#21 Brainstorm – Una storia già vista
Una riflessione sulle vicende di Minneapolis nelle opinioni di Giacomo Stiffan, Laura Gaspari, Emanuele Monaco e Matteo Muzio
Perché guardare gli Stati Uniti dal buco della serratura? Quando serve una chiave di lettura la trovi su Brainstorm, la rubrica di Jefferson che raccoglie le opinioni della redazione sui fatti americani. A cura del vicedirettore Giacomo Stiffan.
Minneapolis. L’uso della forza federale, il confine sempre più sottile tra ordine pubblico e potere politico, il deterioramento in diretta della più grande democrazia occidentale. Questa Brainstorm parte da un fatto, e da ciò che mette in moto.
Facciamo il punto della situazione con le opinioni di Giacomo Stiffan, Laura Gaspari, Emanuele Monaco e Matteo Muzio.
Prima di passare ai contributi degli autori, cogliamo l’occasione per dare visibilità ai nostri amici di Prismag, il gruppo editoriale indipendente con il quale collaboriamo dall’anno scorso. Proprio come Jefferson, Prismag è informazione di qualità dal basso, senza grandi e scomodi editori alle spalle. Per questo motivo, ha bisogno di risorse per rimanere in piedi.
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“La frattura è già avvenuta e rimane solo da capire quanto è profonda”
di Giacomo Stiffan
C’è una tentazione ricorrente, quando l’America entra in una fase febbrile: guardare avanti. Immaginare scenari, interrogarsi sulle prossime elezioni, chiedersi se saranno libere, se si voterà davvero, o se tutto verrà travolto prima da una guerra civile. È un esercizio legittimo, persino affascinante, ma è anche un modo per spostare lo sguardo altrove.
Il problema è il presente.
Alex Pretti è il secondo cittadino americano freddato a Minneapolis da agenti federali. Non durante un’insurrezione, non in un contesto bellico, ma nel corso di un’operazione condotta da una milizia paramilitare che risponde direttamente a Donald Trump.
Il punto non è solo la morte di un cittadino. È il contesto che la rende possibile e, soprattutto, politicamente sostenibile. Qui non serve evocare colpi di Stato o scenari apocalittici, basta osservare ciò che sta accadendo: una presenza federale armata, con il volto coperto e letale nelle città democratiche, una catena di comando opaca, un uso della forza sproporzionato e impunito, che appare sempre più scollegato da conseguenze che vadano oltre il declassamento di qualche capro espiatorio, vedasi Gregory Bovino.
Il dibattito sul futuro rischia così di diventare una distrazione. Che Trump stia preparando un passaggio autoritario definitivo o meno, lo sapremo più avanti. Ciò che conta è qui e ora: è il rapporto tra Stato e cittadini che è già cambiato. In passato, in Europa lo abbiamo sperimentato: quando l’idea che il governo possa esercitare violenza letale senza pagarne il prezzo politico viene normalizzata, la frattura è già avvenuta e rimane solo da capire quanto è profonda.
Ci si deve chiedere, a questo punto, se è questa la linea che separa una democrazia compiuta da una dittatura in divenire. Perché, a un certo punto, non è più possibile tenersi in equilibrio sul lessico del politicamente corretto, le cose vanno chiamate con il loro nome: forse non è ancora troppo tardi per tornare indietro, ma siamo di sicuro già troppo avanti per negare l’evidenza. Le democrazie non degenerano nel fascismo dall’oggi al domani quando falliscono; lo fanno quando smettono di accorgersene e, in ultima istanza, di correggersi in tempi ragionevoli.
“Il potere riscrive la realtà per legittimare una brutalità che è insopportabile da guardare”
di Laura Gaspari
Due morti per le strade di Minneapolis possono sembrare pochi. Si contano sulle dita di una mano, eppure pesano come un macigno.
Si chiamavano Renée Nicole Good e Alex Jeffrey Pretti, ed erano due cittadini americani. Bianchi. Una mamma e poetessa e un infermiere, uccisi a sangue freddo dalla violenza dell’ICE in Minnesota. Una violenza che è arrivata per le strade statunitensi, dove il potere riscrive la realtà per legittimare una brutalità insopportabile da guardare.
Renée Good e Alex Pretti sono la punta dell’iceberg di un’ondata fuori controllo che parte dalla testa dell’Homeland Security. Kristi Noem, con il suo appeal da donna dura, armata, con un cappello da cowboy, guida le sue squadracce mal addestrate e con un badge federale nella sacra missione di liberare le strade americane dall’immigrazione illegale, sotto l’egida del Supremo Leader Donald Trump.
Un anno di bambini (anche molto piccoli) arrestati, cittadini americani colpevoli di parlare anche spagnolo o di avere un colore della pelle più scuro deportati, false accuse di appartenere a cartelli della droga, nativi americani che spariscono e finiscono in carceri federali. Botte. Violenza. Spari. Fischietti per strada, proteste, accuse di terrorismo, diritti costituzionali violati, bugie, narrativa e propaganda. Il 2025 è stato l’anno più sanguinario per l’ICE, con 32 morti sotto custodia. Molti di loro non avevano precedenti. Nelle prime due settimane del 2026 sono morte sei persone detenute dall’ICE: Geraldo Lunas Campos, Luis Gustavo Nunez Caceres, Luis Beltran Yanez–Cruz, Parady La, Victor Manuel Diaz e Heber Sanchaz Domínguez. Altri sono rimasti feriti in scontri a fuoco durante i raid.
