Carteggio n°6: il referendum culturale tra due convention

"I am far from the presumption of considering myself as equal to the awful duties of the first magistracy of this country"  Lettera a John Vanmetre, 4 settembre 1800 Il bilancio di due convention inusuali e i rapporti di Trump con l'Unione Europea

Buona giornata a tutti i lettori di Jefferson!
Ritorniamo da voi in anticipo rispetto al previsto per fornirvi un resoconto ragionato e lontano dai clamori mediatici delle due convention, quella democratica e quella repubblicana. Per noi ha fatto un riassunto esaustivo un membro del team di Jefferson, Gianluca Lo Nostro, che ci propone un dittico con alcuni interessanti parallelismi. Per non dimenticare cosa c'è in ballo per noi come Unione Europea, ospitiamo un intervento di Elania Zito, dottoranda in studi politici all'Università La Sapienza di Roma, esperta di comunicazione strategica e advocacy politica, blogger e ideatrice della newsletter Zita! dedicata all'Unione Europea e ad altre tematiche utili. Infine abbiamo un contributo di Sofia Eliodori, research assistant in politica internazionale e dottoranda presso l'Università di Stranieri di Perugia: un bilancio sui cent'anni del Diciannovesimo Emendamento, che riconosceva il diritto di voto alla donne. Vi lascio quindi con queste letture. Torniamo tra due settimane con un numero inusuale intitolato "Atti Impuri". Ma prima di partire con il nostro carteggio c'è un'ultima novità: in fondo alla mail c'è una microsezione che recupera i contributi miei e del resto del team che sono stati pubblicati nei giorni tra un'uscita e l'altra. Qualora ve li foste persi nelle nostre varie pagine social. Buona lettura!

