Carteggio n°7: l'eredità di Ruth Bader Ginsburg

"You seem. to consider the judges as the ultimate arbiters of all constitutional questions: a very dangerous doctrine indeed and one which would place us under the despotism of an Oligarchy. our judges are as honest as other men, and not more so. they have, with others, the same passions for party, for power, and the privileges of their corps". Lettera a William Charles Jarvis, 28 settembre 1820 L'eredità di Ruth Bader Ginsburg

Buona giornata a tutti i lettori di Jefferson! L'improvvisa (e improvvida) morte di Ruth Bader Ginsburg, avvenuta il 19 settembre a causa di un cancro al pancreas. La battaglia per la nomination che si terrà al Senato, dove il capogruppo Mitch McConnell dispone per ora dei 51 voti necessari per votare un rimpiazzo e possibilmente in tempi celeri, ha impattato sulla corsa presidenziale, con i due schieramenti che, ancora una volta, useranno la Corte Suprema come un maglio per mobilitare i propri elettori. Ma come dichiariamo sin dal titolo, ci dedichiamo al lascito di questa grande giurista. Ci descrive la sua vita Viola Stefanello, nuovo innesto nella squadra di Jefferson, Google Fellow a Repubblica, che ha preso l'importante compito di aprire la pagina di TikTok. Subito dopo Alessandro Tapparini, giurista e profondo conoscitore del sistema giudiziario americano, ha preparato un tutorial sul funzionamento della Corte Suprema. Infine, il sottoscritto racconta di chi era Sandra Day O' Connor, prima donna a salire tra i "supremes" e dulcis in fundo il nostro Emanuele Monaco ci parla di Sonia Sotomayor, la prossima icona liberal dentro la Corte. Ma non perdiamo altro tempo e vediamo chi era Ruth Bader Ginsburg e cosa ci ha lasciato. 
Buona lettura!

Il maglione di Ruth

Di Viola Stefanello

Pioniera, giurista, donna. Giudice della corte suprema, fiera oratrice, accademica. Madre, moglie, icona pop indiscussa. Una persona nata sotto una buona stella, diceva lei. I suoi cari la chiamavano Kiki, su internet impazzava come The Notorious RBG – con tanto di blog dedicato, gadget di ogni tipo e remix sulle note di Juicy.
Ruth Bader Ginsburg si è spenta il 18 settembre 2020, all’età di 87 anni, non prima di aver fatto la storia degli Stati Uniti. E del genere femminile. Nessuna come lei ha avanzato tanto la causa dell’uguaglianza davanti alla legge.

Alle donne era stato concesso per gentile intercessione del diciannovesimo emendamento il diritto di voto appena quattordici anni prima che lei venisse al mondo nel 1933, in un quartiere popolare di Brooklyn, da una famiglia di immigrati ebrei fuggiti dall’Europa orientale.
Per capire Ruth Bader Ginsburg - la donna e la leggenda - non si può fare altro che ripercorrerne la vita. Arrivata ad Harvard all’età di 23 anni, già sposata e con una figlia nata da poco, si era trovata a rispondere a una domanda che il decano rivolgeva sistematicamente a tutte le (pochissime) donne che riuscivano ad entrare nella prestigiosa università: “Why are you at Harvard Law School, taking the place of a man?”. Nel suo corso le donne erano 9 su quasi 500. Avrebbe ottenuto la laurea in giurisprudenza in un’altra Ivy League tre anni dopo, nel 1959, dopo che per seguire la carriera del marito Marty, anch’egli avvocato, si era trasferita alla Columbia Law School. Era la migliore della classe. Aveva in tasca lettere di raccomandazione firmate da professori illustri e conosciuti in tutto il paese. Era diventata la prima donna ad aver mai scritto per due rinomate riviste accademiche di legge. Nessuno degli studi legali newyorchesi dove aveva fatto domanda la richiamò. Si diede così alla vita accademica - e fu la sua fortuna.

Lavorare prima come ricercatrice – passando anche un periodo in Svezia, dove rimase colpita dall’alta percentuale di studentesse presenti nelle università – e poi come professoressa le permise di dedicarsi a quella che sarebbe diventata la battaglia di una vita: il riconoscimento costituzionale dell’uguaglianza tra sessi. Prima di lei, già la teorica femminista di sinistra Dorothy Kenyon e la teorica queer Pauli Murray avevano sostenuto che la discriminazione di genere violava il quattordicesimo emendamento – che assicurava l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge ed era stato approvato con lo scopo di garantire i diritti degli ex schiavi. Ma non molto era cambiato da quando, un secolo prima, un giudice della Corte suprema aveva rifiutato questa interpretazione dicendo che “il destino essenziale e la missione della donna è quello di adempiere i nobili e benigni compiti di moglie e madre”.

