Carteggio n°9: Trump vs The World

"I cordially wish well to the progress of liberty in all nations, and would forever give it the weight of our countenance, yet they are not to be touched without contamination from their other bad principles. Commerce with all nations, alliance with none should be our motto" Lettera a Thomas Lomax, 12 marzo 1799 Quattro anni di Trump e il mondo: alcuni flop ma anche qualche insperato successo

Buona giornata a tutti i lettori di Jefferson!

Il penultimo carteggio prima delle elezioni si concentra su uno degli ambiti dove in pochi avrebbero scommesso su una qualsiasi possibilità di successo, ovvero la politica estera. Qui l'improbabile team trumpiano guidato da Mike Pompeo è riuscito a trovare delle vie per attuare una politica estera singolare e non priva di una sua logica. 

Prima gli interessi americani e la sicurezza, quindi. E quindi un confronto molto duro con la Cina di Xi Jinping, e ce lo racconta Giovanna Pavesi, giornalista di InsideOver e Linkiesta Europea.

Non possiamo trascurare nemmeno la Russia, con la quale Trump ha avuto un rapporto a doppio e triplo filo per anni, spiegato nel pezzo della giornalista esperta di Russia Giulia Giaume.

Per quanto riguarda invece l'Iran e il terrorismo internazionale, il nostro Stefano Pasquali e Matteo Pugliese, ricercatore Ispi e dottorando presso l'Università di Barcellona, ci fanno un quadro pieno di luci ma anche di ombre.

Infine Federico Baccini, giornalista e ideatore della newsletter BarBalcani, parla della più improbabile delle vittorie della presidenza Trump: l'accordo di reciproco riconoscimento tra Serbia e Kosovo.

Un carteggio molto ricco ed avvincente, che parla di un aspetto poco noto di questi anni strani di Trump al vertice degli Usa. Dove stranamente può rivendicare dei risultati effettivi senza rivendicarli presso la sua base molto poco interessata al resto del mondo. Buona lettura!

Legami pericolosi, ovvero "tovarish" Trump?



di Giulia Giaume

È facile pensare alla Russia e agli Stati Uniti come eterni nemici: i residui dei blocchi della Guerra Fredda e le influenze politiche, per non parlare degli scontri a viso aperto dal Sudamerica alla Siria passando per l'Afghanistan. È convincente, fa molto film di James Bond. Eppure non è così: anche per gli eterni nemici gli affari sono affari. E quando si tratta di affari, di chi si potrebbe parlare, se non del presidente statunitense Donald Trump?

Lo scandalo tributario dei 750 dollari all'anno e l'indagine affidata all'ex capo dell'Fbi Robert Mueller sono solo l'ultima goccia. Il report, si potrebbe obiettare, non ha trovato tracce di cospirazione da parte dell'allora candidato del GOP. Sarebbe stata una notizia migliore per il tycoon se non fosse nel frattempo emerso il suo tentativo di licenziare Mueller, gli incontri segreti tra l'ex consigliere nazionale della sicurezza Michael Flynn e l'ambasciatore russo e le effettive interferenze degli hacker di Mosca nelle elezioni del 2016. Queste, replicano ancora dagli States, sarebbero state un'idea russa, e russa solamente. Certo, il fatto che le indagini non abbiano avuto seguito (anche grazie al licenziamento dell'ex direttore dell'Fbi James Comey) ha aiutato il tutto a cadere nel dimenticatoio, e il presidente a passare alla prossima accusa.