Due convention: il racconto di due Americhe parallele


Parte Prima: Uniti contro Trump

Di Gianluca Lo Nostro

Qui ed ora io vi do la mia parola: se vi fidate di me e mi eleggerete presidente, io mi affiderò a ciò che di meglio c'è in noi, non a ciò che vi è di peggio. Io sarò un alleato della luce, non dell’oscurità.” Così parlò Joe Biden, il candidato democratico alla presidenza, davanti ai 17 milioni di americani sintonizzati sulle TV di tutto il Paese. Il discorso di accettazione della nomination è stato probabilmente il migliore della sua carriera politica. La Convention democratica è stata un climax di sentimenti. Dall’oscurità dei tempi attuali dell’amministrazione Trump di cui si è parlato incessantemente nei primi tre giorni, si è arrivati alla promessa di un futuro rigoglioso dominato dalla luce. Una promessa carica di retorica, ma tutto sommato efficace. Il discorso dell’ex vicepresidente è stato il più breve nella storia delle Convention. La pandemia ha influito anche su questo. Le modalità con cui si è tenuto l’evento politico più seguito dell’anno dopo le elezioni sono state ridimensionate dal COVID. Inizialmente programmata a Milwaukee, la DNC ha avuto luogo in varie città degli Stati Uniti con contributi da remoto. La roll call, ovvero la votazione dei delegati statali, è avvenuta direttamente dai loro luoghi di origine. Una circostanza decisamente più intima, sebbene non tutto sia andato per il verso giusto. La delegazione delle Samoa Americane, per esempio, è apparsa insieme a due soldati dell’esercito americano, un fatto che ha costretto il Dipartimento alla Difesa ad avviare un’indagine. Ampio spazio è stato comunque dato a momenti emozionanti, come la votazione della delegazione del Delaware, capeggiata dal senatore Tom Carper, in diretta dalla stazione ferroviaria di Wilmington dove Joe Biden ha preso il treno per più di quarant’anni per andare e tornare da Washington. Tutto sommato, si è trattato di un esperimento che ha messo in enorme discussione le capacità di un partito con molte meno risorse del suo principale avversario. Uno show televisivo che ha attratto circa cinque milioni di telespettatori in meno rispetto a quattro anni fa, ma che è andato invece abbastanza bene sulle piattaforme digitali. Contando anche le trasmissioni online, si registrerebbe lo share più alto di sempre, segno evidente del declino del teleschermo. Ciascuna serata ha avuto il suo tema, il filo conduttore degli interventi che si sono succeduti. “We the people”, “Leadership matters”, “A more perfect union” e “America’s promise” sono stati i nomi scelti per le serate. La presenza di politici repubblicani del calibro di John Kasich, ex governatore dell’Ohio, e dell’ex Segretario di Stato Colin Powell ha fatto da contraltare ai discorsi di Alexandria Ocasio-Cortez e Bob King, i quali hanno ufficialmente presentato la candidatura di Bernie Sanders, l’unico a non aver riallineato i suoi delegati a sostegno di Biden (e alcuni di questi hanno addirittura bocciato la piattaforma del partito), ma il cui endorsement a Joe Biden nella prima serata è sembrato piuttosto convincente. Da destra a sinistra, la coalizione che sostiene la candidatura di Joe Biden è una grande tenda che va dai repubblicani moderati ai democratici socialisti, ed è forse l’unico modo per battere la potenza di fuoco del GOP, per certi versi l’ultima spiaggia. I democratici non hanno nessun’intenzione di afferrare l’amo della provocazione trumpiana e si stanno concentrando sulla leadership del Presidente, a loro giudizio scarsa e dannosa. Pochi i dettagli sul programma che sono emersi durante la Convention, ma Joe Biden ha chiuso l’evento con svariati cenni alle proposte a cui sta lavorando: nuove infrastrutture, lotta al cambiamento climatico, acqua pulita, università gratuita, un salario minimo che garantisca una vita dignitosa e un sistema sanitario che raggiunga tutti gli americani. Un nuovo corso con influssi rooseveltiani che renderebbe Joe Biden il presidente più progressista di tutti i tempi. La Convention democratica è allora servita per creare un ritratto del candidato che sfiderà Donald Trump alle urne. Un ritratto ispirato all’esperienza di governo di Biden, già alle prese con una pesante crisi economica nel suo primo mandato insieme a Barack Obama. E nonostante l’ex vicepresidente non abbia negato la possibilità di un secondo mandato, lui stesso si è considerato un candidato di transizione, consapevole di un ormai imminente passaggio di consegne in un Partito Democratico la cui classe dirigente centrista si trova minacciata dalla costante crescita del movimento liberal. Eppure, un fronte così unito mancava da decenni e il segreto per vincere le elezioni è portare quanti più cittadini possibili al voto. Un’operazione complessa e rischiosa con un candidato che non riesce a generare abbastanza entusiasmo negli elettori, ma probabilmente sufficiente per incrementare l’affluenza laddove ogni singolo voto può decidere il destino del Paese per parecchi anni a venire.

Parte Seconda: l'unico argine contro la Rivoluzione



Di G.L.N.