Il vento, però, stava cambiando. Dal 1963 al 1972, in piena rivoluzione sessuale, Bader Ginsburg insegnò Processo civile alla Rutgers University, venendo tra l’altro pagata molto meno dei colleghi maschi perché sposata con un uomo dal lavoro ben retribuito. Al contempo collaborava con l’American Civil Liberties Union, organizzazione attivissima in quegli anni nell’abbattimento delle barriere legali che discriminavano intere fasce della popolazione – dagli afroamericani agli omosessuali, dagli immigrati alle donne. “

Ruth Bader Ginsburg paragonava il suo lavoro per l’eliminazione delle discriminazioni di genere a un lungo lavoro a maglia. “Sto cucendo un maglione”, diceva. La sua strategia - che avrebbe contribuito a trasformare, poco a poco, la società del paese più potente del pianeta - era piuttosto chiara. Individuava dei casi apparentemente marginali che esemplificassero però tutte le varie maniere in cui la legge rendeva difficile la vita degli (delle) statunitensi per via delle interpretazioni assurdamente rigida dei ruoli di genere. La particolarità è che cercava attivamente casi in cui anche gli uomini fossero vittime di queste diseguaglianze. “Ragionando sul fatto che gli atteggiamenti rigidi rispetto ai ruoli di genere danneggiano tutti, ha pensato che una Corta Suprema composta soltanto da uomini avrebbe compreso più facilmente il messaggio trovandosi davanti casi che toccavano gli uomini”, ha raccontato un suo collega, Jonathan Entin. “Non parlo di diritti delle donne”, diceva invece lei. “Parlo del principio costituzionale che riconosce parità in materia di cittadinanza a uomini e donne”.

Ginsburg vinse la scommessa: dei sei casi che discusse di fronte alla Corte Suprema, ne vinse sei. Fu un lavoro di educazione quanto di convinzione. “Mi vedevo un po’ come una maestra dell’asilo al tempo”, ha raccontato in un documentario sulla sua vita nel 2018. “Perché i giudici non pensavano neanche che la discriminazione di genere esistesse”. Né la politica né i giudici vedevano quelle leggi come un limite per le donne: pensavano, piuttosto, di starle proteggendo mettendole su un piedistallo. “Una gabbia che fingeva di essere un piedistallo”, per usare le parole della giudice. Il coronamento del suo lavoro avrebbe dovuto essere l’approvazione dell’Equal Right Amendment, passato in Congresso nel 1972 e non ancora ratificato a distanza di mezzo secolo.

Eppure, non era sua intenzione sembrare radicale. Quando nel 1993 venne promossa dalla Corte d’Appello alla Corte Suprema, su nomina di Bill Clinton, portò con sé una reputazione da giudice cauta, misurata, moderata. Con il graduale spostamento della corte verso destra, però, si sarebbe guadagnata la fama di icona liberale. In minoranza, la sua arma preferita era il dissenso: tra il 1993 e l’aprile 2020, avrebbe firmato ben 126 opinioni dissenzienti sui temi più disparati, molte delle quali rimaste alla storia. Come nel 2000, quando nel caso che vedeva Bush e Gore contendersi la presidenza la Corte rifiutò la richiesta di Al Gore di ricontare i voti in Florida, dove il candidato repubblicano aveva vinto per meno dello 0,5% dei voti. In quell’occasione, quando normalmente è buona norma affermare che si dissente rispettosamente, Bader Ginsburg affermò soltanto – lapidaria – “I dissent”.