Gli Stati Uniti oggi sono questo: una democrazia forse fragile che cede verso una svolta autoritaria pienamente preannunciata, ma che molti non credevano fosse possibile. Alcuni ancora non vogliono realizzare che la situazione è grave.
C’è ancora una speranza per gli Stati Uniti. La resistenza, fatta di leader che reagiscono, di gente che protesta per strada e che guarda i video delle morti di Good e Pretti e affronta la realtà. Quella che va verso le midterm, che saranno difficili, probabilmente con l’ICE fuori dai seggi per spaventare gli elettori, con tentativi di brogli, ma che mai sono state così fondamentali. Se non funziona anche il voto, ahinoi, le strade sono due: soccombere o resistere a spese di sangue che scorre per le strade.
“Tutto questo non è normale”
di Emanuele Monaco
Tutto questo non è normale. Mi dispiace per chi, oggi, si lascia rassicurare dall’idea che “passerà”, che “si è già visto”, che basti aspettare il ritorno alla normalità. L’eccezionalità del momento che stanno vivendo gli Stati Uniti – e noi con loro, indirettamente – non si lascia più incasellare nel vocabolario politico democratico. E sperare che si sia toccato il fondo non basta, come non bastò dopo il primo mandato di Trump.
È sufficiente guardare alle ultime settimane: Paesi europei che spostano truppe in Groenlandia, un discorso del primo ministro canadese trasformato in pretesto secessionista, dazi usati come arma di ricatto, un presidente che ammette di orientare la politica estera per un bisogno infantile di premi. E poi l’onnipresente corruzione, gli abusi di potere che fanno sembrare le presidenze di Grant e Harding quasi innocue, e infine Minneapolis: diritti basilari negati da agenti federali operanti in un regime di impunità garantita dall’esecutivo. Bugie ripetute anche di fronte a prove video schiaccianti; poteri presidenziali esercitati senza freni, con sondaggi e mercati ridotti a unico contrappeso. Tutto questo non è normale.
La domanda è: dove si va da qui? Come può la democrazia americana sopravvivere alla sua ora più buia dai tempi della Guerra civile? L’impressione è che, nel 2026 e nel 2028, se la degradazione dell’esecutivo continuerà, l’elettorato reagirà con forza. Ma basterà, al netto dei prevedibili tentativi dell’amministrazione di rimanere al potere a ogni costo?
Biden nel 2020 parlava di “battaglia per l’anima del Paese”. Giusto, ma incompleto: gli interventi di Trump sulle strutture economiche e di potere sono destinati a durare. Dalle reclute di ICE agli oligarchi amici dell’amministrazione, dalle major televisive alla natura stessa della presidenza, i cambiamenti in corso sono più profondi di quanto appaia. Gli americani tendono a lasciarsi i problemi alle spalle più che risolverli; il pericolo è che trovino più conveniente convivere con una democrazia debilitata che affrontare il trauma di ricostruirla.
“Minneapolis non è stata una deviazione, ma una cartina di tornasole”
di Matteo Muzio
La gestione delinquenziale dell’operazione lanciata dall’ICE a Minneapolis ha lasciato strascichi anche nelle fila dell’amministrazione. La Segretaria alla Sicurezza Kristi Noem è apparsa come una figurina segnaposto, senza alcun potere reale, che serve solo a prendere gli ordini da uno Stephen Miller; Miller che non occupa quella posizione soltanto perché le sue idee vicine al nazionalismo bianco e il suo razzismo sfacciato avrebbero reso difficile la sua conferma, anche di fronte a un Senato compiacente nei confronti delle scelte di Donald Trump.
Minneapolis non è stata una deviazione, ma una cartina tornasole. L’operazione dell’ICE ha mostrato cosa resta dell’idea di sicurezza nell’America trumpiana: una miscela di approssimazione, violenza simbolica e deresponsabilizzazione politica. In questo quadro, Kristi Noem non guida nulla, bensì presidia una casella vuota, presta il volto a decisioni prese altrove e si limita a difenderle a posteriori, quando il danno è già compiuto.
Il Dipartimento per la Sicurezza Interna, nato per coordinare e razionalizzare, si muove oggi come un corpo separato, spinto più dall’ideologia che da una strategia. Noem non prova neppure a nasconderlo. La catena di comando reale passa da consiglieri informali, da figure che non rispondono a nessun mandato elettivo ma dettano la linea su immigrazione, ordine pubblico, uso della forza.
Minneapolis diventa così il paradigma di un’amministrazione che ha rinunciato al governo in favore della messinscena. Le operazioni federali non servono a risolvere problemi, ma a segnalare fedeltà ideologica e a compiacere una base radicalizzata. Kristi Noem è lì per questo: non per controllare, ma per normalizzare l’abuso.