Se il discorso di Joe Biden è stato il più breve di sempre, quello di Donald Trump ha disintegrato il suo stesso record di quattro anni fa. I settanta minuti di sermone davanti al pubblico della Casa Bianca hanno annoiato la stampa americana (Chris Wallace di Fox News l’ha definito un discorso “monotono”) e lo stesso Trump, che si è trovato in difficoltà a dover leggere un testo preparato, addirittura inciampando sulla frase con cui ha accettato la candidatura. Tuttavia, il Presidente non ha cambiato il suo solito registro, non ha fatto sconti a nessuno e ha ribadito l’importanza storica delle elezioni di quest’autunno. Ecco quindi che Joe Biden, in un intervento incendiario che ha elettrizzato la base trumpiana, diventa “il distruttore dell’America” e “il cavallo di Troia del socialismo”. Un messaggio chiaro e stentoreo: votate me o scegliete l’anarchia. Un aut aut da parte dei repubblicani, che puntano tantissimo sullo scontro culturale con i democratici. Secondo il GOP, una presidenza Biden metterebbe in serio pericolo l’American Way of Life. L’appello del Presidente agli elettori si può dunque sintetizzare in un tentativo di persuadere gli indecisi che, crisi economica e pandemia a parte, l’America di Trump non è poi così male. Le tasse sono state tagliate, il NAFTA è stato rinegoziato e l’Obamacare è stato parzialmente cancellato con l’abolizione del mandato individuale, in attesa della sentenza della Corte Suprema a maggioranza conservatrice. La Convention repubblicana è stata perciò una festa in onore degli ultimi quattro anni. I titoli assegnati alle serate sono stati un richiamo diretto alla tradizione autocelebrativa americana: “Land of Heroes”, “Land of Promise”, “Land of Opportunity” e infine “Land of Greatness”, la stessa grandezza dello slogan “Make America Great Again” che portò tanta fortuna nel 2016, ma che in verità apparterrebbe a Ronald Reagan. Il format della Convention virtuale è parso andare stretto a chi vi ha partecipato, in virtù dei discorsi che sono stati pronunciati. La performance poco esaltante (ma esaltata) della compagna di Donald Trump Jr, Kimberly Guilfoyle, che ha urlato a squarciagola per sei minuti di fila, è stata oscurata dal discorso più morigerato di Melania Trump. La First Lady ha utilizzato dei toni perlopiù confortanti, diffondendo un messaggio di speranza in un periodo nero per la nazione americana. La presenza dei membri della famiglia Trump è stata un unicum: neppure durante l’epoca delle grandi dinastie politiche americane dei Kennedy o dei Bush si è vista una partecipazione così numerosa dei parenti dei candidati. Ai già noti Eric, Donald Jr e Ivanka (quest’ultima advisor della Casa Bianca) si è aggiunta anche la sorella Tiffany, la più piccola dopo Barron. Una family reunion simbolo dell’insindacabile controllo di Donald Trump sul Partito Repubblicano, mai stato così unito e compatto dietro al Presidente. Un partito pronto a tutto pur di battere i democratici a novembre. L’intervento del Segretario di Stato Mike Pompeo, in trasferta a Gerusalemme, è stato parimenti un unicum. A memoria d' uomo non è mai successo che un Segretario di Stato nel pieno delle sue funzioni, così come nessun altro che ricoprisse una carica di governo, partecipasse ad una Convention esprimendo fiducia e ammirazione per il Presidente per cui lavora, in corsa per un secondo mandato. E infatti la Commissione Affari Esteri della Camera dei Rappresentanti a guida democratica ha deciso di aprire un’inchiesta per una possibile violazione dell’Hatch Act, una legge degli anni Trenta che vieterebbe ai funzionari dell’esecutivo (a eccezione del presidente e del vicepresidente, che devono indicare l’indirizzo politico della loro azione di governo) di impegnarsi in attività politiche in modo da garantire una sorta di terzietà istituzionale. Rischiosa anche la messa in onda di un video in cui il Presidente ha ufficialmente conferito la cittadinanza americana a dei richiedenti che non avevano però dato l’autorizzazione per la pubblicazione delle riprese. La palese disorganizzazione che c’è stata durante l’evento – la piattaforma ufficiale del partito quest’anno è la stessa del 2016 e include diverse critiche all’amministrazione attuale (all’epoca quella Obama) – non ne ha affatto scalfito l’efficacia. Questa Convention è servita soprattutto per ripescare qualche elettore perso per strada in questi ultimi mesi di tensioni sociali e razziali che hanno obbligato il Presidente a licenziare il capo della sua campagna elettorale Brad Parscale, sostituito con Bill Stepien dopo il famigerato comizio di Tulsa. A seguito di questa mossa, il Tycoon ha iniziato a recuperare terreno, com’era ampiamente previsto. I primi sondaggi condotti durante e dopo la convention hanno registrato un lieve calo per Joe Biden, a beneficio di Trump, complici forse le proteste che non sono state condannate subito dal candidato democratico e hanno lasciato un vuoto mediatico sapientemente riempito dai commenti del Presidente, fautore della retorica law & order. Il referendum culturale che i repubblicani hanno sottoposto al popolo americano, per quanto grottesco e inopportuno possa sembrare durante un’emergenza sanitaria di proporzioni globali, potrebbe premiare Trump e avviare definitivamente gli Stati Uniti e il Partito Repubblicano verso un percorso inedito e impensabile fino a poco tempo fa, portando la polarizzazione politica alle stelle.