“Le opinioni dissenzienti parlano al futuro”, spiegava lei. “Non si tratta semplicemente di dire: I miei colleghi hanno torto e io lo farei in questo modo. Gradulmente, nel tempo, i più grandi dissensi diventano l'opinione dominante. Quindi questa è la speranza del dissenziente: che non stia scrivendo per oggi, ma per domani ". L’opinione che avrebbe trasformato la giudice in the Notorious RBG arrivò però nel 2013, in risposta alla sentenza Shelby County v. Holder. La maggioranza aveva dichiarato incostituzionale una sezione del Voting Rights Act voluto da Lyndon Johnson nel 1965, che obbligava alcuni Stati del Sud a dei controlli preventivi per evitare che passassero delle leggi preclusive del diritto di voto degli elettori afroamericani, data la lunghissima storia di discriminazione razziale. Secondo loro, non sussistevano più i motivi che avevano condotto all’introduzione di quella sezione. Bader Ginsburg non era d’accordo, e trovò delle parole straordinarie per spiegarlo: “eliminare la disposizione quando ha funzionato e sta continuando a funzionare”, disse, “ è come buttare via l’ombrello perché al momento non ti stai bagnando”. Nasceva un mito.
Una spiegazione perfetta dell’entusiasmo che suscitava la giudice l’ha data di recente The Atlantic: “Un modo in cui possiamo leggere il lavoro di Ginsburg è attraverso un’affermazione di vecchia data: la legge stessa è più personale di quanto le tradizioni pacate della Corte possano dare a vedere. La Corte Suprema degli Stati Uniti prende decisioni sui corpi delle persone. Arbitra per conto delle menti delle persone. Partecipazione civica, privacy, personalità, genitorialità, famiglia, amore. Questi non sono argomenti; sono i fatti caldi della vita delle persone. Il fandom di RBG, a suo modo, ha riconosciuto questa intimità. In un'epoca in cui troppi leader americani trattano le vite umane come astrazioni, il fandom, anche nel suo aspetto più sfacciato, ha insistito sull'umanità della Corte. Il personale è politico; i meme, come la persona che celebrano, insistevano sul fatto che anche il personale è giudiziario”.

Anche quando la sua salute non faceva che peggiorare – nel 2014 la operarono al cuore, nel 2018 fu operata per un tumore ai polmoni, nel 2019 tornò il cancro al pancreas che avrebbe finito per ucciderla – RBG sembrava invincibile. O meglio: la si sperava invincibile. Sulle sue spalle pesava, dalle elezioni del 2016 se non da prima, l’equilibrio di una Corte suprema che si esprime per sua stessa natura sui casi più delicati e divisivi di importanza nazionale. La repentina reazione di Trump alla sua morte mostra perfettamente come i conservatori aspettassero al varco, pronti a sottrarre un altro seggio ai liberali. E a sfilacciare, idealmente, quel maglione che Ruth andava tessendo da decenni.
 

Tutto quello che avreste voluto sapere sulla Corte Suprema (e non avete mai osato chiedere)

Di Alessandro Tapparini

La Corte Suprema degli Stati Uniti assolve una funzione del tutto simile a quella della nostra Corte Costituzionale: giudica la costituzionalità, cioè la compatibilità con la Costituzione, delle leggi statali e di quelle federali. Funzione cruciale anche per via dell’impianto federale degli USA, che prevede che ognuno dei 50 Stati membri abbia una forte autonomia e sia dotato di un proprio parlamento (nonché di una propria Costituzione, e anche di una propria Corte Suprema). 

Spesso, decidendo della costituzionalità di una legge emanata da un singolo Stato membro la Corte Suprema definisce (o ribadisce) il confine tra il potere centrale (federale) e quello periferico (statale). 

Ogni caso viene discusso in udienze pubbliche, e votato a maggioranza semplice (il voto di ogni giudice vale 1, compreso quello del Presidente della Corte). Ogni giudice può motivare la propria decisione, sia che si schieri con quella che risulta essere la maggioranza, sia che invece si ritrovi in minoranza (la cosiddetta “opinione dissenziente”).  Questa particolarità (inesistente nelle decisioni della nostra Corte Costituzionale) arricchisce ogni sentenza di una serie di argomenti “alternativi” che, oltre a rendere più trasparente il percorso che ha portato la decisione, possono dare frutto in futuro. 

Ogni giudice della Corte Suprema è nominato dal Presidente degli Stati Uniti, ma la nomina deve essere ratificata dal Senato; poiché non di rado la maggioranza al Senato è di segno politico opposto a quello del Presidente, questo può complicare enormemente le cose.

A differenza di quella dei giudici della nostra Corte Costituzionale, che durano in carica molto a lungo (ben 9 anni) ma hanno pur sempre una carica a tempo determinato, la carica dei Giudici della Corte Suprema è vitalizia. Questa scelta estrema (tanto criticata da Thomas Jefferson) fu intrapresa dai Padri Costituenti per garantire la massima indipendenza di ogni giudice, il quale, non dovendosi preparare alcun “dopo”, non è mai chiamato a rendere conto delle proprie decisioni al potere politico (né tanto meno a compiacerlo sperando di essere un domani ripagato…). 

