Carteggio n°10: l'elezione del monarca presidenziale

"I avail myself of the presence of that portion of my fellow citizens which is here assembled to express my grateful thanks for the favor with which they have been pleased to look towards me, to declare a sincere consciousness that the task is above my talents, and that I approach it with those anxious and awful presentiments which the greatness of the charge, and the weakness of my powers so justly inspire" Prima inaugurazione di Thomas Jefferson, 4 marzo 1801 Il monarca presidenziale

Buongiorno ai lettori di Jefferson!

Siamo alla vigilia del voto, di quella che si appresta ad essere come numeri, l'elezione più partecipata da moltissimi anni, con un'affluenza che potrebbe arrivare ben oltre il 60%.

Vogliamo mettere in standby la corsa al risultato e dedicarci alla più grande delle cariche in palio, la presidenza. Come si è trasformata nel tempo, cosa ha significato in termini di immagine e di politiche pubbliche.

Spazieremo molto, anche grazie all gradito ritorno di due contributor di alto livello: lo storico Marco Mostarda, esperto di marineria e membro del Laboratorio di Storia Marittima e Navale dell'Università di Genova e Chiara Piotto, giornalista di SkyTg24 e ideatrice della rubrica Lo Spunto Fotografico (e di alcune interessanti interviste ai creatori politici americani su TikTok che potete trovare qui).

Andiamo con ordine: iniziamo con il nostro Stefano Pasquali, che ci dà una lettura inedita della presidenza imperiale statunitense, proseguiamo quindi con Marco Mostarda che ci racconta del grande azzardo di Thomas Jefferson, la dichiarazione di guerra contro il pirati barbareschi nel Mediterraneo, vero atto fondativo della presidenza moderna, non più limitata a un ruolo di solo notariato nei confronti del Congresso.

Anche l'immagine del presidente è fondamentale nel definire una presidenza: Chiara Piotto fa un confronto tra i fotografi di Obama e di Trump e fa qualche ipotesi su un'eventuale presidenza Biden.

Insolito anche il taglio di Viola Stefanello su una delle questioni che più colpiscono l'immaginario collettivo: a cosa serve uccidere un presidente? Probabilmente a nulla, ma le vicende di chi ci ha provato scatenano tuttora il nostro immaginario

Chiudiamo con uno spiraglio aperto da Gianluca Lo Nostro su un mondo che conosciamo poco: qual è il rapporto dei presidenti repubblicani con l'ambiente? Davvero è stato solo negazionismo climatico? E come cambieranno le cose in un futuro prossimo?

Menu molto ricco quindi, che vi prepara alla sfida di domani notte, vero piatto forte dell'anno elettorale. Noi ci saremo!

Quando è diventata imperiale la presidenza americana?




di Stefano Pasquali

Quando si sente parlare di presidenza imperiale, il pensiero corre subito a George W. Bush: nel periodo che va dalle elezioni di midterm del 2002 a quelle del 2006,  studiosi e commentatori hanno usato quest’espressione per riferirsi alla forte espansione delle prerogative presidenziali – a discapito del Congresso e del sistema di checks and balances – avvenuta in quegli anni. In realtà, la presidenza imperiale non è  limitata al periodo post-11 settembre, ma ha una storia più ricca e profonda. Espressione coniata nel 1973 dallo storico Arthur Schlesinger,  si riferisce al lungo processo di sempre maggiroe preminenza del Presidente all’interno del sistema politico e istituzionale statunitense. 

Nel 1885 Woodrow Wilson ha pubblicato un libro dal titolo Congressional Government, il quale analizzava il predominio esercitato dal Congresso rispetto al potere esecutivo nel XIX secolo (del resto, uno degli scopi dei Padri Fondatori era stato proprio quello di evitare di ripetere la tirannide contro la quale avevano combattuto). Il controllo del Congresso si esercitava tramite i partiti statali. Essi, infatti, sceglievano e controllavano i grandi elettori; inoltre, all’epoca i candidati alla presidenza non erano selezionati tramite primarie dirette (che si sono diffuse solo dopo la Convention Democratica del 1968), ma dai leader congressuali. Dunque, l’asimmetria di potere tra il Presidente e il legislativo era evidente. 