Trump e l'Unione Europea: una relazione complicata


di Elania Zito

Che non si dica in giro che non ci abbiamo provato. A tre anni dal suo mandato come inquilino della Casa Bianca, da questa parte dell’Oceano abbiamo fatto di tutto per farci andare a genio Donald Trump e il grande sforzo di sopportazione di tutti (europei e americani) dovrebbe essere compensato con un nuovo presidente. Uno - faccio per dire, Joe Biden - che rispetti e non tema le donne, ma che anzi sceglie di farsi affiancare da una giovane professionista (Kamala Harris, la prima di colore) come sua vice, e che abbia gli spunti politico-economici per far rialzare gli Stati Uniti da quel -32% del PIL. La buona volontà (e l’appeal fotografico) per far voltare pagina agli Stati Uniti da questo mandato fuori dalle righe c’è, ma - si sa - la sondaggistica non è una scienza esatta e nessuno può darci certezze in questo campo.


Ad ogni modo, di Trump e delle sue follie ne abbiamo fin troppo. E ci tocca adesso sperare nel sogno americano. Quello vero. Al di qua dell'Oceano, da Bruxelles si guarda a Washington con apprensione a questi due mesi di campagna elettorale verso le presidenziali di novembre 2020. L’emergenza Coronavirus non solo ha messo in luce quelle spaccature all’interno della società americana che persino le serie tv ci hanno mostrato (Black Lives Matter è solo la punta dell’iceberg dell’estrema stratificazione sociale), ma ha anche allargato la forbice degli accordi Trump-Ue in ambito geopolitico e commerciale. Non deve essere di certo facile sedersi ai tavoli dei G7 con un miliardario che aizza all’odio, minaccia di erigere muri e semina populismo a colpi di tweet. Deve esserlo ancora meno quando, all’impossibilità di stabilire un dialogo sui temi del libero commercio, si aggiunge anche l’assenza di buon senso: non è bastato il gioco dell’uomo forte nel corso dell’ultimo G7 a Davos (poco prima dello scoppio della pandemia) con la minaccia dell’aumento dei dazi al 25% sulle auto europee, ma poi anche le ritorsioni - per usare un termine molto caro ai contesti diplomatici - dirette ad Angela Merkel, a tutti gli effetti l’ago della bilancia in questo dialogo USA-UE. Non meno di un mese fa, infatti, Trump, per voce del suo segretario della Difesa Mark Esper, ha annunciato che ritirerà dalla Germania 12 mila militari (6400 faranno rientro negli USA e 5600 verranno impegnati in basi europee già esistenti). La motivazione parrebbe essere, secondo il presidente USA, la poca spesa devoluta dalla Germania a favore della Difesa (NATO). Nel gioco delle grandi potenze - se di grandi siamo ancora autorizzati a parlare - un’azione come il ritiro delle truppe si inserisce quasi sempre nell’insieme delle “cose che faccio per farti vedere che”: come in questo caso, in cui sembrerebbe che a far stizzire Donald Trump sia stato il rifiuto di Angela Merkel alla sua proposta di organizzare un G7 a Camp David (lo stesso posto dove Kevin Spacey si diverte a manovrare cose). Considerati i precedenti di Trump, non ci viene difficile credere che un “rifiuto” possa avergli suscitato risentimento e provocato una partita a Risiko! in Europa, ma tra le altre motivazioni - fondate o infondate che siano - ci sarebbe anche il timore del presidente USA che la Germania diventi una potenza a tutti gli effetti. E non si esclude che la presidenza di turno tedesca del semestre europeo non abbia contribuito a placare i suoi timori.