La Costituzione non stabilisce il numero di giudici dai quali la Corte deve essere composta: questo spetta al Congresso, che in origine lo modificò numerose volte (tra il 1789 e il 1869 è variato da un minimo di 6 a un massimo di 10). Da un secolo e mezzo, però, il numero dei giudici è rimasto stabile a 9. Nel 1937 il Presidente Franklin Delano Roosevelt, trovandosi in difficoltà per via del fatto che la Corte gli andava segando parti essenziali del New Deal in quanto non rispettose delle autonomie locali, tentò di far passare al congresso una legge che avrebbe stabilito che per ogni giudice che, passati i 70 anni, avesse scelto di non andare in pensione, la Casa Bianca ne avrebbe potuto nominare un altro, sino a un massimo di 15. La legge non passò, e da allora il numero di 9 non è più stato “toccato”.

Tradizionalmente, i presidenti repubblicani fanno di tutto per nominare giudici “originalisti”, convinti cioè che nel decidere i casi la Corte debba astenersi da interpretazioni troppo creative sostituendosi al Congresso, e debba invece limitarsi a garantire il rispetto della Costituzione “così come è stata scritta”: se un caso verte attorno ad una questione sulla quale la Costituzione tace (si pensi ad esempio alla interruzione di gravidanza, o al matrimonio omosessuale), la Corte non deve intromettersi (“Noi non rivestiamo questa carica per fare la legge, per decidere chi deve vincere. Noi decidiamo solo chi vince applicando la legge che il popolo si è dato. E molto spesso, se sei un buon giudice, ti capita di orientarti verso un risultato che non ti piace per niente”.  - Antonin Scalia, intervista a C-Span, 2009). Spesso i giudici “originalisti” (che di solito per comodità sui media vengono più banalmente etichettati come “conservatori”) finiscono per essere anche i difensori dei cosiddetti “diritti degli Stati”, cioè della autonomia del singolo Stato membro contro “sconfinamenti” da parte del governo federale o del Congresso. 

I presidenti democratici, viceversa, sono soliti battersi per la nomina di giudici che aderiscono all’idea della cosiddetta “Costituzione vivente” (anche qui: di solito per comodità sbrigativamente etichettati come “liberal”), i quali ritengono giusto che l’interpretazione della Costituzione da parte della Corte contribuisca a far “evolvere” la Costituzione, a farla adattare ai cambiamenti della società, anche a costo di produrre delle decisioni che – in un sistema di common law – finiscono per avere un ruolo sostanzialmente legislativo. 

Anche in questo caso rende bene l’idea l’esempio dell’aborto: nel 1973, per decidere il famoso caso “Roe contro Wade” affermando la incostituzionalità della legge statale (o federale) che privava una donna del diritto di decidere , la Corte si appellò a un diritto costituzionale “alla privacy”, cioè alla non intrusione dello Stato nelle faccende più intime e private dei cittadini, desumibile dalla due process clause sancita dal quattordicesimo emendamento della Costituzione (“nessuno Stato priverà alcuna persona della vita o della libertà o della proprietà se non in seguito ad un regolare processo secondo diritto”). Per contro, se (come spesso auspicato da politici ed elettori conservatori) la Corte ora adottasse un nuovo orientamento che liquidasse quello introdotto con “Roe contro Wade”, l’effetto non sarebbe la automatica proibizione dell’aborto su tutto il territorio nazionale, bensì la restituzione ai parlamenti dei singoli 50 Stati, e anche al Congresso di Washington, della competenza a legiferare sull’argomento (è anche vero, però, che se quel precedente venisse smentito in modo netto, l’indomani potrebbero tornare automaticamente in vigore le preesistenti legislazioni antiabortiste di alcuni Stati che con “Roe contro Wade” vennero dichiarate incostituzionali; in particolare, in sette Stati  - Arkansas, Louisiana, Michigan, Oklahoma, South Dakota, Texas e Wisconsin - l’aborto tornerebbe lì per lì ad essere vietato senza nemmeno eccezioni per la salute della donna, e solo in quattro Stati rimarrebbe legale “on demand”  - senza condizioni - nei primi mesi di gravidanza).

