove gli ex alleati del presidente come Tucker Carlson lo stanno criticando ferocemente, ma anche nell’amministrazione. Non possiamo non citare l’uscita di scena del direttore dell’antiterrorismo Joe Kent, già collaboratore di Tulsi Gabbard, l’ex deputata dem delle Hawaii che incarna meglio di altri questa corrente che in Europa definiremmo rossobruna. Fosse ancora vivo Fabrizio De André, la chiamerebbe “la guerra di Jeffrey” e i fuoriusciti, inclusa l’ex deputata Marjorie Taylor Greene, sembrano confermarlo. Non esattamente un buon auspicio per un’amministrazione che l’ha iniziata sperando di cancellarne le tracce
“Qualcuno dovrà gestire le conseguenze di questo caos”
di Francesco Danieli
Come ha scritto il nostro vicedirettore Giacomo Stiffan pochi paragrafi sopra i miei, la major combat operation (parente a stelle e strisce della “operazione militare speciale” russa in Ucraina) che Trump e Netanyahu hanno lanciato contro l’Iran è cominciata seguendo un copione simile a quello attuato in Venezuela all’inizio dell’anno: le forze americane, con un attacco impressionante, hanno eliminato in poche ore i maggiori vertici dello Stato iraniano, per poi impegnarsi nella progressiva distruzione degli asset aerei e contraerei di Teheran e ottenere il controllo dei cieli iraniani.
Più i giorni passano, però, e più diventa chiara l’assenza di un vero piano che non fosse solamente sostituire Khamenei con un candidato più compiacente (e che ora è probabilmente morto durante i bombardamenti). E mentre molti commentatori si interrogano su quali possano essere le prossime mosse di Trump o ripetono come questi attacchi siano i prodromi certi di un futuro cambio di regime in Iran, il punto che vorrei sollevare io è: e poi?
Giacomo l’ha ricordato: Trump always chickens out. Appena se ne presenterà l’occasione, l’amministrazione americana ne approfitterà per fermare gli attacchi, dichiarare vittoria e abbandonare il campo. Tuttavia, come nelle altre occasioni in cui Trump ha fatto il TACO, qualcuno dovrà gestire le conseguenze di questo caos.
Un Iran debole, instabile, guidato da un regime spaventato e arrabbiato, sarà comunque al centro di una delle regioni più importanti per l’economia mondiale, e allo stesso modo i suoi vicini, vittime a loro volta del vaso di pandora aperto da Trump e Netanyahu. L’Europa, di fronte all’ennesima azione sconsiderata di quello che sembra sempre più un rivale che un alleato, non potrà tirarsi indietro dall’intervenire in qualche modo, magari sotto l’egida dell’ONU, per stabilizzare i traffici dello stretto di Hormuz. E infine Russia e Cina non resteranno con le mani in mano: l’una sfrutterà i rialzi del prezzo degli idrocarburi per finanziare l’aggressione contro l’Ucraina e l’altra approfitterà della confusione nella politica estera statunitense per colpire finalmente Taiwan.
Sono conseguenze che subiremo tutti ma che saranno gli Stati Uniti i primi a pagare, anche se non se ne rendono ancora conto.
“Il diritto internazionale è morto”
di Laura Gaspari
Il diritto internazionale è morto. Lo so, è una frase con un certo peso. Uno shock factor che non tutti sono pronti a realizzare. Tuttavia, siamo a un punto decisivo della nostra storia contemporanea: l’ordine costruito dopo la Seconda Guerra Mondiale e, ancora di più, dopo la Guerra Fredda si incrina e crolla su sé stesso. Il diritto internazionale è la serie di norme pattuite tra gli Stati (che ne sono attori principali) che regolano le loro mutue relazioni in diversi campi come il commercio, i territori, i diritti umani e la guerra. Il diritto internazionale è però molto più di un corpus giuridico: è proprio l’ordine citato poc’anzi, che si sta sbriciolando.
L’amministrazione Trump, con l’attacco in Iran e in Venezuela, si fa araldo di questo crollo. Non sto dicendo che siano i soli responsabili – guardiamo all’invasione russa in Ucraina o alle pressioni occulte della Cina – ma stanno contribuendo in modo decisivo, prendendo a picconate qualcosa che stava già morendo. Le Nazioni Unite, garanti della stabilità mondiale, stanno perdendo mordente sempre di più; la guerra è diventata solo strumento di supremazia, conquista e risoluzione, cercata senza il consenso popolare solo per manie di grandezza (o distrazione) del leader; la diplomazia è pressoché in crisi; né tantomeno valgono più le regole del diritto internazionale umanitario durante i troppi conflitti armati che stiamo vedendo.
E nelle parole di Arne Westad, intervistato da Politico, il parallelo che si fa con la situazione tesa della Guerra Fredda non è pertinente. Ci troviamo piuttosto in una situazione simile alla Prima Guerra Mondiale: la rinascita dei nazionalismi, la ritirata degli Stati Uniti dal ruolo di attori principali sul piano internazionale, un crescente multipolarismo, instabilità economica e preoccupazione. Una situazione dove lo status quo del diritto internazionale, che è troppo lento ad adattarsi ai cambiamenti, non riesce a reggere.