Ci sono poi i nodi commerciali con l’UE, ancora irrisolti. Dopo le intenzioni degli ultimi mesi (poi rinviate) di voler confermare i dazi su 7,5 miliardi di dollari di prodotti UE, restano le tensioni sulla questione tra Bruxelles e Washington (che da parte di Trump non sono altro che manovre per tenersi stretta la Casa Bianca per un secondo mandato). Non so dirvi se l’intento della minaccia di Davos sia riuscito ma, ad ogni modo, il Parlamento Europeo non ha tardato a farsi sentire, approvando a larga maggioranza a luglio la risoluzione che permette all’UE di reagire più rapidamente nelle controversie commerciali, per scongiurare eventuali violazioni delle regole sul commercio globale da parte di altri Paesi. Insomma, un chiaro riferimento a Donald Trump e al suo ambizioso “make America great again”.


E cosa resta ora sul tavolo? Come sempre la storica disputa nell’aeronautica (Airbus/Boeing) e il tasso di importazione per prodotti provenienti da Francia e Germania tra il 15% e il 25%. E - last but not least - la nomina del nuovo Commissario al Commercio, dopo le dimissioni di Phil Hogan a seguito del Golfgate: nella rosa dei nomi, a farsi valere tra i più accreditati, ci sarebbe David O’ Sullivan, già segretario generale e direttore generale delle relazioni esterne durante le Commissioni Prodi e Barroso e ambasciatore europeo a Washington dal 2014 al 2019, incarico questo che gli ha permesso di conoscere da vicino Donald Trump e per cui non sembrerebbe avere molta simpatia. La sua opinione sul presidente USA? «Questa amministrazione è stata particolarmente inetta e goffa, in grado solo di allontanare gli alleati di un tempo a favore di quelli che una volta erano considerati nemici. Se Trump perderà non verranno versate lacrime in Europa». Insomma, come si dice: the best is yet to come.

Dopo cent'anni, il voto delle donne è sempre più decisivo



di Sofia Eliodori

In Italia, siamo abituati a pensare al voto delle donne come ad un codicillo del suffragio universale, un attributo naturale della democrazia, un frutto della lotta di liberazione. Per via della frattura della dittatura, abbiamo una scarsa percezione evolutiva delle leggi fondamentali dello Stato. In Italia si parla ancora del voto ‘alle donne’, che è qualcosa che si riceve; come la manna dal cielo che un giorno non c’è e poi arriva, come per grazia divina. Quest’anno, con una pandemia globale in corso, ci siamo abituati a guardare in chiave comparativa la nostra realtà e quella americana, capire se sia giusto o sbagliato contestualizzare nel tempo e nello spazio. Le statue abbattute di Colombo, la vernice rosa su Montanelli. A volte, ci sembra persino che la democrazia non vada tanto di moda, con dittature prese ad esempio. Perciò, ogni tanto, gli anniversari ci aiutano a ricordare che ci sono state delle tappe per la libertà.


Nel 2020 si celebra il centenario del XIX emendamento alla Costituzione degli Stati Uniti. O meglio, cento anni dalla sua ratifica. Il testo dell’emendamento era stato approvato dal Congresso un anno prima, dopo un appassionato discorso dell’allora Presidente Woodrow Wilson, lo stesso che aveva convinto la nazione ad entrare nella Prima Guerra Mondiale, sancendone l’ascesa alla leadership globale. Wilson non era sempre stato un sostenitore del suffragio alle donne, anzi. Qualche anno prima aveva dichiarato che il posto delle donne era a casa. Ma le donne, che già da decenni chiedevano la parità almeno nel diritto di voto, a casa non ci restarono. Si riunivano, manifestavano e parteciparono anche allo sforzo bellico, risultando essenziali nella vittoria finale. In qualche modo, come quando dopo la Guerra Civile vennero approvati il XV e il XVI emendamento, la storia del voto alle donne si lega a quella dei diritti degli afroamericani. Già nella prima metà dell’800 molte donne avevano partecipato al movimento abolizionista, nonostante spesso gli fosse impedito di usare la propria voce in pubblico. Dopo essere state relegate in fondo alla sala al congresso abolizionista di Londra, Elizabeth Cady Stanton e Lucretia Mott reagirono organizzando la Women’s Rights Convention di Seneca Falls nel 1848. Si faceva strada l’idea che le discriminazioni fossero parenti tra loro e che, in qualche modo, le discriminazioni di razza e di sesso – come si chiamavano allora – potessero essere rimosse insieme. Inizialmente però, il diritto di voto non era visto come un attributo essenziale della cittadinanza, negata al tempo a più di metà della popolazione. Ma gli eventi non furono affatto lineari. I movimenti, allora come oggi, si divisero, c’era chi pensava che alcuni spingessero un po’ troppo: la questione femminile doveva essere messa da parte perché l’abolizione della schiavitù doveva avere la priorità; poi venne il voto solo per gli uomini di colore. Separare le lotte contribuì a rallentare i processi di liberazione.