La prima donna al vertice della Corte

Di Matteo Muzio

Lo aveva promesso durante la campagna elettorale per le elezioni del 1980: "Alla prima occasione nominerò alla Corte Suprema la donna più qualificata che io riuscirò a trovare". Ronald Reagan sapeva trovare  il modo di fare notizia durante la campagna elettorale. E fu sicuramente una delle tante mosse che lo fece trionfare sull'avversario Jimmy Carter. Quindi, quando il centrista Potter Stewart si ritirò nel giugno 1981, Ronald Reagan decise di nominare una quasi sconosciuta giudice, Sandra Day O' Connor, di soli 51 anni, che non proveniva dalle Corti d'Appello federali, ma da quella dell'Arizona. E aveva un problema, almeno per alcuni sostenitori del neoeletto presidente. Nel 1970, quando era senatrice statale, aveva votato per decriminalizzare l'aborto, ma quanto Reagan l'aveva chiamata per annunciarle la nomina, lei aveva confidato che a suo avviso era una pratica "ripugnante, come annotò il presidente nel suo diario il giorno 7 luglio 1981. E decise di nominarla. Contro l'opposizione di alcuni senatori ultraconservatori come Jesse Helms del North Carolina. Ma soprattutto di alcuni pezzi grossi del mondo evangelico, come Jerry Falwell, fondatore del gruppo di pressione "Moral Majority", che dichiarò che ogni buon cristiano doveva essere preoccupato dall'ascesa della nuova giudice alla Corte Suprema. Gli rispose, a sorpresa, uno dei campioni storici del movimento conservatore all'interno del partito repubblicano, il senatore dell'Arizona Barry Goldwater, che non andò per il sottile per definire le pressioni di Falwell e degli evangelici: "Io credo che invece ogni buon cristiano dovrebbe prenderlo a calci nel culo". La nomina di O'Connor passo con 99 voti favorevoli e zero contrari, con anche gli ultraconservatori a bordo. Uno dei motivi è che durante le audizioni presso la commissione giustizia, si rifiutò di affermare con chiarezza se sosteneva il diritto all'aborto. E questo fu sufficiente alla promozione quasi unanime. Era un'epoca nella quale non si investiva politicamente nelle nomina di un giudicie alla Corte Suprema. E nei primi anni O'Connor fu una voce tradizionalmente conservatrice, allineata a William Rehnquist,  definito da Nixon "reazionario bastardo" e promosso nel 1986 giudice capo. Fu solo con la trasformazione imposta dalle nomine di Reagan e di Bush che divenne sempre più lo swing vote su cui i giudici liberal si appoggiavano, l'anziana voce saggia che cercava di non stabilire nuovi precedenti quanto piuttosto di limitarne l'impatto di nuove sentenze nodali, scrivendo opinioni concorrenti. Ma la durata del suo mandato fu per O'Connor anche un modo per far percepire al paese che anche una donna poteva sedere alla Corte Suprema e imporre alcuni cambiamente minimi, come ad esempio l'assenza di un bagno per le donne e di far sì che in un editoriale del New York Times si correggesse la dicitura "I nove uomini della Corte". Quando Ruth Bader Ginsburg venne nominata da Bill Clinton nel 1993, la strada era già tracciata per la nomina di altre donne. E fu anche grazie all'ex senatrice dell'Arizona che si trovò a decidere sull'elezione di Bush nel 2000, schierandosi con la maggioranza, che vennero poi Sonia Sotomayor ed Elena Kagan. Una repubblicana moderata che fu l'apripista in uno dei sancta sanctorum delle istituzioni americane.

Perché Sonia Sotomayor è la nuova liberal queen

Di Emanuele Monaco

È una di quelle storie genuinamente only-in-America che riempiono libri, film e serie tv. Genitori portoricani trasferitisi a New York durante la guerra, la lotta con il diabete dall’età di otto anni, la morte del padre l’anno dopo, una child with a dream che si nutriva di Nancy Drew e Perry Mason in un piccolo appartamento all’interno di un complesso di edilizia popolare (un housing project) nel South Bronx. E poi dalla cattolica Cardinal Spellman High School a Princeton, poi Yale (e Yale Law Review), poi assistente procuratrice a Manhattan, partner di Pavia&Harcourt, giudice del Southern District di New York nel 1992, “salvatrice del baseball” nel 1995, giudice del Second Circuit nel 1998, e finalmente nel 2009 candidata di Obama per la Corte Suprema. Sonia Sotomayor ha vissuto quello che ogni immigrato negli Stati Uniti sogna per i propri figli. E nei turbolenti giorni dopo la morte di Ruth Bader Ginsburg è colei che più di tutti ne raccoglie l’eredità di giudice e icona liberal e progressista

Degli otto giudici della Corte, Sotomayor è infatti quella che porta in dote le esperienze di vita personale più svariate e provanti, allontanandola in questo sia dalla cosiddetta ala destra, Roberts, Kennedy, Thomas, Kavanaugh e Alito, sia a volte da quella liberal, rispetto alla quale si è dimostrata più radicale, soprattutto sui temi razziali e securitari. 