La situazione descritta da Wilson, in ogni caso, non era assoluta, in quanto ci sono stati Presidenti che hanno esteso le loro prerogative a discapito degli altri poteri. Andrew Jackson, ad esempio, ha compiuto la deportazione – nota come Trail of Tears – di migliaia di Nativi Americani nonostante una sentenza della Corte Suprema del 1832 (Worcester v. Georgia) si fosse espressa in favore dei diritti dei Nativi. Un esempio ancora più significativo è rappresentato da Abraham Lincoln. Messo di fronte all’insurrezione e alla ribellione dei Confederati, Lincoln decise di usare al massimo la sua autorità di Comandante in Capo per espandere significativamente i Presidential war powers: il Presidente, tra le altre cose, sospese l’habeas corpus e organizzò un blocco navale nei porti del Sud, il tutto senza consultarsi con il Congresso.

Azioni come quelli di Jackson e Lincoln, tuttavia, sono state a lungo delle sporadiche eccezioni. La vera svolta però è avvenuta con Franklin Delano Roosevelt, che può essere considerato il capostipite della presidenza contemporanea. Il New Deal, infatti, si componeva sia di leggi approvate dal Congresso che di ordini esecutivi del Presidente. Sempre tramite ordine esecutivo, per di più, Roosevelt ha considerevolmente rafforzato la struttura amministrativa della presidenza, istituendo l’Executive Office of the President and il White House Office, presieduto dal Capo di Gabinetto. Roosevelt, inoltre, ha anche sfruttato i nuovi mezzi tecnologici (in primis la radio) per creare un rapporto diretto con la popolazione.

Dal secondo dopoguerra in poi, la crescente preminenza presidenziale è stata favorita anche dallo scenario internazionale: con gli USA oramai attori chiave del sistema internazionale, e con l’inizio della lunga Guerra Fredda con il blocco dell’URSS, era necessario che la politica estera fosse gestita da un organo monocratico, non da un organo legislativo composto da 535 membri. Ciò permetteva anche di parlare, a livello internazionale, con una voce sola, dando ancora più rilevanza (anche dal punto di vista mediatico) al Comandante in Capo.

Negli ultimi decenni, il processo di espansione dell’autorità presidenziale è stato fortemente contrastato in seguito al Watergate. Successivamente si è verificato lo sviluppo (da parte di politici e intellettuali di destra) di dottrine sempre più favorevoli alla presidenza imperiale. Il documento simbolo, da questo punto di vista, è rappresentato dal Minority Report del 1988 (elaborato in seguito allo scandalo Iran-Contra), il quale affermava il principio dei Poteri Impliciti del Presidente. Questo principio ha visto la sua costante applicazione, come detto all’inizio dell’articolo, dal 2002 al 2006. L’azione di George W. Bush nella Guerra al Terrore, infatti, è stata spesso eseguita senza il sistema di pesi e contrappesi che da sempre caratterizza il sistema statunitense.

Nonostante l’ampia avversione, da parte dell’opinione pubblica, che ha caratterizzato la fine dell’era Bush, la presidenza imperiale non è scomparsa. Con la crescente polarizzazione partitica, e con un Congresso sempre più incapace di funzionare e approvare legislazioni importanti, il ruolo del Presidente continua a crescere. Come dimostrato chiaramente dalla seconda amministrazione di Barack Obama: dopo anni di ostruzionismo repubblicano e dissidi con i suoi colleghi di partito, Obama ha approvato provvedimenti di grande rilevanza, come il DACA, il programma per la protezione dei figli di migranti irregolari  tramite ordine esecutivo, semplicemente bypassando il Congresso.