Ma quali sono i veri rapporti di Trump con la Russia? Facciamo un passo indietro. È il 1992: dopo essere tornato in pace col fisco (e aver distrutto buona parte dell'eredità del padre), Trump annunciò un comeback nel mercato immobiliare in grande stile, con tanto di festa in cui si vestì da Rocky e tutti i partecipanti avevano maschere con la sua faccia. Le banche americane, però, avevano chiuso con lui, e per reperire stakeholder e fondi dovette andare oltreoceano. È il gruppo russo Bayrock a far diventare il nome di Trump un vero e proprio brand: gli investitori principali sono il kazako Tevfik Arif e il russo Felix Sater, coinvolto in uno schema di truffe azionistiche insieme alla mafia locale. A questi si aggiunge un misterioso fondo islandese noto come FL Group, sciolto poi rapidamente. Trump nega, ma i numeri sono confermati dallo stesso Donald Junior nel 2008: “I russi sono una fetta abbastanza sproporzionata in un certo numero dei nostri asset”.

Negli anni questi interessi sono cresciuti: Dmitry Rybovlev, oligarca vicino al Cremlino, comprava beni immobiliari pagandoli il doppio del loro valore ancora nel 2016. Quello stesso 2016 in cui è arrivata l'elezione di "Big Donald", con annesse e dimostrate ingerenze russe.

Non che sia cambiato nulla. Le relazioni tra Putin e il presidente hanno seguito la stessa linea: è del 2017 la dichiarazione di Trump di fidarsi “più di Putin che dell'intelligence americana”. Le sue parole, affiancate a un aperto disprezzo per la Nato, favoriscono nuovamente la Russia.

Sono stati quattro gli episodi di tensione tra il presidente e la Grande Madre, tutti con ridotte conseguenze reali: la Crimea, il Venezuela, la Siria e l'Afghanistan. La condanna della violenza russa in Ucraina non è mai andata oltre un rimprovero formale: non importa quanto i collaboratori Usa spingessero per delle sanzioni (arrivate invece per il gasdotto con la Germania con più antieuropeismo che maccartismo). Poi è stato il momento di difendere il “giardino” degli States, il Sudamerica. La Casa Bianca aveva telefonato al Cremlino, rassicurando che Putin ne sarebbe stato fuori. Sono stati i russi, se mai, a fare illazioni sull'interventismo americano: le accuse, da parte del ministro degli esteri Lavrov, erano di destabilizzazione dell'area e promozione di Guaidò contro il “legittimo” Nicolas Maduro. Trump ha allora chiesto che i contingenti russi se ne andassero, ma a questa minaccia non sono corrisposti provvedimenti.

Lo stesso si può dire per la Siria. Il comprovato coinvolgimento russo non ha scatenato nessuna grave reazione, così come il Cremlino non ha battuto ciglio a quell'ammissione del capo della Casa Bianca: “Ebbene sì, volevo eliminare Assad”. A segnare la conclusione dell'interesse di Donald per l'area intera era seguito il drammatico ritiro americano all'esplodere del conflitto turco. Un disimpegno internazionale tutto trumpiano: basta guardare quanto siano margine di intervento abbiano avuto i mercenari russi in Libia.

Ci si sarebbe aspettati una maggiore indignazione per l'affaire Afghanistan, questo sì: uno scoop del Washington Post aveva rivelato taglie russe per i talebani sui soldati americani. Altro che grande gioco. “Tutto una bufala”, aveva liquidato Donald, alludendo al fatto che la notizia potesse essere stata creata dagli hacker russi tanto quanto dal New York Times. Delle due l'una.

Favori mediatici anche sull'avvelenamento da Novichock di Aleksey Navalny: Trump, non diversamente da quanto aveva fatto per il caso Skripal, sceglie la linea del Cremlino. “Cacciamo troppi russi”, aveva detto allora, e “Non ci sono prove” dice oggi.

L'amicizia russo-americana può andare avanti tranquilla. A dirlo è proprio il presidente, qualche settimana fa: “È un bene avere delle buone relazioni (con la Russia), non bisogna andare in guerra e perdere i nostri buoni soldati”. Il suo improvviso interesse per una sana cooperazione internazionale, così come del novero dei morti americani, potrebbe sorprendere. Ma è bene ricordare: per Donald Trump anche i morti da coronavirus pari alle ultime cinque guerre degli Stati Uniti sono “fake news”.