La sua esperienza l’ha sempre portata per esempio a difendere a spada tratta le affirmative actions, senza le quali, secondo lei, non sarebbe mai entrata a Princeton negli anni ’70. La sua risposta all’affermazione di Roberts “the way to stop discrimination on the basis of race is to stop discrimination on the basis of race” è emblematica: “I don't borrow Chief Justice Roberts's description of what color-blindness is... Our society is too complex to use that kind of analysis”. 

Di questi tempi, in cui la corte è sempre più conservatrice, Sotomayor è quindi diventata una voce critica e tagliente di norme e pratiche da lei ritenute viziate da ostilità nei confronti le minoranze, una cosa ripetuta polemicamente varie volte in opinioni dissenzienti e a volte anche concordanti. “Sotomayor is a voice of one”, ha affermato prof. Hong della Boston College Law School al Boston Globe, “She has been the only justice to consistently bring in a real world experience of discrimination having experienced that discrimination herself”. 

Non ha mai fatto a meno di citare la sua storia personale nelle diverse opinioni da lei scritte, né ha mai avuto remore nel farsi ispirare da esse. Fu la prima ad usare le parole undocumented immigrant o noncitizen invece del più comune alien, qualcosa per cui Alito la criticò, ma che curiosamente ha ispirato persino Kavanaugh.  

L’immigrazione e la riforma della polizia sono forse i temi che più permettono a Sotomayor di esprimere un suo punto di vista che sia autonomo rispetto al resto della Corte. Lo si è visto soprattutto negli ultimi mesi quando i giudici si sono trovati a sentenziare su misure legislative simbolo dell’amministrazione Trump. 

A giugno il verdetto (5-4) che ha tenuto in vita il DACA (il programma, dell’amministrazione Obama, che permette ai figli di immigrati irregolari arrivati da bambini di accedere alla cittadinanza) è stato illuminante in tal senso. Il Chief Justice Roberts, nella sentenza di maggioranza, ha dichiarato nullo l’ordine di sospensione di Trump in quanto era arbitrary and capricious. Sotomayor, pur unendosi a Ginsburg, Breyer e Kagan nel sottoscrivere l’opinione di maggioranza, ha dissentito riguardo il ruolo della retorica razzista nella decisione del governo. Se Roberts non ne ravvisava alcuno, lei nella sua opinione di dissenso ha letteralmente elencato una carrellata di tweet del presidente, mettendo in luce un pattern di dichiarazioni discriminatorie nei confronti di latino-americani e dei musulmani. Questi, secondo la giudice, inquinavano qualsiasi buona intenzione che la Casa Bianca avesse riguardo la cancellazione del programma. Un giudizio che stona fortemente in un corte che ha nel tempo posto limiti ai casi di discriminazione, richiedendo che questa sia intenzionale e palese piuttosto che semplicemente un effetto collaterale di una decisione esecutiva. Un atteggiamento paradossalmente messo in crisi anche e soprattutto dalla retorica dello stesso Trump. 

Quanto sia cruciale il tema lo si è visto sempre lo scorso giugno. Nel giorno in cui la corte decideva di difendere i diritti della comunità LGBTQ dalla discriminazione sul lavoro, ben otto casi che impugnavano l’immunità qualificata, il sistema di protezione per i poliziotti in casi di cattiva condotta e brutalità, venivano rifiutati. Dimostrare un intento discriminatorio contro le minoranze, infatti, è reso sempre più difficile dalla giurisprudenza, soprattutto per i Latinoamericani, un segmento demografico che Laura Gomez di UCLA, descrive come “in-between space in American politics and policy”. In un momento in cui il paese fa i conti in modo cruento e brutale con i propri problemi di discriminazione razziale sistemica, è facile pensare che una giudice come Sonia Sotomayor sia la persona giusta nel posto giusto.

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