In alcuni Stati le leggi erano talmente restrittive che le donne non avevano personalità giuridica, erano, sostanzialmente, un’estensione dei propri padri o dei mariti. Mentre, invece, qualche Stato aveva iniziato a prevedere il voto delle donne, talvolta per convinzione e talvolta per opportunismo. Il Wyoming ad esempio fu il primo nel 1869, ma era soprattutto una trovata di marketing ante litteram per attrarre la presenza femminile verso ‘la frontiera’, dato che il rapporto donne/uomini era sproporzionato 1 a 6. In altri casi è innegabile che qualcuno si fosse schierato con le donne solo per fare un torto agli afroamericani, e viceversa. Nonostante fossero passati molti anni, anche col supporto di Wilson, l’emendamento fu bocciato due volte in Senato, fino all’approvazione con un risicato margine di due voti. Poi, per essere valido in tutto il Paese, il XIX emendamento doveva essere approvato da almeno trentasei stati. Il traguardo venne raggiunto il 18 agosto 1920, quando l’assemblea legislativa del Tennessee lo approvò, per un solo voto. Il giovane deputato Harry T. Burn, orientato per il no, venne persuaso al sì da un biglietto lasciatogli dalla madre. A ricordarci paradigmaticamente due elementi essenziali al progresso: l’impegno dei singoli individui; l’educazione delle nuove generazioni.


La storia antecedente a quel 1920 è complicata, ma anche quella successiva. Come noto, le donne sono tecnicamente oltre la metà della popolazione anche negli USA. Secondo i dati del Center for American Women and Politics (CAWP), in nessun ramo governativo – da quello più alto del Senato ai governi locali – le donne superano la percentuale del 30%. Né ci sono state donne presidente o vicepresidente degli Stati Uniti. E qui, arriviamo ad oggi. Dopo la sconfitta di Hillary Clinton nel 2016 al collegio elettorale, i democratici ci riprovano con Kamala Harris accanto a Joe Biden nel ticket presidenziale, la prima donna di colore. Proprio le donne di colore sono tra coloro che hanno pagato il prezzo più alto della segregazione e della soppressione del voto. Dopo tutti questi anni nel programma dei democratici c’è ancora il sostegno all’Equal Rights Amendament, progettato per proteggere da ogni forma di discriminazione in base al sesso, la cui prima versione fu scritta dall’attivista Alice Paul nel 1923 e affossata proprio da un’altra donna, Phyllis Shlafly. Mancavano solo 3 stati per raggiungere la ratifica, alla fine degli anni ’70.


Pensare la società in categorie ci aiuta percepire le differenze, rispondere ai bisogni derivanti da quelle determinate condizioni. Pensare la società solo per categorie le fa diventare compartimenti stagni. A lungo, oltre al voto, la battaglia delle donne è stata quella di essere riconosciute come ‘full human beings’, esseri umani a pieno titolo. A volte, è giusto ricordarselo.
 

Nostri contributi usciti altrove



Inauguriamo questa nuova rubrica per non far perdere ai lettori i contributi usciti a firma del nostro team. Speriamo di regalarvi qualche lettura gradita!